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1. Com'eravamo
«C'era una volta Messina», direbbe il favolista o lo storico, fate voi.
«C'era una volta Messina», vi dico io, che a Messina sono vissuto per una parte non secondaria del mio tempo e che a Messina sistematicamente mi reco, un po' per amore, un po' il desiderio di ritrovare cose e persone perdute nei decenni trascorsi.
La più perduta delle cose, è piazza Cairoli. Era il centro spirituale, prima che geografico, della città. Intorno al Caffè8 Irrera, ai suoi tavoli sparsi sotto i lecci, estate e inverno, si svolgeva la vita cittadina.
Arrivavo dal Continente, dopo un'assenza di mesi: non c'era bisogno di fare il giro delle telefonate per incontrare i compagni di scuola, gli altri amici o i parenti più lontani. Bastava che, dopo le nove del mattino, sedessi a uno dei tavoli del Caffè, ordinassi «Granita di caffè con panna e brioche...» e mi acconciassi ad aspettare. Non passavano cinque minuti che una voce conosciuta mi apostrofava: «Ciao, Mimì, quando sei arrivato?» L'amico, chiunque fosse, mi sedeva vicino e mi sparava subito la seconda immancabile domanda: «Quando parti?» Nel giro di mezz'ora diventavamo almeno sei o sette, tutti seduti al tavolo. Quelli che se ne andavano erano sostituiti dai nuovi venuti, sicché a mezzogiorno erano passati da l^ tutti coloro che m interessava di incontrare. Io discettavo sul Continente, su Roma, sulla vita moderna e gli amici mi ascoltavano scettici e perplessi, sino ai saluti finali con i quali si stabiliva dove vedersi di nuovo. Se era estate, l'appuntamento era all'Irrera a mare, l'altra sede del bar, nella zona della Fiera campionaria, proprio a confine con il parapetto al di sotto del quale c'era il mare blu, gelido dello Stretto e il campo della pallanuoto: qui si esibivano nel campionato nazionale di serie A gli atleti della Canottieri Thalatta. Se era inverno, ci si vedeva a casa dell'uno o dell'altro per imbastire interminabili partite di poker, nelle quali finivo sempre per pagare dazio. Gli amici giocavano tutti i giorni ed erano diventati bravissimi. L'altra cosa, perduta, a Messina è il tram. Non lasciatevi ingannare dall'attuale tranvia. È una cosa diversa. Un tempo il tram partiva da Contesse (e forse oltre) e arrivava a Capo Faro e si dispiegava in vari percorsi: il viale San Martino, la via La Farina e via Cannizzaro. Tutti viaggiavano in tram e il tram costituiva per tutti una facile opportunità per andare nella zona balneare di Mortelle o per fare una scappata ai laghi di Ganzirri, comprare chili di cozze e mangiarle col pane siciliano, di grano duro, ricoperto di giuggiulena, squisito, ben cotto, seduti su qualche sedia sgangherata dei pescivendoli. Si compravano anche i limoni, tanti limoni, con i quali si irroravano i gustosi frutti di mare. Già, anche le cozze di Ganzirri sono pressoché scomparse: erano piccole e gustose, diverse da quelle di Taranto. Qualche volta, Messina è una città di flotta, il figlio di qualche ufficiale della Marina tornava da Taranto: allora si cominciava a discutere di quali fossero le cozze migliori. Noi, i messinesi, aggrappati alle nostre piccole e saporite, finivamo per sostenere che: «Sì, quelle di Taranto sono più grandi, ma il sapore delle cozze di Ganzirri è ineguagliabile...» Zia Olga le cucinava una volta la settimana. La scala e il ballatoio della mia casa di viale San Martino erano investiti dal profumo della zuppa di cozze all’aglio e prezzemolo. Quando entravo nel portone, venendo da scuola, già odoravo e mi priavo perché, una volta giunto al primo piano, zia Olga m’avrebbe fermato: «Mangia un piatto di cozze con noi e il dottore…» Lo chiamava così, in terza persona, suo padre il dottore Micciancio, medico generico di grande esperienza, un uomo alto, massiccio, dai capelli candidi e dai panciotti raffinati, nei quali riponeva preziosi orologi da taschino, uno diverso per ogni giorno della