Dopo l’eccidio di Manhattan (editoriale Gazzetta di Parma 3 novembre 2017, pag.1)

Manhattan, in zona «Ground zero», è la «location» dell’ultima strage dell’ottobre 2017, un mese che, purtroppo, ne ha viste altre.
Raccapricciante il particolare dei cinque caduti argentini appartenenti a una comitiva di excompagni di scuola.
La «normale», efferata dinamica dell’attentato non deve farci perdere il senso delle proporzioni e la ragione. Non è in questo modo che i terroristi vinceranno.
Non possiamo, però, dimenticare che il comune denominatore degli attentati si chiama Islam. Una religione (e un testo: il Corano) nella quale gli estremisti trovano la giustificazione etica delle loro violenze. Certo, sappiamo bene che sono tante le comunità pacifiche, dedite al lavoro e a un parziale rispetto della legge (visto che, per esempio, la pratica della poligamia – che viola le norme- viene praticata mediante la celebrazione delle nozze successive nei paesi di origine), che contribuiscono quindi al sostegno dell’economia nazionale. Ma i dati che ci vengono da Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Belgio e Olanda (tutte nazioni che ci hanno preceduto e di molto nell’accoglienza di immigrati islamici) ci dicono che i terroristi provengono da simili pacifiche comunità insediate da tempo: esse sono il terreno di reclutamento di giovani pronti a radicalizzarsi anche per il disagio scolastico, occupazionale, sociale dei loro «slums». Al quale si aggiunge, come elemento effettivamente catalizzatore, il bipolarismo quotidiano nel quale vivono: una società affluente e di liberi costumi che, in qualche modo, li emargina ed esclude.
Quanto a noi, la svolta del ministro Minniti ha posto per la prima volta un freno all’immigrazione illimitata e incontrollata. I flussi si sono ridimensionati e, forse, siamo arrivati a numeri gestibili, soprattutto se e quando si riuscirà a separare i rifugiati da coloro che non hanno diritto di restare in Europa. Le autorità di pubblica sicurezza, poi, hanno a disposizione l’istituto dell’espulsione che esercitano nei confronti di chi rappresenta una reale minaccia.
La politica, che normalmente soffre di lentezze e di strabismo, non può tuttavia ignorare che il fenomeno costituisce un pericolo anche per gli italiani. E deve quindi regolarsi, affrontando, per esempio, la questione -diventata fondamentale- dello «ius soli». Chi intende introdurlo, cela che l’art. 4, comma 2 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, dispone: «(… omissis …) Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data.»
L’unica differenza vera tra l’art. 4 e la proposta (del Pd) è che con la norma vigente si rispetta la volontà del non-italiano che può liberamente decidere di diventare o di non-diventare (come accade frequentissimamente) nostro connazionale. Con la nuova, a chi nasce in Italia verrà imposta la cittadinanza. Conseguenza più grave: chi si radicalizzerà (fatalmente non pochi) non potrà essere espulso.
Peraltro, anche oggi i nativi italiani (che risiedono legalmente) dispongono i nostri stessi diritti sociali ed economici. Non è chiaro, perciò, il senso di questa innovazione.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

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