L’Italia, la mia Patria (ItaliaOggi 3 novembre 2017)

Mentre riflettevo sull’immorale non-detto che aleggia intorno alle prossime elezioni -su cui mi soffermerò più avanti- m’è venuto in mente che quest’estate ho effettuato un test tra i miei quattro nipoti italiani (ne ho tre americani, per i quali la Patria è un valore irrinunciabile, abituati come sono dalla scuola materna all’università a onorarla, cantandone l’inno e salutando la bandiera), chiedendo loro se, dalle elementari al liceo, avessero mai avuto assegnato un tema tipo «L’Italia, la mia Patria» o qualcosa di simile. Ricordo bene che io, alle elementari, alle medie inferiori e al liceo (qui per ognuno dei tre anni) dovetti svolgere un tema sull’Italia, sui valori di civiltà di cui siamo stati portatori, insomma, raccontare i miei rapporti con il concetto costitutivo del mio Paese.
Ebbene, nessuno dei miei nipoti aveva mai dovuto svolgere un tema sull’Italia, a testimonianza di come la scuola, anzi la squola, sia diventata palestra di reduci ed eredi del 1968, laureati del 18 politico, imbevuti di nihilismo e antiitalianità, messi in cattedra da concorsi truccati, o abborracciati o da sistemazioni «ope legis» per coloro che non erano mai riusciti a superare una selezione e a ottenere un’idoneità.
E questa indifferenza, quella che leggiamo quotidianamente sui giornali attribuibile a tutta la classe politica di qualsiasi colore e alla classe imprenditoriale, pronta a vendersi l’anima al primo cinese o arabo di passaggio, è effetto e causa dell’assenza di qualsivoglia empito morale, di qualsiasi spinta a fare di più e meglio nell’interesse nazionale.
Anni fa, su proposta di Cesare Romiti, l’Aspen Institute Italia avviò un programma di studi e di tavole rotonde proprio sull’«interesse nazionale».
Pur riconoscendo all’istituto -di cui sono uno dei fondatori- ogni merito, debbo ammettere che lo sforzo non ha prodotto risultati eclatanti, quelli che ci aspettavamo all’inizio. Per tante ragioni che è difficile sintetizzare, tra le quali ne spicca però una: l’amor patrio è passato di moda. E con esso l’interesse nazionale.
Di ciò è testimonianza l’approccio alle prossime elezioni politiche. Non quello proclamato, ma quello reale. A dispetto della volgare mistificazione che mettono in campo i 5Stelle e i loro fiancheggiatori si chiamino Travaglio o col nome di tanti operatori de La7.
Con la legge elettorale, la prossima consultazione dovrebbe darci più o meno una situazione del genere: una coalizione di centro-destra, probabilmente prevalente; due partiti singoli, in lotta per il primato (di partito) i 5Stelle e il Pd; un raggruppamento minore di sinistra-sinistra. L’unica vera coalizione presente (il centro-destra), tuttavia, sembra così effimera da consentire la previsione che, se otterrà la primazia (all’interno di essa), la Lega Nord cercherà disperatamente un accordo diretto con i 5Stelle, l’unico partito in campo col quale potrebbe allearsi e, forse, con l’ausilio di Fratelli d’Italia conquistare la maggioranza del Parlamento.
Altrettanto potrebbe fare, se poco poco il risultato l’assisterà, il raggruppamento di sinistra-sinistra, quello ora capeggiato dall’antifrasi vivente, Speranza, e capeggiabile da quel campione di opportunismo politico che risponde al nome di Pietro Grasso, in cerca di una sistemazione confacente alla sua storia professionale. Fatti i conti col pallottoliere, se i numeri l’assisteranno (probabilità remota) questo raggruppamento perseguirà un accordo con i 5Stelle con tutte le energie possibili, mettendo sul piatto l’unico vero patrimonio di cui dispone, la discendenza da un Partito comunista che fu forte e glorioso in epoca ormai arcaica. Cioè una legittimazione democratica e antifascista che perpetuerebbe ed esalterebbe l’impostura di Grillo e soci: loro metafascisti, squadristi verbali e non solo, promossi sul piano istituzionale dagli excomunisti, e pronti a mangiarseli in un amen, come in un amen i nazisti divorarono i loro predecessori tedeschi.
Quanto al Pd, esso ha una sola opzione disponibile: un’intesa con la parte moderata del centro-destra che «bon gré mal gré» è rappresentato dal neoneoneo indagato per gli attentati stragisti di Firenze, sulla base delle rivelazioni di tal Graviano (per tre volte già giudicate inattendibili da giudici giudicanti e pubblici ministeri): il solito Berlusconi, l’altro uomo nero della Repubblica italiana (con D’Alema).
Della realtà reale, non si parla a corte né nei palazzi romani. Non se ne può parlare: se se ne parlasse e, quindi, le intenzioni divenissero note, quest’ulteriore infamia (prodotto indiscutibile della vittoria del «No» al referendum del 4 dicembre 2016 -con il sostegno certificato dei «servizi» russi-, e della stupefacente decisione della Corte costituzionale del gennaio 2017, con la dichiarata illegittimità del ballottaggio tra i due partiti più votati) non si potrebbe consumare. E il complice silenzio di media -ora a servizio- sarebbe inesorabilmente interrotto.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

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    Diomenico Cacopardo, scrittore

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