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Silvana La Spina, La bambina pericolosa, Mondadori editore, euro 18,00
«È il gran privilegio di nascere in Sicilia...», dichiara il maresciallo dei Carabinieri...Perché la Sicilia è troppo grande per essere dappertutto uguale a se stessa... Insediato nel grande teatro isolano (in scena Catania, l'Etna -corrusco e crudele, mai misericordioso- e i suoi paesini), il nuovo romanzo di Silvana La Spina, "La bambina pericolosa", presenta un impianto narrativo diverso del precedente "Uno sbirro femmina", nel quale compariva per la prima volta Maria Laura Gangemi, commissario di P. S. La protagonista che ritorna oggi.
Silvana La Spina ha costruito una storia secondo il canone consolidato
della tragedia greca, sia nell'andamento, sia nella completa coralità
della vicenda. Efficace nelle continue e sorprendenti agnizioni -dalla
bambina Angelina al maresciallo Tuccari, al barone Francalancia alla
madre inconsolabile-, il romanzo presenta una elevata cifra drammatica,
senza cedimenti, anche nelle momentanee ironie verso la Sicilia e i
siciliani. Ed è giocato sempre sul rapporto tra l'io esterno e l'io
interiore, in una sorta di bipolarismo strutturale.
Potremmo dire: da
Lacan a Cassano. Questa del bipolarismo è una modalità che tiene
insieme l'epos drammatico con la contemporaneità, impedendo a esso di
decadere in maniera, in esercizio meramente stilistico. Con un tale
modo il racconto segue un percorso obbligato, tra il dentro e il fuori,
incontrando il razionale e il rifugio onirico. Si manifesta così un
secondo bipolarismo, appunto quello tra la ragione e il sogno, che
arricchisce ulteriormente l'impianto, impedisce ogni possibile
schematica linearità e contribuisce in modo sostanziale al pathos
narrativo.
La protagonista, una protagonista in tutti i sensi, inserita com'è, di
persona, nella vicenda di cui si occupa -un'inchiesta- rappresenta bene
la dicotomia -apparente, in Sicilia- tra il mondo dei giusti e quello
degli ingiusti: la vicenda mostra che non sono necessarie
compromissioni specifiche per vivere nello stesso aerale, per respirare
la stessa aria, per passeggiare per i medesimi viali di villa Bellini,
per conoscere le stesse imperiture massime (Fimmina usata, fimmina
malasurtata). Basta essere cresciuti nel medesimo contesto per essere
in qualche modo separati ma contigui, capaci di darsi reciprocamente
atto di una comprensione che è anche rispetto.
Nitto Torrisi, del
precedente "Uno sbirro femmina", ne dà atto alla commissario (declinato
così, al maschile), dicendole di apprezzare il tatto con cui lo ha
trattato nell'indagine. Già, va però detto, che al di là dei rinvii
-ampi e utili-, il romanzo non calpesta le medesime orme di "Uno
sbirro...", ma da là parte per inoltrarsi in un territorio diverso e
nuovo. Infine, un'ultima non irrilevante questione. L'ennesima esigenza
didascalico-editoriale colloca questo romanzo nell'ambito dei libri
gialli. Nulla di più errato. Il percorso di Silvana La Spina si svolge
all'interno dei dolori di una terra, dei dolori delle persone che la
popolano, all'interno delle sue feroci consuetudini, delle sue
dolcezze, dei suoi misteri, delle sue majare.
E gli incontri del caso:
il delinquente che violenta le figlie della sua compagna; il mafioso
fuggitivo dagli Stati Uniti e protetto dalle bande etnee; il nobile
colluso, con antichi precedenti nell'EVIS (l'Esercito volontario per
l'indipendenza siciliana, comandato da tale Salvatore Giuliano).
Un libro tutt'altro che consolatorio, come dimostra questo riferimento,
una specie di epitaffio: E a chi gli chiedeva: «Maestro, ma il ciclo
dei Vinti? Come fu che non lo continuaste? Maestro, ma 'La duchessa di
Leyra?» E, se proprio quello era un amico, Verga rispondeva: «Ma non
scassatemi la minchia!»
Domenico Cacopardo
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