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Una spiegazione innanzi tutto.
Su, miei servi, prendete il bravo giovine, presso il mare azzurro conducetelo. Ma se all'alba non avrà finito, preghi pure. La vita non avrà salva! 1
Ho conosciuto il prefetto a riposo dottor Giovanni Alogna, detto Ninì, una sera di agosto, nella piazza di Gallodoro, un piccolo paese di quattrocento abitanti tra i monti Peloritani, nelle vicinanze dei resti di Abucena, una città che, nella zona, appartiene al mito: si dice che sia stata fondata addirittura dai fenici. Fu abbandonata a causa di un terremoto che occluse le numerose e ricche sorgenti che alimentavano il suo primitivo, ma efficiente acquedotto.
Don Ninì era un bell'uomo che mostrava una sessantina d'anni, vedovo
da sei. In realtà, quando ci incontrammo -era l'83-, ne aveva
settantatre.
Li portava benissimo e l'unico segno del tempo erano i capelli bianchi e le profonde rughe che solcavano il volto.
Mentre la banda del paese diretta da don Ciccio Lo Turco, resa celebre da una comparsata nel film Il padrino , intonava la marcia trionfale dell'Aida, ci allontanammo insieme in direzione della contrada Fillatti, nella quale c'è una polla d'acqua montana, gelida e leggera. Ci seguì il suo cane, un pastore tedesco di due anni dall'insolito nome di Piede.
«I miei compagni di caccia vedendomi arrivare con lui», disse ridendo Alogna, «mi sfottono dicendo: "Ecco sua eccellenza con il cane da bombardamento."»
Durante la strada parlammo di attualità, della cronaca cioè degli ultimi giorni, e simpatizzammo immediatamente: scoprimmo di avere in comune anche il rifiuto per il degrado dei costumi civili e politici di cui i giornali davano ampia testimonianza.
Mi sembrò doveroso dirgli il mestiere che facevo e faccio ancora: «Il mercante di santini.e collezionista, è naturale.»
Lui si incuriosì e mi invitò a casa sua, un posto isolato fuori del paese, tra Mongiuffi e il santuario della Madonna della Catena.
Lo andai a trovare dopo un paio di giorni: la visita mi interessava, anche se mi aspettavo la solita messa in scena del funzionario dello Stato di un certo prestigio, ormai in pensione.
Tutto, invece, fu di un'inattesa semplicità.
La villa non era per nulla pretenziosa. Sembrava una vecchia e piccola masseria, con l'ingresso ad arco che dava in un cortiletto nel mezzo del quale c'era un olivo secolare. Il pavimento era costituito da piccoli ciottoli marini tutti di colore rosa che, posti di taglio, formavano geometriche volute. A dire il vero fu l'interno a sorprendermi di più per la quantità di libri sistemati in ogni stanza, in semplici scaffali di legno comune, perfettamente ordinati. Sulla costola di ciascuna mensola un cartoncino indicava le opere in essa custodite.
Ogni tanto compariva Salva, un'anziana donna dai capelli crespi e grigi e dalla pelle scura, portando bibite e dolciumi ( ' nzuddi 2 e ciambelline di pasta frolla), fatti da lei ogni mattino d'ogni santo giorno. Guardava il padrone di casa con evidente rispetto sempre attenta ai suoi comandi.
Lui le parlava dolcemente, con confidenza, come se si trattasse di un familiare. E dal comportamento di loro due, in effetti, non si capiva chi assistesse l'altro.
Il dottor Alogna volle mostrarmi anche alcuni cassettoni in cui erano conservate raccolte di giornali e di riviste, tra le quali ricordo la Domenica del Corriere dal 1900 al 1941, Omnibus (serie completa), Signal , un periodico bilingue in italiano e tedesco che narrava le eroiche gesta e indimenticabili della Germania nazista.
Temetti di avere incontrato un nostalgico estremista.
Il prefetto a riposo, non riuscivo ancora a dimenticare il suo passato, intercettò il mio sguardo perplesso, capì e si mise a ridere.
