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Ci
sono notevoli differenze nelle linee di difesa adottate da Pier Luigi Bersani e
da Giulio Tremonti: per il primo il tentativo di minimizzare il proprio ruolo
nel contatto tra Gavio e Penati, e il ricorso all'iperbole che non può essere
verificata, cioè all'idea veramente ardita sotto il profilo giuridico e
processuale della class action.
Un'iperbole, però che ha in sé l'aspirazione di
essere considerata 'minaccia', secondo il più e vieto e consumato stile
autoritario, tipico di una certa generazione di gerarchi di provincia che,
soprattutto in Emilia Romagna hanno monopolizzato il governo del Pci prima, del
Pds, dei Ds e del Pd poi. Uno stile che ha sempre coniugato la concretezza
'politica' dei democristiani , soprattutto nella versione dorotea (efficaci
esempi di parte del 'modello emiliano'), alla spietatezza dei regimi a cui si
ispirava (non dimentichiamo le varie crocifissioni virtuali ma dotate di grande
efficacia subìte anche a Parma da chi non sposava l'ortodossia) l'ideologia
marxista.
Molti
hanno criticato il ruolo di Bersani nel porre in contatto l'imprenditore Gavio
e il manager politico Penati e hanno anche posto in rilievo l'errore di
attribuire quel contatto al periodo in cui era ministro dell'industria. Il
contatto, invece, sarebbe avvenuto ben prima: quando Bersani era semplice
deputato, anche se ex ministro dei trasporti. Ma nessuno ha ricordato che
Marcellino Gavio, imprenditore delle costruzioni, è stato a suo tempo investito
dal ciclone Tangentopoli e che da esso si è difeso con una provvidenziale fuga
in Brasile, durante tutto il tempo necessario per evitare di essere -come da
richiesta della magistratura milanese- ristretto nelle patrie galere. E che
questa circostanza fosse nota a tutti, come l'altra che dalla bocca di Gavio
non era uscito nessun nome e nessuna ammissione. Due fattori questi ultimi che
avrebbero dovuto rendergli da un lato difficile il rapporto con il mondo delle
autorità votate alla trasparenza e all'onestà delle procedure, e ben accetto a
coloro che intendevano fare affari con il ricchissimo, potente e disinvolto
imprenditore. È su questi aspetti che Bersani sorvola e, sorvolando, accentua
gli elementi di dubbio e di sospetto sulla sua azione, colpita anche dal caso
Pronzato. Un altro degli uomini a lui vicini, portato a Roma da un predecessore
ai Trasporti, l'attuale presidente della Regione Liguria, più per rapporti di
partito genovesi che per esperienza amministrativa: nominato responsabile del
settore del Pd e, quindi, spedito nel consiglio di amministrazione dell'Enac
per tutelare e promuovere interessi non proprio trasparenti.
Non
sono tanto gli episodi di sospetta corruzione che rendono il Pd simile al Pdl,
quanto le goffe difese messe in campo dal suo dirigente massimo compresa la
retorica delle dimissioni (in realtà Penati non s'è affatto dimesso dal
consiglio regionale della Lombardia, ruolo che gli dà -e gli dava negli ultimi
tre anni- il potere che gli serve per rimanere nel gioco).
Quando
poi le critiche legittime vengono ascritte alla cosiddetta macchina del fango,
abbiamo aggiunto alla inefficace minaccia della class action, un'operazione di
stampo stalinista: il rovesciamento a proprio consumo dei fatti, imputando a
chi esercita il diritto di cronaca e di formulare rilievi a Bersani e al suo
partito (nave senza nocchier in gran tempesta), un improbabile volontà di
infangare: i fatti, sono i fatti che sono discutibili sotto il profilo morale e
politico, non chi li pone in rilievo.
Non
c'è dubbio che, sull'altro fronte, la linea di Giulio Tremonti sia estremamente
fragile. La questione non è perché il ministro dell'economia abbia accettato
l'ospitalità dell'onorevole Milanese, ma perché Milanese fosse il suo uomo di
fiducia delegato a negoziare le nomine, il punto più cruciale e delicato
dell'azione di un ministro, soprattutto dell'economia. A parte la dichiarazione
di ammissione di un errore, assolutamente ridicola: “Ho pagato mille euro la
settimana all'onorevole Milanese per l'ospitalità che mi offriva e li ho pagati
in contanti, rilevandoli dal mio stipendio di ministro e, per la parte
eccedente, dalle mie personali disponibilità tutte tracciabili.”
Vi
sembra normale un simile comportamento? O non sembra piuttosto quella che a
Napoli si chiama “pezza a colore” inventata a posteriori da un collegio di
avvocati di provincia per metterlo al riparo dalla possibile accusa di
concussione o di corruzione?
Ma
la questione sostanziale è sempre la seguente: c'è un argomento convincente che
possa giustificare la fiducia concessa a Milanese? E l'illegittimità -in
passato più volte stabilita dalla Corte dei conti- di avere chiamato a lavorare
come consulente in un ministero un parlamentare della Repubblica in evidente
conflitto di interessi? Certo, in un governo Berlusconi, il conflitto di
interessi non è ragione di censura, semmai di ammirazione. Ma si può ammettere
che il ministro dell'economia si appoggi a una persona che opera una moderna
simonia (la vendita di 'nomine' in cambio di concreti benefici) e non controlli il suo operato?
Del
resto il suo capo di gabinetto Fortunato (già capo di gabinetto di Di Pietro ai
lavori pubblici) riferisce all'autorità giudiziaria in toni critici il peso di
Milanese nelle nomine e in tanti altri aspetti della gestione ministeriale. E
allora? Fortunato parla con i pubblici ministeri ma non parla con il suo
ministro? Non gli ha mai riferito delle esondanti attività del pupillo e
ospitante deputato di fiducia?
La
seconda Repubblica sta sprofondando. Una specie di Titanic il cui timoniere
Berlusconi si attarda nei saloni da ballo incurante dell'iceberg che ha
investito la nave. Ma, proprio perché sta sprofondando, il professor Tremonti
dovrebbe per un momento solo guardare al proprio curriculum professionale e
scientifico e dimettersi.
L'ora
della verità è indilazionabile e milioni di italiani potrebbero emettere un
sospiro di sollievo.
Quanto
a Bersani, dovrebbe anche lui porsi il problema di sbaraccare un personale
politico troppo consunto da anni di immobile conservazione di piccole o grandi
posizioni di potere senza un progetto spendibile a Roma come a Parma. E
andarsene, liberando la sinistra democratica dell'ultimo degli equivoci rimasti
in campo: il sottile mantello che si chiama Pd sotto il quale si riparano
democristiani di sinistra (la cosiddetta sinistra economica) e comunisti
ortodossi.
Domenico
Cacopardo
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