Agrò e la scomparsa di Omber

E' uscito in libreria:

"Agrò e la scomparsa di Omber"

Marsilio Editore

"C'è qualcosa di affascinante in ciò che la sofferenza morale può fare a una persona che, nella maniera più evidente, non è debole o irresoluta...Una volta che sei nella sua morsa, è come se, per liberartene, le dovessi permettere di ucciderti."

Philip Roth, La macchia umana, Einaudi Torino 2000
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Fragilità Comuni Stampa
Scritto da Domenico Cacopardo   
lunedì 01 agosto 2011

Ci sono notevoli differenze nelle linee di difesa adottate da Pier Luigi Bersani e da Giulio Tremonti: per il primo il tentativo di minimizzare il proprio ruolo nel contatto tra Gavio e Penati, e il ricorso all'iperbole che non può essere verificata, cioè all'idea veramente ardita sotto il profilo giuridico e processuale della class action.

Un'iperbole, però che ha in sé l'aspirazione di essere considerata 'minaccia', secondo il più e vieto e consumato stile autoritario, tipico di una certa generazione di gerarchi di provincia che, soprattutto in Emilia Romagna hanno monopolizzato il governo del Pci prima, del Pds, dei Ds e del Pd poi. Uno stile che ha sempre coniugato la concretezza 'politica' dei democristiani , soprattutto nella versione dorotea (efficaci esempi di parte del 'modello emiliano'), alla spietatezza dei regimi a cui si ispirava (non dimentichiamo le varie crocifissioni virtuali ma dotate di grande efficacia subìte anche a Parma da chi non sposava l'ortodossia) l'ideologia marxista.

Molti hanno criticato il ruolo di Bersani nel porre in contatto l'imprenditore Gavio e il manager politico Penati e hanno anche posto in rilievo l'errore di attribuire quel contatto al periodo in cui era ministro dell'industria. Il contatto, invece, sarebbe avvenuto ben prima: quando Bersani era semplice deputato, anche se ex ministro dei trasporti. Ma nessuno ha ricordato che Marcellino Gavio, imprenditore delle costruzioni, è stato a suo tempo investito dal ciclone Tangentopoli e che da esso si è difeso con una provvidenziale fuga in Brasile, durante tutto il tempo necessario per evitare di essere -come da richiesta della magistratura milanese- ristretto nelle patrie galere. E che questa circostanza fosse nota a tutti, come l'altra che dalla bocca di Gavio non era uscito nessun nome e nessuna ammissione. Due fattori questi ultimi che avrebbero dovuto rendergli da un lato difficile il rapporto con il mondo delle autorità votate alla trasparenza e all'onestà delle procedure, e ben accetto a coloro che intendevano fare affari con il ricchissimo, potente e disinvolto imprenditore. È su questi aspetti che Bersani sorvola e, sorvolando, accentua gli elementi di dubbio e di sospetto sulla sua azione, colpita anche dal caso Pronzato. Un altro degli uomini a lui vicini, portato a Roma da un predecessore ai Trasporti, l'attuale presidente della Regione Liguria, più per rapporti di partito genovesi che per esperienza amministrativa: nominato responsabile del settore del Pd e, quindi, spedito nel consiglio di amministrazione dell'Enac per tutelare e promuovere interessi non proprio trasparenti.

Non sono tanto gli episodi di sospetta corruzione che rendono il Pd simile al Pdl, quanto le goffe difese messe in campo dal suo dirigente massimo compresa la retorica delle dimissioni (in realtà Penati non s'è affatto dimesso dal consiglio regionale della Lombardia, ruolo che gli dà -e gli dava negli ultimi tre anni- il potere che gli serve per rimanere nel gioco).

Quando poi le critiche legittime vengono ascritte alla cosiddetta macchina del fango, abbiamo aggiunto alla inefficace minaccia della class action, un'operazione di stampo stalinista: il rovesciamento a proprio consumo dei fatti, imputando a chi esercita il diritto di cronaca e di formulare rilievi a Bersani e al suo partito (nave senza nocchier in gran tempesta), un improbabile volontà di infangare: i fatti, sono i fatti che sono discutibili sotto il profilo morale e politico, non chi li pone in rilievo.

Non c'è dubbio che, sull'altro fronte, la linea di Giulio Tremonti sia estremamente fragile. La questione non è perché il ministro dell'economia abbia accettato l'ospitalità dell'onorevole Milanese, ma perché Milanese fosse il suo uomo di fiducia delegato a negoziare le nomine, il punto più cruciale e delicato dell'azione di un ministro, soprattutto dell'economia. A parte la dichiarazione di ammissione di un errore, assolutamente ridicola: “Ho pagato mille euro la settimana all'onorevole Milanese per l'ospitalità che mi offriva e li ho pagati in contanti, rilevandoli dal mio stipendio di ministro e, per la parte eccedente, dalle mie personali disponibilità tutte tracciabili.”

Vi sembra normale un simile comportamento? O non sembra piuttosto quella che a Napoli si chiama “pezza a colore” inventata a posteriori da un collegio di avvocati di provincia per metterlo al riparo dalla possibile accusa di concussione o di corruzione?

Ma la questione sostanziale è sempre la seguente: c'è un argomento convincente che possa giustificare la fiducia concessa a Milanese? E l'illegittimità -in passato più volte stabilita dalla Corte dei conti- di avere chiamato a lavorare come consulente in un ministero un parlamentare della Repubblica in evidente conflitto di interessi? Certo, in un governo Berlusconi, il conflitto di interessi non è ragione di censura, semmai di ammirazione. Ma si può ammettere che il ministro dell'economia si appoggi a una persona che opera una moderna simonia (la vendita di 'nomine' in cambio di concreti benefici)  e non controlli il suo operato?

Del resto il suo capo di gabinetto Fortunato (già capo di gabinetto di Di Pietro ai lavori pubblici) riferisce all'autorità giudiziaria in toni critici il peso di Milanese nelle nomine e in tanti altri aspetti della gestione ministeriale. E allora? Fortunato parla con i pubblici ministeri ma non parla con il suo ministro? Non gli ha mai riferito delle esondanti attività del pupillo e ospitante deputato di fiducia?

La seconda Repubblica sta sprofondando. Una specie di Titanic il cui timoniere Berlusconi si attarda nei saloni da ballo incurante dell'iceberg che ha investito la nave. Ma, proprio perché sta sprofondando, il professor Tremonti dovrebbe per un momento solo guardare al proprio curriculum professionale e scientifico e dimettersi.

L'ora della verità è indilazionabile e milioni di italiani potrebbero emettere un sospiro di sollievo.

Quanto a Bersani, dovrebbe anche lui porsi il problema di sbaraccare un personale politico troppo consunto da anni di immobile conservazione di piccole o grandi posizioni di potere senza un progetto spendibile a Roma come a Parma. E andarsene, liberando la sinistra democratica dell'ultimo degli equivoci rimasti in campo: il sottile mantello che si chiama Pd sotto il quale si riparano democristiani di sinistra (la cosiddetta sinistra economica) e comunisti ortodossi.

 

Domenico Cacopardo

Gazzetta-d.P.1.08.2011.jpg
 
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"Agrò e la scomparsa di Omber"

Marsilio Editore - dall'11 maggio 2011 in libreria

Agrò e la scomparsa di Omber

 

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