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estate 1750
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esilio
"Confinato a Luppinarìa, a non meno di quattro ore di cavallo dal più vicino villaggio, don Nicola, secondogenito del marchese Silverio Límiri di San Gabriele, mordeva il freno. Alloggiava in una casa abbastanza confortevole costruita dal nonno materno,il barone don Augusto Tariano di Torre Mozza, per i soggiorni di caccia che occupavano in prevalenza il suo tempo. Il barone amava, infatti, passare alcuni mesi dell’anno in quel luogo remoto insieme alla bellissima moglie spagnola, donna Asuncion Blanco Pirantos, anche lei appassionata dell’arte venatoria. Entrambi preferivano le battute agli animali ungulati ai quali tiravano con l’arco, l’arma di cui erano esperti e che usavano con eccezionale destrezza. I loro accompagnatori recavano, però, fucili, pistole e coltellacci, in modo che, nel caso in cui il capriolo, il cervo o il cinghiale feriti li avessero attaccati, fossero pronti ad abbatterli, eliminando ogni pericolo per i nobili cacciatori.
Don Nicola aveva tentato di emulare i due famosi arcieri, ma, visti i modesti risultati, aveva preso a usare le normali ingombranti armi da fuoco molto scomode da maneggiare. Ne portava con sé un certo numero per caricarle tutte poco prima di iniziare e per disporre al momento opportuno di più colpi. Era abbastanza veloce a dar fuoco alle polveri con l’acciarino, sicché, al bisogno, riusciva a esibirsi in una vera e propria fucileria.
Luppinarìa era su un pianoro tra i Peloritani e i Nebrodi, all’interno della Sicilia, a metà strada tra la costa tirrenica e quella ionica. Un posto situato molto in alto: ogni inverno la neve abbondante vi rimaneva per almeno un mese isolandola dai paesi più prossimi.
La casa e il muro perimetrale erano stati realizzati nella seconda metà del Seicento in calcarenite, la bionda e costosa pietra di Tafalia. I pavimenti erano di marmo bardiglio, dal colore tenue, tratto da una cava vicina a Kaggi in Val d’Emone. Un fabbricato semplice di dimensioni limitate: oltre a una sala da pranzo che fungeva anche da cucina, comprendeva tre stanze da letto e alcuni magazzini. Il mandrile era discosto, fuori dal cortile recintato che, insieme al portico, dava al complesso una gradevolezza architettonica che si accompagnava alla possibilità di godere, d’estate, di piacevoli zone ombreggiate. All’aperto era stato posto un vasto focolare per arrostire le carni. In prossimità della stalla sorgeva un altro edificio, più piccolo del precedente, nel quale erano sistemati, oltre al personale di servizio, alcuni mandriani e contadini. C’era, tuttavia, un’altra particolarità che rendeva piacevole l’abitare in quella specie di eremo. A circa trecento passi si trovava una racalìa, una sorgente la cui acqua, gelida e leggera, era stata canalizzata. La condotta, in prossimità della casa padronale, si biforcava: un braccio attraversava la stanza di decenza, scorrendo sotto ad alcune larghe assi, l’altro si dirigeva direttamente al cortile alimentando una fontana e un’ampia gerbia alla quale gli animali domestici potevano abbeverarsi. I cristiani, dal canto loro, la usavano d’estate per tuffarsi e rinfrescare le membra accaldate.
