“MADDALENA” Femmina di locanda

“MADDALENA” Femmina di locanda
Romanzo di Domenico Cacopardo, in libreria – Betelgeuse editore, Verona.

In copertina: Georges de la Tour, suonatore cieco

Capitolo 1
1
Funcitta1 , il suo bambino, singhiozzò ancora. Era stato soprannominato funcitta per le labbra pronunciate che, quando sorrideva, si arricciavano in una smorfia gradevole, simile a quella di un coniglietto che stia addentando la sua verdura. Maddalena lo prese tra le braccia e lo sollevò, la testa in alto quasi appoggiata alla sua spalla. Delicatamente gli batté la schiena finché un profondo ruttino lo liberò dall’aria che aveva deglutito insieme al latte materno. Gli levò le fasciature, lo sciacquò con l’acqua del piccolo catino della sua stanza, lo asciugò e lo rivestì. Uno sbadiglio mostrò come Carmelino avesse voglia di dormire di nuovo. Allora, lo distese nella naca a vento 2 sistemata sopra il suo giaciglio e attese qualche momento tirando la cordella che comandava il dondolio. Il bambino riprese a piangere, il pianto stizzoso di chi ha sonno e non riesce a dormire.

Sua madre continuò a dondolare la naca a vento e iniziò a cantare: «Sant’Antuninu quann’era malatu assai ni vulia pani bigghiutu…aho…aho…3Sant’Antuninu mannici pani e pisci picchì stu picciriddu s’addurmisci…venici sonnu..» Aveva una bella e dolce voce la donna e il tono volutamente sommesso della nenia ebbe un rapido effetto. Passò poco tempo, infatti, perché un ronfo regolare le dicesse che il bambino si era addormentato. Si diresse verso l’uscio e aprì. Una folata di vento gelido smosse la coperta di lana che, a mo’ di stuoia, impediva che l’inverno entrasse impetuoso in quel basso ambiente ch’era camera da letto per lei, Funcitta e la sua amica Scilla. Una ragazza che le appariva bella, nera nera, i capelli arricciati e la pelle ambrata come uno di quei sassi lucenti che si trovavano sulla spiaggia, dopo una mareggiata. E un sorriso misterioso, ora invitante, ora ironico e sfottente, ora rassegnato.
Il sole era già sorto a mare e compariva e scompariva tra le nuvole che da monte scendevano verso la marina. Ripensò al vecchio detto S’u malu tempu scinni di susu ‘nziccati ‘nto purtusu4 e si strinse nello scialle. Glielo aveva filato sua madre Viola con gli scarti di lana che suo padre, don Secondino Afella, detto Nuvuliatu5 per il temperamento burbero, ogni anno, al tempo della tosa, riusciva a sottrarre al suo padrone don Filippo Baronìa, detto Disgrazia perché era un vero e proprio disgraziato, incapace di un gesto umano, di una pietà che nella vita era meglio non incontrarlo mai e per nessuna ragione a don Filippo. Poi, Nuvuliatu la lana rubataa don Filippo la celava in qualche ovile sperduto in attesa di utilizzarla per i bisogni della propria famiglia.

Maddalena si sentì come stordita dall’aria pura del mattino. Ristette qualche attimo sulla porta riempiendosi i polmoni, prima di rientrare, raccogliere u rinali6, portarlo fuori e svuotarlo nella saja7 che scorreva a pochi passi. Poi, tornò nella camera, un locale ricavato alla base dello sperone roccioso che sovrastava il fiume Letto e la locanda, lo appoggiò di nuovo sotto il tavolino di ferla e vinchio intrecciati, dove era normalmente sistemato.

Aggiustò il suo letto, tre tavole su due cavalletti di legno e un materasso di crine, che era un supplizio coricarsi. Da un anno e per merito di chi sapeva lei, aveva avuto due pelli di crapa8 che aveva steso sopra il giaciglio, ma sotto quella pezza lisa che veniva chiamata lenzuolo. D’improvviso ebbe un senso di nausea per l’aria viziata e stagnante dell’ambiente e notò anche che l’odore delle sue ascelle era diventato troppo intenso. Così, dopo essersi lavata la faccia, si spogliò a mezzo busto e le sciacquò.

Quindi si rivestì e prima di andarsene dette un’occhiata in giro, all’incerta luce che filtrava dalla coperta di lana posta di traverso alla porta. Vide in un angolo, posto a mezza altezza, un bastone, al quale erano appesi alcuni panni, asciugamano, maglie, una gonna e due corsetti. Su una tavola appoggiata su due mensole c’erano la cenere e la crusca per lavarsi e uno sbeccato catino di coccio.

Sospirò e, lasciato Carmelino nel sonno, si avviò verso l’ingresso della Locanda, a pochi passi, al centro della fronte del medesimo edificio. Era serena ormai, Maddalena. Mangiava i resti di cucina, ma erano pasti regolari, due volte al giorno, e aveva qualche soldo sotto un asse del pavimento di legno. Lei e la sua compagna Scilla, sguattera come lei, avevano creato quel nascondiglio in una settimana, sera dopo sera. Le passò veloce per la mente il pensiero di come la sua vita fosse cambiata. Due inverni prima –lontani un secolo sembravano-, a quattordici anni, suo padre, che aveva tenuto con sé solo i quattro figli maschi degli undici che aveva avuto, si era deciso a cederla a don Batino Adilardo, detto il Paladino poiché era il padrone della ‘Locanda dei Paladini di Francia’, che aveva bisogno di un’altra serva.

