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Giuseppe Pederiali, Il sogno del maratoneta, Garzanti, euro 16,60
C’è un destino ineludibile nella penna di alcuni scrittori: ed è quello di essere interpreti e cantori di un tempo, di un territorio, di un genere umano. Un destino ineludibile e nobile, atteso che, attraverso il racconto circoscritto a una piccola realtà, chi è capace porta alla luce i fattori di universalità che ci sono ovunque l’uomo sia protagonista, si tratti del villaggio o della metropoli. Giuseppe Pederiali ha questo destino: interpreta un tempo appena trascorso e tuttavia apparentemente lontano mille miglia dall’attuale; un territorio, la bassa padana, in cui si è affermata una specifica cultura del vivere, un vivere sanguigno, nel quale i sentimenti e la ragione si affermano nell’ossimoro passione-ironia; un genere umano che è quello della piccola borghesia e del proletariato dei paesi padani, gente forte e decisa che, attraverso il lavoro, è andata costruendo la realtà attuale, il punto di arrivo dell’agiatezza. L’occhio di Pederiali si attarda, per fortuna, sulla linea di partenza del processo che ha condotto l’Emilia e l’emilianità alla contemporanea condizione di ricchezza.
Oggi, Pederiali si occupa di Dorando Pietri, il maratoneta di Carpi caduto, sfinito, a cento metri dalla linea del traguardo della Maratona olimpica di Londra nel 1908. Certo, sfinito ma sorretto…«Rialzati!…I tuoi avversari non sono neppure in vista dello stadio…» gli dice una voce. Supino, gli occhi al cielo…Un faccione si china su di lui….«Sono un medico.» Questa è davvero brava gente, gli vogliono bene. Lo aiutano a rialzarsi, gli indicano il traguardo. Gli danno perfino una spinta per rimetterlo in moto. Leggera, rischia di cadere un’altra volta. Venti metri e finisce in ginocchio, procede carponi, lo rialzano, «Il filo di lana è a pochi passi!»…una mano robusta lo sorregge. Guarda l’uomo. Ha in testa una paglietta e in mano un megafono. «Lasciami», gli dice Dorando. O forse lo pensa soltanto. Con petto che spezza il filo teso sul traguardo. Ancora un passo. Primo nella maratona!, grida Dorando, senza voce. In questo episodio trova origine la leggenda del piccolo podista italiano vincitore della Maratona olimpica, squalificato per l’aiuto ricevuto da ignoti spettatori, un aiuto invero poco rilevante, più morale che fisico, e tuttavia ritenuto determinante dagli occhiuti giudici sportivi. Una leggenda tuttora presente e un protagonista ben vivo nel ricordo dei suoi concittadini e della sua Emilia. Contrariamente a quanto sarebbe facile ritenere, la Maratona del 1908 non conclude il romanzo di Pederiali. Essa è raccontata all’inizio, dopo una cinquantina di pagine, tutte spese sugli esordi di Pietri, sul suo apparire a Carpi come garzone di pasticceria. Un ragazzo che, inviato dal padrone a imbucare alla stazione una lettera che sarebbe dovuta arrivare a Reggio Emilia il giorno dopo, viene a sapere che, ormai, a quell’ora, la posta non sarebbe stata più ritirata dalla cassetta della stazione. E che, quindi, decide di portarla lui personalmente la lettera, a Reggio Emilia, di corsa, percorrendo i venticinque chilometri (più i venticinque per tornare a negozio). Un ragazzo che, volendo parlare con Pericle Pagliani, il protagonista indiscusso della corsa organizzata a Carpi dalla Società Ginnastica La Patria, lo insegue durante la gara con in mano la cesta delle consegne di giornata (e con le scarpe normali, rigide e pesanti) e gli si affianca, superandolo nel finale. Un evento, questo, che inizia a farlo entrare nel mito, dandogli l’opportunità di correre veramente, chiamato a partecipare come atleta alla Bologna-Santuario di San Luca, che affrontando un finale in dura salita vince, battendo affermati concorrenti.
Quindi, un’epopea, quella di Dorando, che Pederiali sviluppa per ciò che gli accadde, per ciò che volle dopo le Olimpiadi. Una scelta da vero narratore, dato che scende nella vita quotidiana di un uomo che aveva delle doti eccezionali, soprattutto la trasognata volontà di correre e di vincere. Anche il ricorso al riferimento indiretto risulta efficace per capire chi è stato Dorando Pietri e, soprattutto, come lo ha visto il romanziere. Si parla di Alberto Braglia, il ginnasta medaglia d’oro alle medesime Olimpiadi del 1908. «…Non potevano immaginare che Braglia…sarebbe stato festeggiato negli ambienti della marina militare, a La Spezia, dove lui faceva il marinaio di leva. E che il re lo avrebbe abbracciato e premiato con una medaglia d’oro.» «Per me il re non si è mosso», osserva Dorando…non un rimbrotto, una rivendicazione, solo il rassegnato commento di un perdentevincitore, di un uomo piccolo, veloce e tenace, che aveva sì conquistato un titolo sul campo, ma l’aveva anche perduto in un ufficio.
Nulla di più congeniale al modo di raccontare di Giuseppe Pederiali che la vicenda di Dorando Pietri, maratoneta. Nulla di più congeniale alla poetica di Pederiali: già perché Pederiali è in realtà un poeta, il poeta della bassa emiliana. Come chiedere perché ti piace la coppa di testa servita tra due fette di polenta calda, o perché ti piacciono le paste al cioccolato della pasticceria Melli, o perché ti piace incontrare gli sguardi di Teresa durante le passeggiate domenicali sotto i portici della piazza…Correre gli piace perché solo allora gli sembra di sentire la terra: i piedi si posano con maggiore peso, quasi volessero sprofondare, o almeno accarezzare con forza il selciato, l’erba, la ghiaia. O la terra nuda, che risponde, alla sua maniera, basta saperla ascoltare. Così sia. Domenico Cacopardo |