Spiegò che era tutta roba di uno zio morto nel 1953 e che aveva già stabilito di donare i giornali alla biblioteca comunale di Letojanni che avrebbe così avuto un giacimento unico e, per qualche verso, memorabile.
Parlammo un pomeriggio intero. Volle che gli spiegassi in che cosa consisteva il mio lavoro e com'era nata la mia passione per i santini, un oggetto non particolarmente considerato nell'opinione generale.
Gli dissi che tutto era nato quando mio nonno era deceduto e m'aveva lasciato una imponente collezione. C'erano immaginette -così lui le chiamava- del '600, siciliane, francesi, russe e sudamericane, d'ogni parte del mondo, insomma. E dei secoli successivi sino ai nostri giorni, compresa una serie di padre Pio di quando era ancora in vita e non era stato beatificato o santificato, non ricordo, ma è lo stesso. Aggiunsi che coi santini, soprattutto con quelli usati, nessuno ci campa e prospera e che io ero benestante agiato per i beni e i contanti che mi avevano lasciato i miei genitori. Commerciare nei santini è però un mestiere molto stimolante, perché ti mette in contatto con gli ambienti più disparati, soprattutto case vecchie o antiche i cui proprietari se ne sono andati per sempre, mi capite.
Gli eredi intendono disfarsi di tutto, mobili, soprammobili e cimeli, senza avere l'obbligo di guardare, leggere, osservare e inventariare. Vogliono che qualcuno risolva il loro problema, l'eliminazione dei ricordi di famiglia nel tempo più breve. I soldi interessano meno: quello che preme di più è che tutto scompaia e presto, in modo da poter riutilizzare l'immobile, il palazzo, il castello o, più modestamente, la casa.
Quando la fortuna mi arride, chiamano me che ho una certa buona fama. Io arrivo, capisco in un batter d'occhio ciò che posso trovarci in quell'abitazione e, nel giro di poco, al massimo mezz'ora, formulo la mia offerta, più in relazione al denaro di cui dispongo che ad altro. E nove volte su dieci, se fossi vanaglorioso potrei dire novantanove su cento, accettano la proposta.
Così, in questi casi compro tutto, come si dice, vuoto per pieno. E rivendo le suppellettili agli antiquari, i dipinti ai galleristi e così via, con il particolare che un tempo mi faceva e mi fa tuttora tristezza vendere le cose che mi piacciono. Finisco quindi per tenere ciò che prediligo -e non è poco-, tanto che non solo la mia casa è stipata di oggetti belli e meno belli, ma ho anche alcuni magazzini pieni.
A questo punto della conversazione, dopo avergli detto ciò che qui ho scritto, io abbandonai ogni ritegno, nel senso che gli confessai ciò che mantenevo segreto in un angolo dei miei pensieri e cioè che, attraverso i santini, riuscivo a ricostruire alcuni aspetti delle persone che li avevano in vita posseduti. Avevo scoperto, attraverso l'esame del complesso dei lasciti, i devoti di san Giuseppe, ad esempio, tutt'altro che mansueti bensì gelosi come l'Otello nella tragedia di Shakespeare. Era una sorta di legge del contrappasso, poiché la loro innata violenza era mitigata dalla mitezza del loro protettore. Mentre i devoti di sant'Agostino risultavano obbedienti e dotati di artistico temperamento. Potrei scrivere un trattato sulle propensioni dei componenti delle antiche famiglie siciliane -e non- sulla base dei santini che hanno abbandonato in libri di preghiere, in cassettini e segreti ripostigli.
Dopo più di un'ora mi resi conto d'avere esagerato a parlare e mi fermai.
Il dottor Alogna si fece promettere che gli avrei mostrato tutto e io promisi, senza imbarazzi, poiché l'uomo era di pregio e c'era gusto di sicuro a mostrargli le mie cose preferite, quelle che mia moglie disprezzava chiamandole "Vecchiume".
Mentre parlavamo, io avevo osservato il mio nuovo amico scoprendo che in realtà ospitava Salva, più persona di compagnia che domestica.