Un toro, don Batino: basso e robusto, era capace di sollevare con una mano un tavolo da pranzo di quelli pesanti più di un tumino9. Aveva la scriminatura al centro della testa, cosicché i capelli, lunghi, discendevano sui lati sino a coprirgli le orecchie. E gli occhi di don Batino sembravano spenti sino a che un discorso non sfiorasse i quattrini, ché allora si accendevano e mostravano l’ingordigia dell’uomo. E con le donne, serve o femmine di casa, era mite, mansueto: temeva sempre che Teodora, sua moglie, potesse scoprire una sua debolezza, anche minima.

Un posto, quella locanda, dove si trovava il cambio di cavalli, la taverna per mangiare e l’albergo per dormire e fottere. E poi, don Batino due o tre volte al mese, e talora anche più spesso, metteva in scena una lotta. Una sera erano galli, un’altra furetti e, quando il tempo permetteva di combinare le cose fuori, all’aperto, i cani, quelli grossi e forti addestrati ad ammazzare bestie e cristiani con due o tre morsi, non di più ne bastavano per finire l’animale addentato bene, in un punto vitale o mortale che è lo stesso dire.

Per suo padre Secondino, lei lo sapeva bene, era stato un dolore profondo, senza rimedio, perderla perché, sin da piccola, era stata lei la sua unica consolazione. Quando tornava dal pascolo con l’armento sterminato che Disgrazia gli aveva affidato, magari dopo settimane di lavoro, era lei che lo aiutava: gli levava subito gli stivali consunti che si fabbricava da solo nei riposi invernali, gli recava la brocca con il vino e il catino con l’acqua per sciacquarsi il viso. E quando alzava la voce con uno dei fratelli o con la moglie, lei, Maddalena, era l’unica capace di calmarlo dicendogli: «Patre, non v’abbiliati10, tutto si sistema. Sereno state che stanco siete.» E se l’uomo era adirato con la moglie o qualche figlio, era lei, Maddalena, ad addolcirlo e a indurlo a perdonare.

Si asciugò le lacrime che erano comparse nei suoi occhi, due sole lacrime, perché ormai pensava di averle piante tutte le lacrime del distacco e della giovane vita che stava vivendo. Lo sapeva bene lei che, per Nuvuliatu, era stato come staccarsi una delle due gambe che gli servivano per camminare intorno al gregge e per andare, ore e ore, appresso a pecore e crape tutto il giorno ogni santo giorno, o il braccio destro, quello che gli serviva per difendersi dai malintenzionati usando il coltellaccio che teneva sempre nella cintura e che sapeva usare bene, si trattasse di sgargiatina11 o di stoccata. La partenza di quella figlia amata Secondino Afella l’aveva vissuta come una sciagura. Ma non c’era stato altro che fare che mandarla da don Batino: di fame si moriva nella casa del padre e, nonostante lavorassero tutte, le figlie femmine se le era levate una dopo l’altra, ultima Maddalena.

Era come la casa di Ahimé, la sua casa, che i topi scappavano via piangendo per la miseria che vi trovavano ed erano tanto impietositi che, invece di cercarci pane e formaggio ce le portavano loro le briciole di pane e di formaggio. A San Germano, il suo villaggio, tutti vivevano come gli Afella e giudicavano fortunata Maddalena e le sue sorelle per le sistemazioni che il padre aveva loro procurato.

Ora, nella ‘Locanda dei Paladini di Francia’, Maddalena rifletteva su se stessa e si diceva: “Sono furba e intelligente io. E lo so bene che saprò riminarmi 12 come si deve. Anzi ne sono certa che, nonostante stenti e servitù –una servitù completa, mattina, giorno, sera e notte- la mia vita me la saprò aggiustare e presto.”

  1. Funcitta, musetto.
  2. Naca a vento è la culla sospesa alle travi del tetto, manovrata da un complesso sistema di corde che consentono di abbassarla e di alzarla e di ‘cullare’ il bambino.
  3. Si tratta di una antica nenia siciliana: Sant’Antonino quando era ammalato ne voleva assai di pane bollito. Sant’Antonino mandagli pane e pesce così questo bambino s’addormenta… vieni sonno….
  4. S’u malu tempu scinni di susu ‘nziccati ‘nto purtusu: se il maltempo scende da monte (Nord-ovest in quella zona), nasconditi in una grotta, in un antro, dovunque puoi trovare riparo.
  5. Nuvuliatu, letteralmente annuvolato. Trasl. nel senso di persona irata o facile ad adirarsi. In un soprannome intende ‘persona sempre irata’.
  6. Rinali, cantero, vaso da notte.
  7. Saja, canaletto d’irrigazione, fatto normalmente in terra.
  8. Crapa, capra.
  9. Tùmino, misura di peso (circa kg.60)che derivava da una misura di capacità (il tumino) del recipiente nel quale venivano riposte le granaglie.
  10. Abbiliarsi, addolorarsi, dispiacersi. Letteralmente farsi prendere dalla bile.
  11. Sgargiatina o taglio gentile: ferita di striscio prodotta da arma da taglio, senza l’intenzione di uccidere.
  12. Riminarsi, rigirarsi, sapersi comportare.
  • reply Francesco Prezzavento ,

    Preg.mo dott Cacopardo,
    sono completamente d’accordo con la Sua riflessione circa l’impegno dei nostri militari all’estero, pubblicata dal quotidiano “La Sicilia” odierno. E’ un lusso che non possiamo più permetterci anche alla luce dell’ormai incontrollabile crescita del debito pubblico (notizia odierna), a parte tutte le altre giustissime considerazioni contenute nel Suo intervento.
    Congratulazioni per il coraggio di avere sollevato una tale questione molto indigesta per gli equilibri politici del nostro Paese.
    Con viva stima anche per la Sua produzione letteraria (ho avuto modo di leggere “Virginia” e mi ripropongo di leggere il resto).
    Francesco Prezzavento

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      Diomenico Cacopardo, scrittore

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