All’una s’incamminarono.
Raggiunsero la valle del Chiodaro, scesero con cautela nell’alveo e presero un trotto sostenuto.
Alla confluenza con il Letto, rallentarono.
«Andiamo alla Marina», annunciò don Giulio, intendendo la Marina del paese di Gallodoro, dove abitava. «Mangiamo da Antioco e poi vi mostrerò il posto.»
Aveva quarant’anni. Solo i capelli leggermente ingrigiti denunciavano l’età. Per il resto appariva ancora giovane: asciutto, non molto alto, il naso pronunciato e gli occhi cerulei, di ghiaccio, che penetravano il volto di chiunque gli stesse di fronte.
«Occhi di gatto, come quelli di suo nonno», diceva donna Aurora Tariano, la madre, riferendosi al proprio padre, don Primo.
Un uomo risoluto don Giulio, insomma, che incuteva rispetto a prima vista.
Era ancora scapolo.
Il fratello minore, Nicola, sperava ardentemente che rimanesse tale. Così, se non il comando della casata, avrebbe potuto prendere in mano, a tempo debito, tutto il ben di Dio della famiglia.
Poco prima delle due, al passo, il gruppo percorse la grande spiaggia dai ciottoli arroventati: si era levato un modesto vento di maestrale che alzava la rena più fine, ma rendeva il caldo sopportabile.
La foce del Letto era in asciutta.
Sulla strada, preannunziata dai corni di viaggio, la diligenza per Catania, lasciatasi indietro una colonna di carretti con derrate e masserizie, si apprestava a raggiungere la stazione di posta in un turbinio di polvere.
Non molto lontano, oltre la sponda Ovest del fiume, superate le ghiaie, nei pressi dell’antica costruzione del Baglio, c’era una grande capanna di frasche vicino alla quale era sistemata una barca da pesca di venticinque palmi.
In secca sulla riva, si vedeva anche lo zatterone che, quando il torrente non era in piena tumultuosa, serviva ai carri e ai viandanti per traghettare da una sponda all’altra, con l’aiuto di robusti tiranti che impedivano il suo trascinamento a valle sino alle acque del golfo.
La capanna era ciò che i gentiluomini cercavano: Antioco, un vecchio uomo di mare che era stato imbarcato su sciabecchi e feluche, il cui nome dimostrava, insieme alla locale devozione per santa Greca, vecchi legami con marinai, pirati e trafficanti corsi e sardi, cucinava ai frequenti viaggiatori il pescato della notte su un fuoco di rami secchi appoggiato lì, sulla rena.
In allegria, i cavalieri smontarono, si tolsero le giubbe estive, di cotonina, e si accomodarono sugli sgabelli di ferla che, insieme a rozzi tavoloni, costituivano gli unici arredi del posto.
Solo Nino, legati i cavalli, non si sedette: attento angelo custode del padrone, rimase in piedi, con le due pistole ben visibili nella cintura dei pantaloni, accompagnate da una corta sciabola da assalto infilata, più in basso, in una sorta di larga fusciacca azzurra.
Trascorse un paio d’ore, dopo avere apprezzato diverse grigliate di pesce freschissimo e, da ultimo, le triglie imperiali di scoglio che erano rinomate in tutta la costa da Messina a Catania, don Giulio invitò i commensali a risalire sulle proprie cavalcature e a dirigersi verso Est, alla volta del Capo di Sant’Alessio.
Traversato il fiume, la compagnia proseguì per poco meno di trecento passi sino a quando don Giulio si fermò davanti a una sterpaglia confinante con la spiaggia, recintata da una fitta siepe di tamerici e sambuchi.
«Qui», disse don Giulio, «qui realizzeremo la casa Límiri alla Marina. Ci distaccheremo settantacinque canne dalla riva per costruire lungo la strada. Voglio un vero palazzo, capace di ospitare tutta la famiglia. Dieci, dodici camere da letto. Sulla facciata, ai lati del portone, ci metteremo due colonne di arenaria. Voglio che si proceda subito per il pozzo e per lo scasso del fondamento. Sul lato del mare, ben distaccato dal fabbricato, un mandrile in pietra, un fresco mandrile, per sei, otto cavalli e poche capre.» Si arrestò e si volse al mastro muratore: «Don Antonio, intendo vedere qualche vostro disegno e conoscere il giorno esatto in cui comincerete i lavori. Faremo una festa qui, sulla spiaggia, con tutti i parenti e gli amici del marchesato. Inviterò anche il duca di Elinunte. Oggi, per grazia di Dio, è il diciannove di giugno del millesettecentoquarantasette e questo anno sarà inciso su una pietra della cava di Tortorici che sarà calata nelle fondamenta.»
