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Silvana La Spina - La bambina pericolosa Stampa
Scritto da Domenico Cacopardo - L'Unità   
domenica 02 novembre 2008

 

Silvana La Spina, La bambina pericolosa, Mondadori editore, euro 18,00

«È il gran privilegio di nascere in Sicilia...», dichiara il maresciallo dei Carabinieri...Perché la Sicilia è troppo grande per essere dappertutto uguale a se stessa... Insediato nel grande teatro isolano (in scena Catania, l'Etna -corrusco e crudele, mai misericordioso- e i suoi paesini), il nuovo romanzo di Silvana La Spina, "La bambina pericolosa", presenta un impianto narrativo diverso del precedente "Uno sbirro femmina", nel quale compariva per la prima volta Maria Laura Gangemi, commissario di P. S. La protagonista che ritorna oggi.
 
Silvana La Spina ha costruito una storia secondo il canone consolidato della tragedia greca, sia nell'andamento, sia nella completa coralità della vicenda. Efficace nelle continue e sorprendenti agnizioni -dalla bambina Angelina al maresciallo Tuccari, al barone Francalancia alla madre inconsolabile-, il romanzo presenta una elevata cifra drammatica, senza cedimenti, anche nelle momentanee ironie verso la Sicilia e i siciliani. Ed è giocato sempre sul rapporto tra l'io esterno e l'io interiore, in una sorta di bipolarismo strutturale.
 
Potremmo dire: da Lacan a Cassano. Questa del bipolarismo è una modalità che tiene insieme l'epos drammatico con la contemporaneità, impedendo a esso di decadere in maniera, in esercizio meramente stilistico. Con un tale modo il racconto segue un percorso obbligato, tra il dentro e il fuori, incontrando il razionale e il rifugio onirico. Si manifesta così un secondo bipolarismo, appunto quello tra la ragione e il sogno, che arricchisce ulteriormente l'impianto, impedisce ogni possibile schematica linearità e contribuisce in modo sostanziale al pathos narrativo.
 
La protagonista, una protagonista in tutti i sensi, inserita com'è, di persona, nella vicenda di cui si occupa -un'inchiesta- rappresenta bene la dicotomia -apparente, in Sicilia- tra il mondo dei giusti e quello degli ingiusti: la vicenda mostra che non sono necessarie compromissioni specifiche per vivere nello stesso aerale, per respirare la stessa aria, per passeggiare per i medesimi viali di villa Bellini, per conoscere le stesse imperiture massime (Fimmina usata, fimmina malasurtata). Basta essere cresciuti nel medesimo contesto per essere in qualche modo separati ma contigui, capaci di darsi reciprocamente atto di una comprensione che è anche rispetto.
 
Nitto Torrisi, del precedente "Uno sbirro femmina", ne dà atto alla commissario (declinato così, al maschile), dicendole di apprezzare il tatto con cui lo ha trattato nell'indagine. Già, va però detto, che al di là dei rinvii -ampi e utili-, il romanzo non calpesta le medesime orme di "Uno sbirro...", ma da là parte per inoltrarsi in un territorio diverso e nuovo. Infine, un'ultima non irrilevante questione. L'ennesima esigenza didascalico-editoriale colloca questo romanzo nell'ambito dei libri gialli. Nulla di più errato. Il percorso di Silvana La Spina si svolge all'interno dei dolori di una terra, dei dolori delle persone che la popolano, all'interno delle sue feroci consuetudini, delle sue dolcezze, dei suoi misteri, delle sue majare. 
 
E gli incontri del caso: il delinquente che violenta le figlie della sua compagna; il mafioso fuggitivo dagli Stati Uniti e protetto dalle bande etnee; il nobile colluso, con antichi precedenti nell'EVIS (l'Esercito volontario per l'indipendenza siciliana, comandato da tale Salvatore Giuliano).
Un libro tutt'altro che consolatorio, come dimostra questo riferimento, una specie di epitaffio: E a chi gli chiedeva: «Maestro, ma il ciclo dei Vinti? Come fu che non lo continuaste? Maestro, ma 'La duchessa di Leyra?» E, se proprio quello era un amico, Verga rispondeva: «Ma non scassatemi la minchia!»


Domenico Cacopardo
 
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