Capitolo 1
Priscitta avvisa i carabinieri.
L'appuntato Pessina si rigirò sulla branda : "che brutto sogno... quei colpi...ma...non è un sogno. C'è qualcuno alla porta della caserma...".
A fatica Pessina si alzò, andò all'uscio ed aprì lo spioncino:"chi è, chi siete?".
"Sono Peppino, sono persona del cavaliere, vengo dalla Mosca, è successa una disgrazia, stanotte. Chiamate il maresciallo, dovete venire subito!".
Erano le sei e un quarto, quando lentamente, con il passo pesante per la levataccia, il maresciallo Capellaro e l'appuntato Pessina, accompagnati da Peppino, andarono a chiamare il dottore Cudullo e si incamminarono per la Mosca, il grande podere del cavalier Chillèa mezza costa sulla collina di Ciriolo.
Peppino a fatica, ansando, aveva raccontato la disgrazia: che il massaro Talìo era stato sparato per sbaglio dal cavaliere e che la moglie era corsa subito alla masseria, appena Peppino, scendendoa Letojanni, prima di passare dai carabinieri, l'aveva avvisata che c'era stato un incidente e che il marito era ferito grave.
Erano passate le sette, quando i quattro arrivarono al casale issato lassù a dominare la proprietà e il paese e la strada di Gallodoro: faceva freddo e nuvole nere entravano da grecale promettendo altra pioggia gelida.
Il grande spiazzo d ' arrivo era deserto e due cani da caccia corsero incontro ai visitatori abbaiando.
L'anta destra dell'imponente portone era aperta .
Sull' ingresso, in parte sulla soglia ed in parte sul pavimento della stanza, si spandeva una vasta chiazza di sangue. Uno straccio impregnato di rosso era vicino alla porta.Talìo era disteso su un divano grande, ma non grande abbastanza da contenerlo tutto. Sicché le gambe si divaricavano: una, piegata, era sul sofà e l'altra scendeva sino a terra.
Cudullo si avvicinò, lo toccò, disse "chistu morse", cioè "questo è morto",e si appoggiò allo scrittoio dove il venerdì di ogni settimana il cavalier Chillè e Talìo, sul far della sera, facevano i conti.
Un forte odore di polvere da sparo e le imposte appena dischiuse rendevano lascena irreale, come fosse filtrata da un velario, quelli delle chiese siciliane durante la settimana santa.
L’appuntatosi avvicinò alla finestra, la spalancò e si guardò intorno nell‘ ambiente finalmente illuminato dalla luce del giorno .
Così, accanto allo scrittoio, trovò appoggiato il fucile, una doppietta , dell ‘ usuale calibro dodici . Nel cassetto , aperto , una scatola di cartucce del piombo sei , adatto ai volatili di grossa taglia , e un pacco di pallettoni , per ungulati . La scatola delle cartucce era spalancata e semivuota . Seduta per terra nell’angolo, dal lato della porta , c’era Francesca, la vedova,impietrita, lo scialle sulla testa:di tanto in tanto tremava, scossa da brividi.
Poi Pessina , insieme al maresciallo , si avvicinò al cadavere e cominciò ad esaminarlo.
Il vestito marrone scuro di velluto,presentava uno squarcio profondo sul lato sinistro proprio sotto l’ascella, più ampio nella parte anteriore del busto, più ristretto alle spalle.
La parte interna della manicaera abbruciacchiata come gran parte di quel lato del gilet. Il maresciallo chiamò “dottore, dottore, venite a vedere! Il certificato dovete fare”.
“Prima voglio parlare al cavaliere, maresciallo, chissà com’è scosso, con quello ch’è successo. Peppino, accompagnatemi dal padrone!” rispose Cudullo.
Così i due aprirono la porta del corridoio ed entrarono nella stanza di sinistra, la camera da letto: il cavaliere non era coricato, stava su una grande sedia a sdraio. Il letto matrimoniale era perfettamente conzato e non sembrava essere stato usato per la notte.Chillè era un uomo alto ed imponente. Un inizio di pancia, appena accennato, contribuiva a renderne importantel‘aspetto. Don Carmelo Chillè era stato fatto cavaliere da poco tempo, giovanissimo per quella onorificenza che sostituiva un titolo di studio, dopo che aveva reso segnalati servigi al partito liberale, sia con generose contribuzioni in danaro che con i numerosi voti di cui disponeva.
Era considerato uomo da rispettare, perché cauto, ma deciso, intelligente, ma non fantasioso, un uomo solido insomma al quale non conveniva fare sgarbo.
“Venite, venite”, il cavaliere disse a Cudullo e, a Peppino“chiama Betta e fai fare il caffè. Porta il latte, il pane ed i biscotti all’anice.
Apparecchia la tavolo della cucina. Devi dire al maresciallo di passare in cucina che noi veniamo subito. Acqua al dottore che si deve lavare.”
Rimasti soli, il cavaliere fece “ una disgrazia grave, dottore, diluviava e sentii muovere alla porta. Ci dissi chi è?
Nessuno rispose. Presi il fucile e chiamai di nuovo, ma nessuno rispose. Insomma mi parve un ladro, e lo sparai. Ecco come è successo”.
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