settimana. Era di Caltavuturo, la famiglia Micciancio e disponeva di vari oliveti: l’olio di quella casa, un olio di montagna, era dolce e delicato ben diverso dal nostro aspro e acido che veniva da un podere in riva al mare a Mazzeo di Taormina. Raccontava il dottore Micciancio, che un giorno del ’47 o del ’48, mentre soggiornavano nella masseria in attesa della raccolta delle olive, sull’imbrunire s’era presentato innanzi a lui un gruppo di armati a cavallo. Gente dalla faccia feroce e dal fare misterioso. E che lui, visto il terrore negli occhi dei congiunti, aveva fatto buon viso e aveva trattato tutti con garbo estremo, invitandoli a cena. E, dopo la cena, molto abbondante e ben innaffiata da genuino vino di casa, quello che sembrava il capo gli aveva chiesto ospitalità per la notte. Lui, il dottore, aveva aderito alla richiesta, disponendo che gli ospiti fossero sistemati due per stanza in quattro stanze e cedendo la propria camera da letto al capo. Solo l’indomani mattina, mentre se stavano andando, uno degli armati lo aveva ringraziato, spiegando che il capo, quello che aveva dormito nel letto del padrone di casa, era il bandito Giuliano in persona. Il racconto, sapientemente recitato con pause, cambi di tono e colpi di tosse, veniva ascoltato, ogni volta, in silenzio religioso, rispettandosi in quella casa di donne, l’unico maschio era il dottore, la regola che quando parla l’uomo, il padrone tutti debbono per rispetto tacere. A Messina non c'erano i taxi. Si prendevano le carrozze che sostavano alla Stazione ferroviaria, in piazza Cairoli, davanti al Tribunale, in piazza Duomo. Quando si partiva, qualcuno della famiglia andava in tram sino al posteggio più vicino e noleggiava la carrozza. Prima di tutto contrattava con il cocchiere, u gnuri ( signore), e poi saliva a bordo. La vettura partiva al buon trotto e, giungendo sotto casa, si faceva sentire con gli schiocchi della frusta. Tutta la famiglia era già al portone con i bagagli. Ma, proprio allora, scoppiava l’attesa (sì attesa, dato che si ripeteva a ogni chiamata di carrozza) discussione: u gnuri protestava perché si era in troppi e con troppi bagagli e minacciava di andarsene. Il capofamiglia cercava di convincerlo a desistere, ma alla fine accordava un supplemento di cinquanta o cento lire. Così, normalmente, si andava alla Stazione Marittima. Qui si saliva sul traghetto e si raggiungeva Villa: dall'attracco ci si inerpicava, tutti con almeno una valigia in mano e qualche borsa, sino al binario 1, quello da cui partiva l'elettrotreno per Roma...Dimenticavo le provviste: c'erano le cotolette, gli arancini e le frittate. Per i dolci, a Napoli si compravano le sfogliatelle di Sgambati, un'antica pasticceria del Rettifilo che mandava dei garzoni alla Centrale. E, pensando ai dolci, torniamo a Messina. Per i cannoli si andava da Finocchiaro, in via Cannizzaro, accanto alla salsamenteria Dagnino, il cui titolare era genovese e vendeva specialità del Nord, compresi il panettone e la mortadella. Le paste da Marano, nella stessa via. La cassata alla pasticceria Irrera che faceva (e fa, e fa!) le migliori 'znuddi della città. Pignolate e torroni gelati da Venuti. I biscotti da Marotta al Ponte Americano. Marotta al Ponte Americano poteva ben essere un luogo di culto. Un ambiente non particolarmente grande, le pareti coperte da stigli con cassetti laccati di bianco e il fronte a vetri in modo che si potesse scorgere il contenuto d'ogni stipo. I cassetti erano cento e contenevano cento tipi diversi di biscotti. Ogni settimana, i cassetti venivano vuotati di ciò che restava: i biscotti invenduti venivano macinati e ribiscottati in quella delizia tutta messinese che sono le piparelle. Le granite si prendevano al Caffè Irrera, ma quelle al limone si trovavano a ogni angolo di strada. In piazza Cairoli, dalla parte opposta al nostro Caffè, c'era un chiosco d'acquaiolo: il posto preferito da mio