«Signoría, come comandate», rispose don Antonio.
«Fratello mio, riflettete», interloquì Nicola. «Questa è zona di zanzare e ci si prende la febbre terzana. E, poi, non c’è nessuna sicurezza: il mare non ha mai dato nulla di buono, a parte il pesce di Antioco. Coi pirati saraceni non si scherza. Ve lo dimenticaste? Ancora pochi anni fa sbarcarono e portarono via, Dio ce ne scampi, due figlie di don Andrea Scravagno, incassarono il riscatto e ammazzarono i famigli che le accompagnavano.»
«Signori, io decisi!» replicò con tono fermo don Giulio. «Questa casa si farà in nome di Dio e di sua maestà il re Carlo, nostro padrino e protettore, e col consenso di don Gregorio Fera, duca di Elinunte che vuole vedere la Marina bene abitata e ben difesa.»
Un veliero panciuto, molto carico, aveva appena doppiato il Capo Sant’Andrea, entrando nella vasta baia, che nell'antichità era detta Seno Pelagio, e si dirigeva verso la spiaggia sotto il Baglio.
I gentiluomini lo osservarono con attenzione, finché apparve chiaro che non si trattava di un vascello da guerra.
«Andiamo a vedere», fece allora don Giulio e prese il galoppo, seguito da tutti gli altri.
Un assembramento si era formato nel punto scelto dalla nave per attraccare.
Una gomena venne portata a riva da un marinaio che indossava solo un camicione lungo sino al ginocchio.
Imprecando, l’uomo raggiunse uno scoglio e vi agganciò il canapo.
Tornò verso il mare e, appena arrivato alla battigia, raccolse una sagola lanciatagli da bordo.
A essa era legata una stretta passerella che fu sistemata in modo da congiungere l’arenile all’imbarcazione.
Un marinaio diede fiato a una tromba il cui suono acuto risuonò in tutta la baia e nelle vallate.
«Il veliero con il sale di don Concetto U mazaroto», commentò Móllica.
In poco tempo cominciarono a essere scaricati sulla spiaggia i sacchi di grezzo salgemma marino.
«Prendete la bertola sotto la sella, signori», fece don Giulio. «Ora che ci siamo, compriamo sale e pescestocco: così non regaleremo soldi a quel ladro di Turiddu Squarta. Sbrigatevi. »
La gente si accodò al gruppo del marchesino e, quando questo completò le provviste, si precipitò sulla preziosa merce temendo che andasse presto esaurita. Quando il sale terminò, vennero sbarcati i pacchi di stoccafisso e baccalà: anche essi in un baleno trovarono acquirenti.
Dalla locanda I paladini di Francia, ch’era anche stazione di posta spuntò don Andrea Scravagno con Ciccio Scripilliti e otto asini da soma per ritirare la roba che don Concetto aveva messo da parte per lui.
Preannunciati dal polverone, sopraggiunsero al galoppo su due focose cavalcature arabe don Gerlando Mondío e una giovane vestita da amazzone, che montava di traverso, alla maniera di corte.
Don Giulio lasciò i famigli a caricare la merce, spronò il suo baio e si affiancò ai nuovi arrivati.
«Don Giulio, vi ricordate di mia figlia Costanza? Partì alla volta di Napoli per imparare l’etichetta e il francese. Stette tre anni da mia sorella Nena che la introdusse presso sua maestà la regina Maria Amalia, la tedesca. Vedete quanto è cresciuta! È diventata una donna, ormai!» esclamò don Gerlando con compiaciuto orgoglio.
«Un donna?» Il marchesino tacque, rapito dalla fanciulla. Poi si scosse e aggiunse: «Una bellissima donna!»
E, in verità, la giovane era proprio bella: i capelli castano chiaro, quasi biondi, il colorito olivastro, gli zigomi ombrati, due occhi nerissimi, alteri e maliziosi. E, poi, manifestava una esplicita civetteria, un aspetto aggraziato nell’abbigliamento da cavalcata: un essere straordinario, in quelle contrade.
Frequentazioni interessate
2
Erano passate due settimane dall’incontro in riva al mare e Giulio era andato ogni sera a rendere visita a don Gerlando Mondío, detto Lastima, e ai suoi nella bella casa sulla sella del monte Veneretta.
