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Capitolo 1
Estate 1747
Sembrava un giorno come gli altri: il paeseimmobile, senza un alito di boria, sotto il sole di un giugno inoltrato.
Ragli d’asino e latrati di cane rompevano il silenzio.
Il marchesino don Giulio Límiri di San Gabriele si era svegliato alle undici, aveva fatto colazione a letto ed era sceso in piazzaalle dodici e mezzo suonate.
C’erano tutti ad aspettarlo: il fratello Nicola, i cugini Pappalardo, don Antonio, il mastro muratore più accreditato della zona, e don Lucio Caico, il maturo parroco.
“Sbrigatevi. Voglio andare. Sellate i cavalli, partiamo subito” ordinò il nobile.
“È tutto lesto, signoría” rispose Nino Móllica, il fidato stalliere, che lo seguiva sempre come un’ombra.
All’una s’incamminarono.
Raggiunsero la valle del Chiodaro, scesero con cautela nell’alveo e presero un trotto sostenuto.
Alla confluenza con il Letto, rallentarono.
“Andiamo alla marina. Mangiamo da Antioco e poi vi mostrerò la località che ho scelto” annunciò il marchesino.
Aveva quarant’anni.
Solo i capelli leggermente ingrigiti ne denunciavano l’età.
Per il resto appariva ancora giovane: asciutto, non molto alto, il naso pronunciato e gli occhi cerulei, di ghiaccio, che penetravano il volto di chiunque gli stesse di fronte.
Un uomo risoluto, insomma, che incuteva rispetto a prima vista.
Era ancora scapolo.
Il fratello minore, Nicola, sperava ardentemente che rimanesse tale. Così, se non il comando della casata, avrebbe potuto prendere in mano, a tempo debito, tutto il ben di Dio di famiglia.
Poco prima delle due, al passo, il gruppo percorse la grande spiaggia dai ciottoli arroventati: si era levato un modesto vento di maestrale che sollevava un lieve pulviscolo, ma rendeva il caldo sopportabile.
La foce delLetto era in asciutta.
Sulla strada, preannunziata dai corni di viaggio, la diligenza per Catania, lasciatasi indietro una colonna di carretticon derrate e masserizie, si apprestava a raggiungere la stazione di posta in un turbinio di polvere.
Non molto lontano, oltre la sponda ovest del fiume, superatene le ghiaie, nei pressi dell’antica costruzione del Baglio, c’era una grande capanna di frasche vicino alla quale era sistemata una barca da pesca di venticinque palmi.
In secca sulla riva si vedeva anche lo zatterone che, quando il torrente non era in piena tumultuosa, serviva ai carri e ai viandanti per traghettare da una sponda all’altra, con l’aiuto di robusti tiranti che ne impedivano il trascinamento a valle sino alle acque del golfo.
La capanna era ciò che i gentiluomini cercavano: Antioco, un vecchio uomo di mare che era stato imbarcato su sciabecchi e feluche, il cui nome dimostrava, insieme alla locale devozione per santa Greca, vecchi legami con marinai, pirati e trafficanti corsi e sardi,cucinava ai frequenti viaggiatori il pescato della notte su un fuoco di rami secchi appoggiato lì, sulla rena.
In allegria, i cavalieri smontarono,si tolsero le giubbe e si accomodarono sugli sgabelli di ferla che, insieme a rozzi tavoloni, costituivano gli unici arredi del posto.
Solo Nino, legati i cavalli, non si sedette: rimase in piedi,con le due pistole ben visibili nella cintura dei pantaloni, accompagnate da una corta sciabola da assalto infilata più in basso, in una sorta di larga fusciacca azzurra.
Trascorse un paio d’ore, dopo avere apprezzato diverse grigliate di pesce freschissimo e, da ultimo, le triglie imperiali di scoglio che erano rinomate in tutta la costa da Messina a Catania, don Giulio invitò i commensali a risalire sulle proprie cavalcature e a dirigersi verso est, alla voltadel Capo di Sant’Alessio.
Traversato il fiume, la compagnia proseguì per poco meno di trecento passi sino a quando don Giulio si fermò davanti a una sterpaglia confinante con la spiaggia,recintata da una spessa siepe di tamerici e sambuchi.
