Un Paese di barboni (ItaliaOggi 31 ottobre 2017)

Ha ragione Matteo Renzi a rivendicare il ruolo positivo del suo governo nel rilancio dell’economia italiana, al di là di ogni previsione. E, dato che siamo in una fase preelettorale, «deve» tralasciare il fatto che il mondo si è rimesso in marcia a ritmi sostenuti e che, quindi, una parte non secondaria della ripresa nostrana si deve ai mercati internazionali. Ciò ridimensiona, certo, la sua rivendicazione ma non l’annulla, in relazione soprattutto al «jobs act» e alla politica di bilancio. Tutto il resto, purtroppo, o non è esistito (vedi la cosiddetta riforma Madia) o ha addirittura operato in senso negativo (vedi il codice degli appalti).
Bisogna anche comprendere quanto ci stia costando la bocciatura della riforma costituzionale decisa col referendum del 4 dicembre 2016. Tanto per rinfrescarci la memoria sono saltati: il ridimensionamento delle regioni (vera palla di piombo al piede dell’economia italiana, soggetti burocratici frenanti ogni politica di sviluppo o soltanto infrastrutturale: erano da abolire del tutto, lasciando in piedi le provincie, che sin qui avevano operato in modo efficace sui fronti loro affidati, prima che fossero sottratti dalle regioni stesse), il monocameralismo (che avrebbe dato ai processi decisionali dello Stato tempi compatibili con le esigenze del mondo globalizzato) e, infine, per li rami e per l’estrosa volontà della Corte costituzionale una legge elettorale con ballottaggio che avrebbe impedito che il cancro della prima e della seconda Repubblica, le coalizioni, tornassero a inquinare la vita politica.
Piangere sul latte versato è inutile e controproducente. E, in qualche modo, con l’arrivo del governo Gentiloni, abbiamo imboccato la strada dell’andare avanti, dalla continuità della politica di bilancio e all’arrivo di Marco Minniti al Viminale, con conseguente cambio di passo sulla questione migranti (ridimensionamento degli arrivi e gestione delle presenze nel territorio nazionale).
Certo, non ci voleva l’incidente «Bankitalia»: non doveva accadere, infatti. Nessuno dei padri nobili dell’istituto avrebbe atteso che la mozione di condanna arrivasse al voto: si sarebbe dimesso prima, mostrando una cultura istituzionale e un rispetto della Banca di cui avremmo necessità ai nostri giorni. Non ci voleva perché ha aperto una seria frattura tra Renzi e Gentiloni, con strascichi che, se non riscontriamo ora, emergeranno presto.
La soddisfazione per i dati economici di questi giorni non deve farci dimenticare che se siamo passati da BBB- a BBB, la Francia, per esempio, ha mantenuto AA a dimostrazione di una struttura di paese ben più solida della nostra (il vantato maggior incremento italiano deriva anche dal fatto che Germania e Francia erano ripartite prima avendo «perso» per la crisi meno di noi). Del resto, nello «shopping» di imprese, i nostri cugini cisalpini hanno comprato come e quando volevano imprese italiane. Levandoci anche alcune chicche di valore inestimabile anche per l’immagine-Paese: penso a Bulgari e a Gucci. Per non ricordare l’acquisto, senza colpo ferire, di Bnl, della Cassa di risparmio di Parma (strategicamente utile per colpire al cuore l’industria alimentare italiana, vedi Parmalat). A testimonianza di una classe imprenditoriale del tutto priva dell’«idea di sistema», cioè del dovere di difendere gli interessi del Paese.
Quando un’azienda italiana (la Fincantieri) s’è avvicinata a un’azienda francese Stx, abbiamo visto cos’è successo. Per non segnalare che nessun «raider» francese ha possibilità concrete di ripetere nel Regno Unito e in Germania lo «shopping» italiano.
La realtà è che siamo un Paese di barboni di provincia, incapaci di individuare e difendere le realtà nazionale, intrisi ancora di un’ideologia pauperista di odio dei ricchi, delle grandi opere, e di ogni sviluppo sociale ed economico, nel quale l’iniziativa dei singoli possa affermarsi.
Xi Jinping, presidente cinese, ha chiuso il Congresso del Partito comunista, reiterando l’impegno di continuità di crescita testimoniata anche dalla creazione di 40/50 milioni di nuovi ricchi l’anno.
Cioè secondo i parametri di noti pensatori italiani alla Landini, Camusso e compagnia cantante, 40/50 milioni di nuovi nemici del popolo. Da crocifiggere con l’aiuto delle menti eccelse di Di Maio e Grillo.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

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