Per Nicola, le giornate insieme alla scialba Assuntina Raiola, la moglie, ai figli, una domestica e Michele Misserione, il mandriano scelto come uomo di fiducia, non passavano mai. La caccia, alla quale si dedicava abitualmente, lo aveva stancato. Trascorreva il tempo sdraiato sul letto e si alzava solo per mangiare qualcosa. In casa si sapeva che gli piacevano la farfiata e i maccheroni e glieli cucinavano quasi tutti i giorni: ma l’isolamento al quale era costretto gli aveva tolto il piacere della tavola. Così si nutriva soltanto di pignoccate, croccanti e, dato che la ricotta abbondava, speziate cassatine. Quei dolci zuccherosi lo avevano appesantito, deformando, con la pinguedine, il fisico un tempo asciutto e scattante. E il suo aspetto obeso e trasandato era aggravato dalla bassa statura e da un volto arrotondato in cui gli occhi erano piccole fessure. I capelli incolti, la barba lunga e un mantellaccio di lana grezza tessuta in casa, le rare volte in cui si muoveva intorno alla masseria sembrava un selvaggio. Aveva fatto collocare il letto di fronte a una grande porta-finestra. Da lì, nel dormiveglia, seguiva lo svolgersi della giornata, dall’alba al tramonto: al mattino il risveglio di contadini e famigli, poi l’Angelus, il pranzo e, prima che scendesse la notte, il Vespero.
Non cantava più da tempo con la sua voce calda e profonda le romanze e le canzoni della tradizione siciliana e, quando la moglie cercava di invogliarlo, le rispondeva sgarbato che non ne aveva voglia. Gli mancavano le sue amanti, Matilde e Antonia, e quella specie di domicilio coatto gli era diventato insopportabile. Sua moglie Assuntina, una creatura giunonica che non si era mai curata del proprio corpo, cercava di rincuorarlo, e, soprattutto, di approfittare dell’isolamento per ricondurlo al talamo coniugale. Infatti i loro rapporti erano ripresi, ma Nicola non dimostrava alcun entusiasmo. Chiudeva gli occhi e immaginava di essere con una delle sue appassionate compagne d’amore. Non riusciva però a ingannare se stesso e il proprio desiderio che veniva soddisfatto con frettolosa malagrazia.
Del resto, Assuntina, timorata di Dio ed educata alla più stretta verecondia, benché ancora giovane –aveva appena trentuno anni-, non era più capace di risvegliare in lui nemmeno una parvenza di passione. Lei rammentava i primi mesi di matrimonio e quel giovane ardente che non era mai stanco di averla: vedere ora che la prendeva econsumava in brevi amplessi un desiderio distratto, più per passare la serata che per ritrovarsi con lei, la umiliava profondamente. Assuntina piangeva spesso, esasperando ulteriormente il marito, che sognava di fuggire da quell’eremo e poi di rotolarsi con Matilde o Antonia che sapevano bene come accenderlo. Sorgeva allora in lui il rancore proprio verso Matilde, la più bella delle sue amanti, la cognata che lo aveva sedotto, inducendolo a tradire il fratello Giulio. Aveva capito bene di avere commesso un’infamia imperdonabile, una specie di incesto, e che la conseguenza naturale sarebbe stata la morte. Ma da ciò non faceva discendere un comprensibile senso di colpa o la rassegnazione per la sorte, tutto sommato benigna, che stava subendo. Per Nicola la questione non era questa. “L’uomo”, si diceva, quando si soffermava a riflettere, disteso sul letto in attesa del sonno, “è per sua natura cacciatore. La colpa quindi è solo di Matilde, la femmina che mi ha voluto suo amante. Imprudente com’è si è fatta scoprire facilmente.”
Risparmiato dalla morte fisica, Nicola erastato condannato all’esilio a Luppinarìa, lontano da tutti, in preda a una noia mortale. Ora, mano a mano che i mesi, uno dopo l’altro, in quel luogo solitario passavano, all’uomo sembrò di provare un inatteso sentimento mistico: pensò alla religione e sperò di rinvenire in essa la consolazione che non trovava in famiglia.
Assuntina, accortasi del mutamento, rallegrata dall’avvicinamento alla Chiesa e alla moralità, lo assecondò. Aveva sentito parlare di fra’ Felice da Nicosia, un santo uomo che, prima di diventare cappuccino, era stato un modesto calzolaio, ereditando mestiere e bottega del padre. Si diceva che un giorno, vedendo un povero arrancare con le scarpe sfondate, lo avesse invitato a toglierle e gliele avesse riparate così, semplicemente passando su di esse il dito indice bagnato con la propria saliva. Un’altra volta in mezzo all’arida campagna, sentiti due viandanti lamentarsi per la sete, aveva preso una cesta materializzando in essa l’acqua. Non una goccia del liquido s’era dispersa, permettendo ai disgraziati di dissetarsi a volontà e di riprendere il loro viaggio faticoso.