Accolto con cortesia, aveva sempre avuto modo di vedere Costanza, senza avvicinarla come avrebbe voluto: era stato impedito dalla presenza dei genitori e della sorella, ma anche dall’inerzia della giovane che non lo aveva mai assecondato né esplicitamente, né con un cenno, un'occhiata che facessero intendere una qualche disponibilità.
E una mattina, prima di desinare, il marchesino affrontò con la madre l’argomento che gli aveva acceso la mente e riscaldato l’anima: «Mammà, dovete convincervi che questa Costanza mi piace e che ho infine trovato la persona con la quale stare per il resto della vita. Non è un capriccio. La voglio sposare. Chiamate il cugino Francesco e mandatelo a fare l’imbasciata a don Gerlando Mondío.»
Donna Aurora Tariano in Límiri era il vero capo della famiglia. Aveva tutelato il grande patrimonio con oculatezza e meticolosità, senza cadere mai in eccessi. Avarizia e prodigalità le erano estranee.
Il marchese don Silverio, suo marito, preferiva vivere nella proprietà di Casalvecchio, occupato, di giorno, dalla caccia a pernici e conigli, e, di notte, dalle cure particolari di Alfia, la giovane contadina che gli si era dedicata.
La situazione era nota a tutti, ma ogni tranquillità richiede qualche prezzo e quello che la marchesa pagava, ignorando l’infedeltà del marito, era poca cosa. Aveva ormai da tempo scelto di stare lontana da quell’uomo che non amava e di rimanere a Gallodoro per governare la famiglia.
Entrambi i coniugi sembravano convinti che il loro primo figlio sarebbe rimasto scapolo. O che, se avesse sposato la sua amante, non avrebbe avuto eredi, dato che la donna era notoriamente sterile. Pertanto, il secondogenito Nicola, già sposato e padre di due ragazzi, quando fosse giunto il momento, avrebbe ereditato tutto, assicurando la continuità del casato e l’unità del patrimonio.
Donna Aurora aveva un legame speciale con don Giulio: si intendevano senza bisogno di parole.
L’uomo, dedito in prevalenza a se stesso, sempre accontentato in tutto, si comportava come il despota della casa, ma si arrestava soltanto di fronte alla madre per il rispetto che le sue doti di saggezza, di equilibrio e di intelligenza gli incutevano.
«Giulio, voi siete grande: quarant’anni avete compiuto. Costanza è ancora una bambina, ne ha fatti diciannove un mese fa. Che vi viene da pensare…la figlia di un mercante… C’è la vedova del cugino Alfonso, Agatina, che ne ha trentadue. È senza figli e, lo sapete fin troppo bene, vi adora… Pensateci e riflettete, Giulio! Andate a trovare don Gregorio e monsignore, parlate loro», gli rispose donna Aurora.
«Signoría, ho mandato a chiamare il cugino Francesco Mac Donald, perché voi lo incarichiate dell’imbasciata. Questa è la mia volontà e vi prego di non contrastarmi. Voglio una moglie e un erede. Voglio la felicità che mi spetta e che mi aspetta. Lo sapete che sono sempre restio a decidermi, ma quando lo faccio nessuno mi può fermare. E sono altresì sicuro che don Gregorio e monsignore, dai quali andrò senza indugi, saranno ben lieti di approvare il fidanzamento», replicò Giulio.
La signora si fece due conti e capì che non poteva che consentire, rassegnandosi a disporre che il nepote Francis richiedesse a don Gerlando Mondío la mano di Costanza.
personaggi e interpreti (le persone della storia)
Alfonso Alarde de San Marcial, don, padre generale dell'ordine domenicano.
Letterìo Almedini, don, capocampiere.
Vittorio Andaloro, don.
Mascarém Andradas Pinheco, alchimista.
Ildebrando Asuncion y Ronda, don, guardiano del convento di San Domenico Maggiore in Napoli.
Josè Benavides di Santisteban, don, provinciale dell’ordine dei domenicani per la provincia napoletana.
Liborio, Bilbao, don.
Alfonso Bonacasa, don, capitano di giustizia in Messina.
Onofrio Bucceri, don.
Letterío Cagnoni, don, agostiniano, parroco in Taormina.
Alfio Cafisi, don, carbonaio.
Lucio Caico, don, parroco in Gallodoro.
Letizia Caminiti, cugina di Costanza Mondío.
