Dopo la consultazione siciliana (Gazzetta di Parma 8 novembre 2017, pag. 1)

Le elezioni siciliane, cariche di attese eccessive, sono consistite in una consultazione regionale in un’area atipica per la natura dei problemi irrisolti accumulatisi nei decenni. Per comprendere occorre partire dall’inizio: dallo 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va tendenzialmente collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci.
I dati confermano un Cancelleri al 34,6% e un M5S al 26,6%, potremo dire che i voti del candidato presidente corrispondono al 16,15% dell’elettorato e quelli del suo partito al 12,42%. Un ragionamento che serve a restituire un po’ di realismo al trionfalismo grillino e a porre il problema dei problemi di queste elezioni siciliane: la mancanza generalizzata di un progetto politico sul quale mobilitare le forze sane della regione -e ce ne sono tante (nella confusione ricorrente su chi è e che cosa è) – e, quindi, di richiamare alle urne l’esercito degli astensionisti, ormai scettici su qualsiasi possibilità di redenzione.
La redimibilità e l’irredimibilità della Sicilia -che significa sì antimafia, ma non solo, cioè innesco di processi culturali, sociali ed economici capaci di mettere in moto una realtà che sarebbe suscettibile di miglioramenti storici-, occhieggiano dal fondo di questa elezione e non c’è peggiore anestetico della rassegnazione. Un sentimento che provoca l’ignavia e l’astensionismo.
Naturalmente, la spalmatura dei numeri sul corpo elettorale vale per tutti i partecipanti alla competizione, e investe non solo il Pd, ma anche la compagnia «retro» di Fava e dei suoi sostenitori che vantano, a torto, un risultato che non è positivo (anche perché puntavano sin dall’inizio sul sorpasso del Pd).
Per ora e per comprendere meglio, vogliamo ricordare i risultati di alcune elezioni regionali del passato che possono ben descrivere l’evoluzione politica dell’isola: a) 2001, centro-destra 53,9%; Pds 10,3; Margherita 12,3% (Pds+Margherita 22,6%); b) 2006, centro-destra 55,21%; centro-sinistra 26,02%; c) 2012, centro-destra Musumeci 25,73%; centro-destra Micciché 15,41% ; centro-sinistra 30,03 (Pd -bersaniano e non scisso- 13,42); 5Stelle 14,88%.
Quindi, una tragedia, quella del Pd, più presunta che reale.
Il risultato siciliano riguarda l’isola e difficilmente si ripeterà nel territorio nazionale proprio per le differenze strutturali tra la Sicilia (immersa nelle sue contraddizioni, cultrice del clientelismo e lontana dall’Europa) e il resto d’Italia. Per puntualizzare, basti ricordare che i 5Stelle, fautori del cambiamento, sul tema scottante dell’abusivismo, hanno riprodotto il concetto corrivo oltre che falso di un abusivismo di necessità.
Dimenticando così che dietro il fenomeno c’è la piccola e la grande criminalità che, nell’isola, hanno ancora i loro spazi di incontestato potere.
Perciò i partiti, dopo la Sicilia e per la consultazione politica nazionale, debbono definite una loro proposta per l’Italia: unico modo per riportare la gente alle urne e difendere la democrazia.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Leave a comment

  • Time Theme

    Diomenico Cacopardo, scrittore

  • email: cacopardo@cacopardo.it

    Roma - Parma