La fama del fraticello era corsa per le contrade della Sicilia spingendo migliaia di persone a rendergli visita, per chiedergli una grazia. Un tipografo di Nicosia, già devoto di san Nicolò, aveva stampato le immagini del frate, secondo un ritratto a matita disegnato da un cieco pio e fedele in attesa del prodigio della restituzione della vista. L’uomo era stato, di sicuro, ispirato dalla Grazia divina. E questi piccoli fogli, benedetti personalmente dal riverito sacerdote, collocati entro pesanti cornici dorate, erano venerati ovunque: non c’era angolo o piazza o chiesa siciliana dove non fossero esposti in piccole teche di fronte a decine di credenti in preghiera che ne lodavano le miracolose virtù e taumaturgiche. Molti paesi erano addirittura entrati in competizione. Si contendevano il primato dell’efficacia dell’immagine di fra’ Felice. I devoti che non potevano raggiungerlo correvano, quindi, a pregare innanzi alla raffigurazione che in quel momento era considerata la più portentosa, avendo operato il miracolo più recente.
Assuntina Raiola prese a recitare le orazioni con il marito e non passava giorno senza che lo incitasse al pellegrinaggio a Nicosia. La sua ingenua fede in fra’ Felice, alla fine, lo convinse, nonostante la paura di contravvenire agli ordini del fratello, che gli aveva imposto di non allontanarsi per nessun motivo da quel luogo minacciandolo di terribili ritorsioni. Così, accompagnato da Michele Misserione, partì di notte per Nicosia, una città importante nella quale dimoravano ventiquattro baroni, eminenti burgisi e una sterminata massa di fittavoli e braccianti. Strada facendo, si aggregò a un gruppo di penitenti e, dopo un lungo viaggio, riuscì a vedere il sant’uomo e a parlargli.
Il frate, che alloggiava nel convento dei Cappuccinelli e celebrava nella minuscola chiesa della Madonna dei Miracoli, dal prezioso tabernacolo di ebano e avorio, lo stupì subito, dicendogli: «Avete già trentacinque anni e dovreste essere in grado di comprendere la differenza tra il bene e il male.»
Il giovane, che era in ginocchio, incapace di profferire parola, scoppiò a piangere e abbracciò le gambe del religioso, affondando il viso nella tonaca. Poi, disgustato dal cattivo odore dell’indumento, si allontanò implorando fra’ Felice di aiutarlo, di fargli il miracolo.
Il prete sembrò spazientirsi e, con voce stridula, gridò: «Allontanatevi dal peccato! Cercate la luce nella parola di Gesù e nella fede cristiana. Vi ammonisco solennemente: cambiate vita! Vedrete che le vostre tribolazioni, dopo l’attesa di preghiera, avranno termine. Riavrete il ruolo che vi spetta tra gli uomini secondo la volontà del Padre.»
Il messaggio, in realtà, era abbastanza oscuro e misterioso come un antico responso. Ma Nicola credette che la profezia gli avesse promesso il posto che meritava nella famiglia Límiri e tra i nobili siciliani.
Lui aveva generato due figli maschi, uno dei quali sarebbe diventato marchese di San Gabriele, dando continuità alla casata. Lui, solo lui, ingiustamente punito, avrebbe un giorno dimostrato a tutta la nobiltà siciliana di essere migliore di suo fratello. E, mentre questi pensieri gli affollavano la testa, alimentando il rancore per quella che riteneva un’ingiustizia, si vide in guerra per il re Borbone contro il barbaro esercito ottomano, vincitore eroico della battaglia, proclamato salvatore del reame e della cristianità. Con queste idee di grandezza e fiducioso nella Grazia divina, rientrò a Luppinaría più sicuro del proprio destino."
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