La conversazione andava avanti da più di un'ora, quando si accorse che s'era fatto tardi e cortesemente mi invitò a cena.
Dopo qualche incertezza decisi di accettare.
Accese il focone , il fornello a carbone che ormai si chiama barbecue, e incaricò la donna di arrostire la carne di castrato e di manzo.
Mi aspettavo che offrisse il vino della zona, corposo acido imbevibile.
Invece, tornò dalla cantina con una bottiglia di Verduno Pelaverga imbottigliato nella cantina Burlotto l'anno precedente -un vino piemontese prodotto da una casa vinicola importante-, una raffinatezza soprattutto nella remota Sicilia anni '80. Alla fine del pasto servì un Framboise, una grappa di fragole secca e forte che mi dette un senso di benessere ulteriore.
Nonostante fossimo entrambi avanti negli anni si creò una vera e solida amicizia che si è protratta sino all'autunno scorso, quando morì di notte in quella casa di campagna.
La sera precedente aveva ucciso Salva con un unico colpo di revolver e si era imbottito di sonniferi, tanti da dargli di sicuro l'eterno riposo. Due fini pietose, insomma, per evitare le devastazioni dell'ultimo declino.
Mi aveva detto un giorno che condivideva il pensiero di Sofocle a proposito della morte: "La miglior sorte che possa capitare all'uomo è addormentarsi e morire."
I Lari della casa, con l'aiuto della chimica moderna, lo avevano accontentato.
Aveva predisposto ogni particolare per quel momento. Una cugina, di cui si fidava molto, Maria Catena, era depositaria di quaranta milioni in contanti per affrontare le spese funebri e quelle accessorie. Aveva lasciato scritto che lo cremassero e che l'urna con le ceneri fosse collocata nel nudo terreno del cimitero di Melía, nell'ambito della tomba dei genitori, con la sola indicazione del nome, del cognome e degli anni di nascita e di morte.
Destinò la masseria all'unico nipote maschio che viveva negli Stati Uniti. Il resto del patrimonio di famiglia ai figli perché se lo dividessero a comodo loro. Le riviste alla biblioteca di Letojanni, i libri a quella di Gallodoro; a me le carte, un'opera in due volumi che narrava il viaggio nel Sud-Italia e in Sicilia dell'inglese George Cockburn, luogotenente generale dell'esercito di sua maestà britannica, lo squinternato Giorgio III di Hannover, gli scritti di Leonardo Sciascia e di Vincenzo Consolo, vari volumi di poesie di Evgenij Evtusenko e un piccolo quadro a olio raffigurante "La casa rossa" sulla strada statale per Taormina con lo sfondo dell'Etna innevato. Non me ne aveva mai accennato.
Mi vennero consegnati il dipinto -scoprii qualche giorno dopo che era dell'ungherese Tidavar Csontvary detto Kosztka, un artista vissuto nella città sul monte Tauro tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento-, i libri e quindici faldoni di documenti che sistemai in un solaio della mia casa, a Letojanni.
Anche il cane Piede mi fu dato da sua cugina Catena. Era un bell'animale di otto anni fatti, grande guardiano. Ma dopo meno d'una settimana se ne scappò via in montagna e mi hanno detto che si è imbrancato con altri cani inselvatichiti e che danni hanno arrecato a greggi e pollai. La gente di Melìa ne ha abbattuti tanti di quei cani selvaggi come lupi, ma Piede mai s'è fatto prendere. Anzi ha osato attaccare un uomo, il postino di Mongiuffi che una volta alla settimana effettua a cavallo le consegne nelle zone più sperdute, sprovviste di strada carrozzabile e raggiungibili per tratturi e impervi sentieri. Un servizio fuori ordinanza, svolto senza alcun permesso dell'amministrazione solo per venire incontro agli anziani contadini che abitano lontano dal paese. Ed, essendo la stagione della caccia, l'uomo stava viaggiando con il fucile, una doppietta caricata a pallini fini per il probabile incontro di una pernice o di una beccaccia. Visto che il pastore tedesco gli ringhiò minaccioso, gli sparò un paio di schioppettate, più per spaventarlo che per altro. Quando il cane per nulla intimorito -uso ad accompagnare a caccia il suo padrone, era abituato al fragor di fucilate- reagì avventandosi su di lui, riuscì a difendersi usando l'arma come bastone e, spronata la cavalcatura, ad allontanarsi di volata.