“Qui”, disse don Giulio “qui, realizzeremo la casa Límiri alla marina. Ci distaccheremo settantacinque canne dalla riva per costruire lungo la strada. Voglio un vero palazzo, capace diospitare tutta la famiglia. Dieci, dodici camere da letto. Sulla facciata, ai lati del portone, ci metteremo due colonne di arenaria. Voglio che si proceda subito per il pozzo e per lo scasso del basamento. Sul lato del mare, ben distaccato dal fabbricato, un mandrile in pietra, unalto mandrile, per sei, otto cavalli e poche capre. Don Antonio, intendo vedere qualche vostro disegno e conoscere il giorno esatto in cui comincerete i lavori. Faremo una festa qui, sulla spiaggia, con tutti i parenti e gli amici del marchesato. Inviterò anche il duca di Elinunte. Oggi, per grazia di Dio, è il diciannove di giugno delmillesettecentoquarantasette e questo anno sarà inciso su una pietradella cava di Tortorici che sarà calata nelle fondamenta”.
“Signoría, come comandate” rispose don Antonio.
“Fratello mio, riflettete” interloquì Nicola. “Questa è zona di zanzare e ci si prende la febbre terzana. Non c’è nessuna sicurezza: il mare non ha mai dato nulla di buono, a parte il pesce di Antioco. E, poi, i pirati saraceni, di cui tutti conosciamo la ferocia, ancora pochi anni fasbarcarono e portarono via, Dio ce ne scampi, due figlie di don Andrea Scravagno, incassarono il riscatto e ammazzarono i famigli che le accompagnavano”.
“Signori, ho deciso!” replicò con tono fermo don Giulio. “Questa casa si farà in nome di Dio e di sua maestà il re Carlo, nostro padrino e protettore, e col consenso di don Gregorio Fera, duca di Elinunte”.
Un grande veliero panciuto, ben carico, aveva appena doppiato il Capo Sant’Andrea, entrando nella vasta baia, che era detta ‘Seno Pelagio’, e si dirigeva verso la spiaggia sotto il Baglio.
I gentiluomini lo osservarono con attenzione, finché apparve chiaro che non si trattava di un vascello da guerra.
“Andiamo a vedere” fece allora don Giulio e prese il galoppo, seguito da tutti gli altri.
Un assembramento si era formato nel punto scelto dalla nave per attraccare.
Una gomena era stata portata a riva da un marinaio che indossava solo un camicione lungo sino al ginocchio.
Imprecando, raggiunse uno scoglio e vi agganciò il canapo.
Tornò verso il mare e, appena arrivato alla battigia, raccolse una sagola lanciatagli da bordo.
A essa era legata una stretta passerella che fu sistemata in modo da congiungere l’arenileall’imbarcazione.
Un marinaio diede fiato a una tromba il cui suono acuto risuonò in tutta la baia e nelle vallate.
“Il veliero con il sale di don Concetto il mazaroto” commentò Móllica.
In poco tempo cominciarono a essere scaricati sulla spiaggia i sacchi di grezzo salgemma marino. Coloro che si erano radunati lì intorno si affannavano ad acquistarli dopo averli pesati con una bilancia ad asta. Quando tutta quella preziosa merce, nella quantità destinata alla gente del posto fu a terra, vennero sbarcati anche i pacchi di stoccafisso e baccalà che in un baleno trovarono clienti.
Dalla stazione di posta spuntò don Andrea Scravagno con Ciccio Scripilliti e otto asini da soma.
“Prendete la bertola sotto la sella, signori” fece don Giulio. “Ora che ci siamo, compriamo sale e pescestocco: così non regalaremo soldi a quel ladro di Turiddu ‘Squarta’. Sbrigatevi”.
Preannunciati dal polverone,sopraggiunsero al galoppo su due cavalcature arabe don Carmelo Mondío e una giovane vestita daamazzone, che montava di traverso, alla maniera di corte.
Don Giulio lasciò i famigli a caricare la merce, spronò il suo baio e si affiancò ai nuovi arrivati, salutandocordialmente.
“Don Giulio, vi ricordate di mia figlia Matilde? Partì alla volta di Napoli per imparare l’etichetta e il francese. Stette tre anni da mia sorella Nena che la introdusse presso sua maestà la regina Maria Amalia, la tedesca. Vedete quanto è cresciuta! È diventata una donna,ormai!”, disse don Carmelo con compiaciuto orgoglio.
“Un donna? Una bellissima donna!” replicò il marchesino.
E, in verità, la giovane era proprio bella: i capelli castano chiaro, quasi biondi, il colorito olivastro, gli zigomi ombrati, due occhi nerissimi, alteri e maliziosi. E, poi, manifestava una esplicita civetteria, un aspetto aggraziato nonostante l’abbigliamento da cavallo: un essere straordinario, in quelle contrade.
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