Movimenti scomposti (ItaliaOggi 9 novembre 2017, pag.5)

Dai movimenti, anche scomposti, dei tanti gerarchetti cui i media –non interessati a far informazione, ma a tirare acqua al mulino del proprio padrone economico o politico- danno udienza, sembra che le elezioni politiche si debbano svolgere domani. Invece, nonostante tutto, c’è davanti a noi un tempo che possiamo ritenere lungo, visti i ritmi della politica attuale.
Di fondo, c’è che siamo in una fase di passaggio, dal mondo creatosi a cavallo del millennio e il mondo nuovo, liberato dai condizionamenti, dai vincoli e dalla cultura del passato. Per esempio, la questione Zingaretti –della sua presunta falsa testimonianza nel processo per Mafia capitale- ha i piedi nel passato, in una fase in cui bastava il nome «cooperativa» per far scattare tutti (di sinistra, centro o destra) in piedi perché i soldi della cooperazione erano buoni e puliti per definizione. Anche se Zingaretti risolverà il suo problema, il partito dovrebbe porsi la questione della sua rottamazione, trattandosi un esempio esemplare di vecchio quadro, incapace di parlare (e di farsi ascoltare) dal mondo contemporaneo. Sarà sgradevole. Sembrerà un giudizio sommario. Ma se il Pd intende regalare il Lazio agli altri (centro-destra o 5Stelle) Zingaretti è l’usato sicuro. Leggi tutto

Candidature premature (ItaliaOggi 9 novembre 2017, pag.2)

Sembra che, nel Pd e nel coacervo delle sue correnti minoritarie, si sia aperta la discussione su chi indicare come possibile capo del governo per il dopo le elezioni. Gli strateghi dell’operazione hanno rimosso gli ostacoli che rendono aleatoria l’idea: il primo è un futuro Parlamento senza maggioranza predefinita. Il secondo è che, ove mai il Pd decidesse di lanciare un nome di candidato presidente del consiglio, questo sarebbe bruciato al primo giro delle trattative che, inevitabilmente, si intavoleranno il giorno dopo l’annuncio del risultato elettorale. Il terzo, ma fondamentale, è che non è ancora uscita una proposta politica per il Paese che indichi una prospettiva riformista fondata su un solido e stringato pacchetto di iniziative politiche. Senza scuotere l’albero delle buone relazioni con l’Europa, buone idee per gli italiani. Tra di esse, il ritorno a una moralità pubblica che, a dire il vero, mai come in questa seconda Repubblica è stata accantonata.
Ora alcuni giornali, appassionati Pdologi, segnalano la possibilità che Marco Minniti sia indicato come possibile presidente del consiglio. Un’ottima idea, salvo che per un particolare: che candidandolo ora, ad almeno 4 mesi dalle elezioni, lo si getterà in pasto all’ultimo dei picchiatori grillini e, peggio, si creerà una pesante ombra di sospetto su tutte le mosse e iniziative che assumerà come ministro dell’interno, l’oneroso incarico sin qui onorato nel migliore dei modi.
Marco Minniti è troppo esperto e lucido per lasciare scattare la trappola e continuerà a lavorare bene, ora che l’immigrazione è tornata a numeri emergenziali.
Se si vuole ragionare sul futuro prossimo, occorre, invece, affrontare la questione degli schieramenti e dei partiti, alla luce di ciò che anche le elezioni siciliane ci hanno detto. Quindi, affrontare per primi i contenuti (di norma negletti), rendendoli elemento sostanziale di confronto. E i contenuti sono proprio il terreno critico per i 5Stelle.
Poi, abbandonare quegli attuali attori che, nella realtà già sono ombre impossibilitate a contare. Leggi tutto

Dopo la consultazione siciliana (Gazzetta di Parma 8 novembre 2017, pag. 1)

Le elezioni siciliane, cariche di attese eccessive, sono consistite in una consultazione regionale in un’area atipica per la natura dei problemi irrisolti accumulatisi nei decenni. Per comprendere occorre partire dall’inizio: dallo 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va tendenzialmente collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci. Leggi tutto

Elezioni regionali Sicilia 2 (ItaliaOggi 8 novembre 2017)

Se una legge elettorale maggioritaria ha dato a Nello Musumeci, neo presidente della Regione Sicilia (rifiuto di chiamare «governatori» le -in genere- mezze tacche che dirigono le regioni italiane), solo 36 seggi su 70 nel Parlamento di Palermo, non c’è di che preoccuparsi: il meccanismo clientelare e gli spostamenti di deputati sono già in via di definizione, talché non c’è da dubitare che una maggioranza meno aleatoria sarà fatta e si potrà avviare la legislatura. I problemi sorgono altrove, per una persona come Musumeci, cui viene riconosciuta onestà politica e personale: vengono dalla difficile composizione degli interessi contrastanti dei vari potentati locali che sono confluiti nelle sue liste.
Penso a Luigi Genovese, eletto con un numero record di preferenze a Messina (città che, non a caso, scelse come sindaco una nullità politica come Renato Accorinti per non votare il designato dalla famiglia Genovese), figlio di Francantonio Genovese, già segretario regionale del Pd, per volontà di Walter Veltroni, condannato a 11 anni di reclusione per truffa, peculato e associazione a delinquere per la gestione dei corsi di formazione professionale, ora indagato per concussione e riciclaggio, nipote di Luigi Genovese e di Lina Gullotti, rispettivamente cognato e sorella di Nino Gullotti. C’è da spendere due parole sull’antenato del giovanissimo Luigi: il nonno, caso unico nella storia dell’Eni fu nominato (durante il grande auge di Nino Gullotti) gerente generale dell’Agip in Sicilia, talché qualsiasi rapporto tra gli operatori di settore e il colosso a sei zampe doveva passare dal suo vaglio. Leggi tutto

Elezioni regionali Sicilia 1 (ItaliaOggi 7 novembre 2017)

Mentre un coro inattendibile occupa i media nazionali, tutti intenti a celebrare la «rotta» di Matteo Renzi e i fasti dei 5Stelle, cerchiamo con umiltà e pazienza di fare luce nella messe di dati che, con sforzo, siamo riusciti a trovare sul web. C’è tuttavia un elemento che va subito sottolineato e che coinvolge la medesima Rai renziana: il montaggio di un testa a testa Musumeci-Cancelleri che, già dalle 11 di ieri mattina i numeri andavano smorzando, visto che l’uomo del centro-destra veleggiava verso il 40% e il grillino si attestava intorno al 35%.
Tutto questo nella società delle «fake news» e della mistificazione serve solo a demolire Renzi e il suo Pd in una sorta di rito celebrativo che ripete in forma aggiornata la «damnatio» di Bettino Craxi nel 1992.
Partiamo, dunque, dall’inizio: da quel 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci e che si disperdono nel variegato mondo degli schieramenti tradizionali.
Se domani i dati confermeranno un Cancelleri al 35% e un M5S al 28%, potremo dire che i voti del candidato presidente corrispondono al 16,45% dell’elettorato e quelli del suo partito al 13,16%. Un ragionamento che serve a restituire un po’ di realismo al trionfalismo grillino e a porre il problema dei problemi di queste elezioni siciliane: la mancanza generalizzata di un progetto politico sul quale mobilitare le forze sane della regione -e ce ne sono tante (nella confusione ricorrente su chi è che cosa, per esempio i casi eclatanti che riguardano Confindustria regionale)- e, quindi, di richiamare alle urne l’esercito degli astensionisti, ormai scettici di qualsiasi possibilità di redenzione. Leggi tutto

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    Diomenico Cacopardo, scrittore

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