padre, Saverio, che si faceva fare una premuta di aranci e mandarini il cui profumo ho ancora nella narici. C'erano due librerie a Messina: D'Anna e Principato. Non due librerie qualsiasi, ma due punti di ritrovo in cui si incontravano lettori e letterati, dato che entrambe erano anche case editrici. Nel '43, riaperta poco prima di Natale, la libreria Principato mise in vetrina il romanzo di Giulio Verne I figli del capitano Grant, editore Garzanti. Lo scorsi un giorno, tornano con mio padre dall'istituto Domenico Savio, dove mi stavo preparando alla prima Comunione. E, con varie scuse, ogni volta che andavo al catechismo convincevo mio padre ad allungare il giro per ripassare davanti a Principato. Lui faceva finta di non aver capito le ragioni di quelle deviazioni di percorso: ma, la sera della vigilia di Natale, tra i pochi pacchetti, frutto di sforzi anche manuali, dato che prevalevano i golf sferruzzati da mia madre e da mia zia (c'era ancora la guerra), deposti intorno al presepio, trovai il mio libro, che divorai finendo di leggerlo prima del Capodanno. Pubblicava anche libri di avventure scritti da italiani, la casa editrice Principato e tante altre opere diffuse in tutta la nazione. La casa editrice D'Anna era frequentata soprattutto da professori e da studenti. Mio padre era amico del titolare e, scendendo giù per il viale, ci si finiva per fermarcisi. Per me era un incubo: fumatori entrambi, parlavano tra nuvole di fumo che mi facevano tossire tutto il tempo. Quando ero con mia madre o con mia zia, ci si fermava da Rotino e da Siracusano. Ma, non appena fui grandicello, fui autorizzato ad aspettare fuori, trattandosi di esercizi in cui si vendevano capi d'abbigliamento femminile. E c'era un altro negozio che accendeva la fantasia: si chiamava Garifi ed era di proprietà del padre di un mio compagno di scuola. Vendeva prodotti di gomma e articoli sportivi. Lì vidi le prime racchette da tennis. Lì la prima maschera, il primo fucile e le prime pinne, tutto per andare a pesca in mare. Già, c'era il mare a Messina e non c'è più. I messinesi hanno lasciato degradare e morire le spiagge ioniche della città, da Maregrosso a Nord e a Ovest. Un mare gelido, quello di Maregrosso. A maggio, ogni anno, il padrone di una specie di stabilimento che offriva qualche ombrellone, qualche sdraio e una ghiacciaia con gazzose e birra Messina conficcava nel fondo del mare, vicino alla riva, dei paletti. Sopra ci sistemava un rudimentale trampolino, che era lo spasso di tutti noi (penso a me e ai miei cugini Uccio, Hilde, Elena, Nanni, Nino, Mario, qualche volta Ada e i tanti altri di una famiglia numerosa). Anche durante il periodo della scuola, nel primo pomeriggio, a fine maggio e a giugno, prima di metterci a fare i compiti, andavamo a fare un bagno. Ci accompagnava zio Saro Pappalardo, un burbero scapolone incapace di dire di no. Anzi per dire di no, lui lo diceva, ma era un no che sempre significava sì. La prova ce la dava ogni giorno. Alle quattro e mezzo si doveva lasciare la spiaggia per tornare a casa a fare i compiti. Lungo la strada c'erano, nella buona stagione, le giostre, le giostre malandate di quei tempi. Il pezzo forte delle giostre era una pista vera e proprio dove si correva a bordo di bolidi monoposto col motore elettrico. Quando si partiva per il mare zio Saro annunciava: «Oggi niente giostre. Ieri mi avete fatto spendere cinquecento lire. Oggi riposo...» Naturalmente, al ritorno, zio Saro si scioglieva e si accompagnava alla pista. Anzi qualche volta scendeva in pista anche lui, gareggiando con noi, felice come un bambino. Spesso, tutte le domeniche comunque, si pranzava dalla mamma di zio Saro, la sorella di mio nonno, l'unica sopravvissuta di una famiglia numerosa. Era anche l'unica che s'era sposata, giacché tutte le altre sorelle erano rimaste signorine e si erano dedicate ai nipoti, cucinando, ricamando e facendo fare i compiti. A dire il