La scorsa estate mi è venuta la voglia di curiosare tra le carte di Ninì e, in mezzo alle tante cose ben ordinate che ho trovato, ci sono novantasei racconti di varia consistenza. Alcuni sono semplici stelloncini.
Il dottor Alogna, alto funzionario della pubblica amministrazione, è stato per tutta la vita un lettore curioso e appassionato e ha scritto centinaia di pagine di commento ai libri, soprattutto di narrativa, che, negli anni, ha letto. Particolarmente lusinghieri e appropriati i giudizi sugli scritti di Leonardo Sciascia e di Vincenzo Consolo, di cui era approfondito estimatore. Tra gli altri c'è il volume del 1981 "La palma va al Nord", proprio di Sciascia. Alla pagina 3 è sottolineata questa frase: «Parlando di politica Borges diceva.che se ne era occupato il meno possibile, tranne che nel periodo della dittatura. Ma quella -aggiungeva- non era politica, era etica.»
Le poesie di Evgenij Evtusenko erano tutte annotate e nelle poesie d'amore c'era una fotografia che ritraeva il poeta con Ninì Alogna, scattata a Taormina, vicino alla Villa Comunale, in occasione d'una delle visite del russo alla città del monte Tauro, a testimonianza che l'amore per la letteratura s'era congiunto con la conoscenza personale.
Negli appunti ho trovato una solida cultura classica, consapevole delle più moderne correnti di pensiero, alimentata dalla frequentazione di alcuni importanti strumenti critici come il bimestrale Belfagor , fondato da Luigi Russo. Anche una insospettabile attenzione e forte simpatia per i movimenti studenteschi del '68 e degli anni '70 con alcune precise testimonianze inoppugnabili: ricevute di versamenti per sottoscrizioni dei movimenti -Soccorso rosso e i loro giornali- fatte tutte da un tal Ernesto Rossi, di sicuro un nome fittizio e allusivo.
Mi sono chiesto il perché della donazione di quei ricordi personali e mi sono risposto che la ragione va trovata nel mio mestiere di mercante di santini, persona attenta alle cose vecchie anche non preziose, attaccata ai ricordi propri e altrui che, attraverso le flebili testimonianze degli oggetti, riesce a ricostruire devozioni e, soprattutto, sentimenti.
Non ho ancora esaminato tutto il materiale che mi ha lasciato Ninì. Procedo lentamente per gustarmi ogni particolare del suo lavoro di scrittura, svolto in silenzio, nei momenti liberi dagli impegni dello Stato. E per capire il mistero di quella fine oscura, un omicidio e un suicidio come in una drammatica vicenda passionale.
Qui, di seguito, è pubblicato uno dei suoi racconti -unitamente alla sua appendice-, quello che mi è capitato tra le mani per primo: infatti, fu trovato aperto alla pagina contenente il "Post scriptum" sulla scrivania nello studio della masseria. Un'unica storia divisa in tre parti: la visuale di lui, Filippo Taluto, detto Fifì; quella di lei, Virginia Leveida (Leveida, il semplice anagramma del cognome della monaca di Monza, Virginia De Leiva); e una terza di cui non vi dirò. Leggerete e giudicherete.
1 Evgenij Evtusenko, Poesie d'amore tradotte da Evelina Pascucci, New Compton editori, Roma 1986.
2 'Nzuddi, mostaccioli messinesi. Secondo alcune fonti debbono il loro nome alla monache vincenzine (in dialetto vincinzuddi ), che a Messina iniziarono a produrre questi semplici e gustosi biscotti di farina, mandorle e miele.
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