Ferdinando Cantone, don, detto Carnetta, campiere.
Isodoro o Isidro Cartillo de Montemar, don, Accusatore celeste nella Sicilia Orientale.
Crisostomo Corelli, don, provinciale dell'ordine gesuita nella Sicilia Orientale.
Consalvo de La Mercede, don, guardiano del convento domenicano di San Giuda in Reggio di Calabria.
Antoine de La Mere, don, abate di Saint Gerard.
Giuseppe de La Villefuille, don, duca, viceré nel regno di Sicilia.
Gregorio Fera, don duca di Elinunte.
Lauro Granatari, U tisu, mendicante.
Antonio Jeropatres, don.
Vincenzo Jonica, don, domenicano.
Totò Lanfredi, don, fattore di don Arcangelo Tascio di Col Ferito.
Lilla La Bianca, levatrice e fatucchiera.
Agatina La Speranza, vedova di don Alfonso Lìmiri, cugino.
Arrigo Límiri, don, monsignore, arciprete di Taormina.
Giulio Límiri, don, primogenito di Silverio.
Nicola Límiri, don, secondogenito di Silverio.
Silverio Lìmiri, don, marchese di San Gabriele.
Virginia Lìmiri in Mac Donald, sorella del marchese don Silverio Lìmiri.
Carmelo Li Donni, don, detto Melo, campiere.
Urbano Loreta da Prizzi, don.
Pasquale Lo Coppo, don, traghettatore.
Francesca Lo Turco, domestica di don Lucio Caico.
Antonia Luccicò, amante di don Nicola Límiri.
Francisco Lumìa, don, mastro imbalsamatore.
Francis Mac Donald, don, cugino.
Mariano Marnese, don, reggente dell'ordine domenicano per il regno delle due Sicilie.
Silvestro Meiras de Agular, don, figlio adottivo del duca di Elinunte.
Michele Misserione, don, uomo di fiducia di don Nicola Lìmiri.
Calogero Modica, don, detto Calò, capo dei capicampiere.
Nino Mòllica, don, persona di fiducia di don Giulio Lìmiri.
Alfonsina Mondìo, figlia di don Gerlando Mondìo.
Gerlando Mondío, don, detto Lastima, agricoltore e commerciante.
Costanza Mondío, figlia di don Gerlando Mondío.
Rosario Mondìo, figlio di don Gerlando Mondìo.
Giuseppe Montello, don.
Alfredo Ognari, don, notaro.
Biasco Ortiz de Spinoza, don, provinciale domenicano nelle Calabrie.
Pietro Pacheco, don, provinciale dell'ordine domenicano nella Sicilia orientale.
Telesio Perrella, don, esorcista.
Vito Pititto, don, uomo di fiducia di don Nicola Lìmiri.
Filippo Raccà, pastore, nepote di Lio Sacciolà.
Assuntina Raiola, moglie di don Nicola Límiri.
Trifonia Riccobene, badessa delle clarisse agostiniane in Napoli.
Andrea Rigalipò, cugino.
Ferdinando Ruocco, don.
Saverio Ruscello, don, campiere.
Lio Sacciolà, pastore.
Guido Sarmona di Calalieri, don, possidente.
Cicciopaolo Satronico, don, detto Cannemozze, capocampiere dei Lìmiri.
Gaetano o Tanuzzo Satronico, detto U picciottu, figlio di don Cicciopaolo Satronico.
Concetta Schisò in Lanfredi, moglie di don Totò Lanfredi.
Antonio Sciacca, don, muratore.
Andrea Scravagno, don, detto Melodia, padrone della stazione di posta e locanda I paladini di Francia.
Adele Siragò in Mondìo, moglie di don Gerlando Mondìo.
Salvatore o Turiddu Sirini, don, detto Squarta, bottegaio in Gallodoro.
Girolamo Stanzù, don, decoratore.
Biagio Sterrantino, don, detto U niru.
Raniero Sterrantino, don, fratello gemello di Biagio, sacerdote a Mascali.
Aurora Tariano in Límiri, moglie del marchese don Silverio Límiri.
Arcangelo Tascio di Col Ferito, don, possidente.
Enrico Tellez de Giròn, don, duca di Sala e Colonna.
Geronimo Torre Molinos, don, priore del convento di San Luca Evangelista in Catania.
Gaudioso Tremmestieri, custode del convento di San Marco in Savoca.
Giuseppe Uscolino, don, detto Peppino, famiglio.