vero, un'altra sorella s'era sposata e con grande scandalo: Agata s'era innamorata di un capitano della marina mercantile britannica, lo scozzese Alfred Mac Donald. Avevano avuto due figli, Francesco e Barbara. Nel dicembre del 1908, i due ragazzi erano a Gallodoro, nella casa di famiglia per trascorrere le feste. Il terremoto del 28 colse i coniugi Mac Donald in casa e se li portò via per sempre. Dalla zia Concettina, così si chiamava la mamma dello zio Saro - e, in casa, la domenica le concette erano almeno quattro, con grande confusione e necessità di precisazioni-, si pranzava alla grande. Pasta 'ncaciata, falsomagro, piscistoccu, sciusceddu, gateau di patate, braciole di carne o di pescespada, arancini, focacce fritte, crocchette, capretto al forno, cacocciuli arrostiti sulla carbonella costituivano le pietanze che si susseguivano stagione dopo stagione. Tuttavia, la varietà del cibo non induceva allo spreco. Il menu domenicale comprendeva un primo, un contorno, la frutta e il dolce ma il tutto era servito in quantità misurate in modo che ciascuno mangiasse ma non si rimpinzasse. Al dolce pensava lo zio Basilio, ch'era il fratello di Saro. Quando il pranzo stava per finire telefonava alla pasticceria di turno, già si turnava il ricorso alle pasticcerie, in modo che tutte quelle amiche avessero la possibilità di servire la famiglia, ordinando, secondo i casi cannoli, cassata, pasticcini, rollò o, d'estate, pezzi duri altri gelati. Dopo pranzo, si giocava. Alcuni alle carte, c'erano i tavoli di briscola e di tressette, gli altri a giochi di società. La padrona di casa andava a dormire. Sì, si recava a letto, indossava la camicia da notte e dormiva almeno un paio d'ore. Quando si svegliava, tornava in salotto e, allora, cominciava la tortura, poiché pretendeva notizie precise sulla settimana scolastica di ciascuno dei nipoti. C’è qualche altro particolare che merita di essere raccontato di queste domeniche dalla zia Concettina. Noi –io, mio padre, mia madre e mia zia, un’altra Concettina- arrivavamo verso le dieci, dato che, poi, si andava tutti insieme alla Messa alla Madonna del Carmine. Trovavamo zio Saro e zio Basilio con la retina dei capelli in testa. Si stavano preparando e prima di uscire intendevano piegare alla moda del tempo le loro capigliature. Prima di muoversi, a quelli che non avevano da prendere la Comunione veniva servito il caffè. Lo zio Saro si rivolgeva immancabilmente allo stesso modo alla domestica Cicciapaola: «Ciccina u culastu u café? » E lei, altrettanto immancabilmente, rispondeva: «’Ccillenza, prima mi lavu i mani e poi u culu...» La battuta provocava risate generali, della cui origine l'unica persona perennemente inconsapevole era proprio lei, Ciccina. Con il caffè venivano offerti i biscotti al burro e le pastefrolle, piccole ciambelline croccanti. Poi, con l’aiuto di Dio, poiché ci voleva proprio l’aiuto di Dio dato che si era in tanti e tutti vocianti e indisciplinati, ci si infilavano i cappotti e si andava. Alla chiesa del Carmine celebrava don Carmelo Lo Turco, u patruzzu, che era di Gallodoro e in qualche modo famiglio nostro. Infatti, spesso desinava dalla zia Concettina: mai di domenica però perché doveva dare ascolto agli inviti degli altri parrocchiani. Era un prete sbrigativo, u patruzzu, la predica durava poco e anche la Messa se ne andava via veloce. Dopo si sostava sul sagrato per salutare i conoscenti. Zio Basilio che portava un bel cappello Borsalino continuava a scappellarsi, sino a quando la zia Concettina decideva che era ora di incamminarsi verso casa. Qui, in attesa che il pranzo fosse servito, i maschi di qualunque età si radunavano nello studio, nel quale c’era la radio Marelli Coricante. Uno degli zii l’accendeva e si ascoltava il giornale radio dell’una. Dopo il pranzo i commensali si disperdevano, seguendo ognuno il suo programma. In fondo, la domenica finiva così con il dessert di casa Pappalardo. |