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Come risolvere un intricato giallo con il metodo mediterraneo... Tra versi di Quasimodo, nostalgia di arancini e cannoli, ricordi della bella Sicilia lontana.
«Già vola il fiore magro/dai rami. E io attendo/la pazienza del suo
volto irrevocabile»: come un "breviario laico" la saggezza lirica di
Salvatore Quasimodo guida i pensieri e le intuizioni del dott. Italo
Agrò, sostituto procuratore siciliano di stanza a Roma, che nell'ultimo
romanzo è alle prese con la scomparsa del commerciante marchigiano Omber
Paglietta e del suo autista, personaggi legati al precedente giallo
"Agrò e la deliziosa vedova Carpino". Anche in "Agrò e la scomparsa di
Omber" (Marsilio, pp. 310, euro 18), Domenico Cacopardo – piemontese di
nascita ma figlio di un siciliano di Letojanni e che ha trascorso
nell'isola la sua prima infanzia – dispiega la sua abilità di giallista
superando allo stesso tempo la dimensione classica del giallo, alla
ricerca di una dimensione narrativa più aperta, abitata da riferimenti
colti, filosofici, elegantemente enigmatici, dai tratti sociali,
politici e fortemente letterari.
Col suo sguardo molto "mediterraneo"
Agrò va alla ricerca di indizi annusando luoghi e situazioni, alla
ricerca di odori, sapori, sensazioni, di segni, di incastri possibili e
soprattutto di vuoti da riempire con ipotesi plausibili. Col suo
"metodo" investigativo molto personale, Agrò riesce a districarsi in un
giro cupo di corruzione legata a finanziamenti illeciti e giri criminali
internazionali, prostituzione, tresche che coinvolgono i protagonisti
dei delitti tra le Marche, Roma e Malta, in un caso che vede la
«scialba, insospettabile Elisabetta Diolosa», segretaria del
commerciante, al centro di un vortice alquanto perverso.
Un giallo enigmatico e asciutto, ricco di flussi di ricordi e di
pensieri, dove si riconosce il piacere della scrittura e del racconto,
con riferimenti psicanalitici, doppi sensi, descrizioni accurate,
dialoghi sentimentali con la sua Roberta, citazioni artistiche
sull'amato Caravaggio e Lorenzo Lotto, l'omaggio a Houellebecq e il suo
romanzo "La carta e il territorio". Il tutto sullo sfondo di una realtà
politica dei primi anni '90 in disfacimento, una Prima Repubblica che si
decompone che sembra avvicinarsi alla crisi del sistema politico
odierno.
L'autore, osservatore e viaggiatore di sicuro affidamento, disegna una
geografia del caso che diventa spesso un'affascinante topografia di
riferimento, con Roma che si staglia nei suoi angoli più risconoscibili e
nascosti insieme (Campo dei Fiori, ponte Milvio, piazza Farnese, Santa
Prisca, piazza del Fico, piazza del Melograno.), tanti ristoranti,
osterie e bar che diventano luoghi di sosta, di letture, di riflessioni e
intuizioni.
Su tutto il divenire narrativo scorre una nostalgia sottile e profonda
che pervade Agrò e i suoi pensieri quotidiani, «non la solita nostalgia
di Sicilia, qualcosa di più complesso», una «continua riconquista» che
offre ad ogni ritorno nell'isola «un senso di piacere fisico da possesso
pieno». Una ricerca di Sud che si anima in tanti elementi gustosi, da
quelli gastronomici (le cassate e pignoccate, i pistacchi e i cannoli,
gli arancini trovati a Malta, così come 'nzuddi e i piparelli da
inzuppare col caffè), marini (la pesca col "bardasciuni" sul mare
davanti a Capo Taormina), storici (la figura del chirurgo Durante,
grande luminare internazionale gloria di Letojanni).
Agrò va e viene, sicuro che ogni siciliano sia come Ulisse che inizia il
suo viaggio non appena compie «il primo passo fuori dal suo villaggio
nella sua isola». La Messina degli studi al "Maurolico", le "pescate"
sotto il cielo stellato di Sant'Alessio, la tenerezza dei genitori, i
contrafforti dei Peloritani, Mazzarò, Capo S.Alessio, Savoca con le
catacombe di S.Anna, la città vecchia, il bar del padrino, Roccafiorita,
Limina sono luoghi del ritorno, paesaggi di bellezza esteriore e
interiore. Coi versi di Quasimodo che scorrono lievi: «Nel giardino si
fa rossa l'arancia impercettibile il tempo danza sulla sua scorza.».
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