C’è poco da ridere (editoriale pubblicato dalla Gazzetta di Parma il 3 febbraio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 4 febbraio 2012
Le facce sorridenti, ilari dei capi di governo dopo l’ultimo vertice di Bruxelles (30 gennaio 2012), nel corso del quale è stato riapprovato tal quale l’accordo dell’Immacolata, con la defezione, oltre che del Regno Unito, della Repubblica Ceca, hanno trasmesso alla pubblica opinione l’idea sbagliata che, finalmente i gravi problemi dell’Europa siano stati risolti. In realtà, come tante Maria Antonietta, i capi di governo non sono andati oltre il croissant. Infatti, i paesi dell’accordo (venticinque) hanno confermato le intese precedenti, fissato per luglio la data di attivazione del Fondo salvastati e ribadito i contenuti del Fiscal compact: pareggio di bilancio nel 2013 e rientro del rapporto debito pubblico- Pil al 60% in venti anni.
Ed è un vero peccato che l’erronea informazione sia stata data anche agli italiani. Prima o dopo scopriranno la verità e avranno di che protestare: il cosiddetto successo dei nostri rappresentanti consisterebbe nel benevolo apprezzamento, nel conto debito pubblico/Pil, dell’entità del risparmio privato, e, nel rientro al 60% una qualche elasticità connessa all’andamento del ciclo economico. Niente di più. In cambio, abbiamo consentito alla decisione di porre ventiquattro paesi sotto la tutela del venticinquesimo, la Germania, al di fuori delle istituzioni dell’Unione europea, e abbiamo accettato, appunto per luglio, il fondo “Salvastati”. Insomma, una perdita netta di sovranità non a favore di una istituzione sovranazionale, ma a favore di uno stato europeo che ripete per altre strade la conquista ottenuta nel ’39-’43.
È, ancora una volta, l’antica weltanschaung (la visione del mondo) tedesca ad avere successo. E ora non si scorge il senso del limite e della storia che ha animato i grandi europeisti germanici da Konrad Adenauer a Willy Brandt, a Helmut Khol. Tanto è vero che pochi giorni fa Angela Merkel ha prospettato la nomina di un commissario agli affari economici della Grecia (un gauleiter) e un consigliere-osservatore per l’Italia, la Spagna e gli altri paesi viziosi.
Se la gentile idea della Merkel è stata per il momento respinta, non è detto che essa non si riproponga di qui a qualche settimana, quando qualche problema urgente gliene darà il destro.
Si dice: “Abbiamo, però, sbloccato il fondo Salvastati.” Anche questa è un’affermazione azzardata: questi quattrini, che ammontano a 500 miliardi di euro, saranno disponibili a luglio e non saranno sufficienti (oggi, ne servirebbero 1.300). È il paradosso greco: se l’Europa (non la Repubblica federale tedesca) fosse intervenuta nel momento in cui la crisi è esplosa, sarebbero bastati 50 miliardi di euro. Oggi ce ne vorrebbero 150. A luglio chissà.
Ancora una volta, ci vorrebbe il coraggio di aprire un dibattito sull’interesse nazionale e sui modi per perseguirlo. Ma guardiamoci intorno: Bersani? Berlusconi? Alfano? Vendola? Chi tra questi personaggi con qualche responsabilità ha il livello e le capacità politiche per affrontare un tema così vitale?
Intanto, mentre si consolida il silente accordo per celebrare le prossime elezioni con la legge oggi in vigore (la truffa Calderoli), rimaniamo sull’orlo dell’abisso.
E, a fine anno, dovremo procedere a una ennesima manovra da quarantacinque/cinquanta miliardi, primo passo –obbligato- della marcia per riportare il rapporto debito-Pil al 60%. Ipotesi confermata da vari esponenti del governo in occasioni non ufficiali, come le riunioni di esperti.
Una prospettiva drammatica, a meno che non si proceda come si sarebbe dovuto sin dal dicembre 2011: mettere sul piatto della bilancia il patrimonio mobiliare (Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Fintecna, via dicendo) e immobiliare dello Stato. Un’operazione che andrebbe avviata subito in modo da poter disporre di una imponente massa monetaria da destinare all’immediato taglio del debito.
Chi si oppone a una misura così semplice, quasi scontata? Il sospetto non può che rivolgersi al sistema dei partiti, a questo bipolarismo dell’ipocrisia che si alimenta e prospera in tutto il sistema pubblico, negli apparati propri ed impropri. Una riperimetrazione dello Stato italiano con la rinuncia all’esercizio di attività economiche, restituirebbe sì agli italiani aree di azione nelle quali il privato opera meglio del pubblico ma taglierebbe altresì le unghie alle rapaci mani degli amministratori nazionali (Enel, Eni, etc.), regionali (Hera etc.), provinciali (Alma, etc.) e comunali (Holding Stt).
Non tralasciamo la questione sviluppo e occupazione giovanile (una grave mancanza di sensibilità la battuta del primo ministro sulla noiosità del posto fisso): si parla di 8 miliardi di euro dell’Unione europea. Non sono soldi nuovi: sono sempre gli stessi che ballano da cinque anni e che non vengono spesi per la criminale incapacità dei governanti delle regioni del Sud e isole.
Mario Monti, checché si voglia far ritenere, non dispone di alcuna bacchetta magica. Quando, dopo un viaggio lampo, ha lasciato Palermo, l’usciere capo dell’Assemblea regionale siciliana, quella che paga i suoi deputati più di quelli nazionali, ha commentato: «Ancora un piemontese.» E non era un complimento.
Tuttavia, questa è la scialuppa di salvataggio e non c’è altro di credibile all’orizzonte.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
Zimmermann, l’Austria e la via per uscire dalla crisi
Scritto da domenico in Editoriali vari il 2 febbraio 2012
Riprendiamo dal blog www.santalmassischienadritta.it
“Ho riletto attentamente il bel pezzo del sole24ore. Poi sono andato a rileggermi qualche paginetta di storia.
Ebbene.” GS
Zimmermann ha miracolosamente aggiustato i conti austriaci, evitando il disastro da iperinflazione che bruciava Weimar e che aveva portato addirittura i francesi a occupare la Ruhr. Ma non ha tolto dalla testa della maggioranza degli austriaci, ante e post 1933, l’idea che la soluzione ai loro guai fosse l’Anschluss. Magari solo economico ma Anschluss.
Una clausola del trattato di pace dell’Austria vietava addirittura l’unione doganale tra i due paesi, ovvero il primi timido e possibile passetto verso l’unione-annessione.
E ricordiamo anche che l’Anschluss del 1934, con assassinio del cancelliere Dolfuss, venne evitato solo per intervento di Mussolini, inorridito all’idea di avere i tedeschi sul Brennero. Cambiò idea a causa della guerra di Etiopia e nel 1938 accettò la cosa.
Questa noiosissima lezione solo per dire che aggiustare i conti è assai importante, ma alla fine, inflazione o no, se non si cambiano le condizioni/idee/visioni, è una sorta di appuntamento col destino. Magari per un’altra strada, ma alla fine ci si ritrova a Filippi.
E giusto per frugare nei vecchi libri di storia, una cosa che ai poveri greci brucia da morire è che i loro destini, da quando gli ottomani hanno fatto le valigie, li decidono in Germania. Ho dimenticato i nomi etc, ma dopo varie rivolte greche, le Grandi Potenze decisero di dare un re alla Grecia, scegliendolo dalla scuderia di principi che scalpitavano nelle varie dinastie tedesche dell’epoca. Se ricordo bene, il primo interpellato disse che non ci pensava nemmeno, e quindi ne presero un altro, che lasciò la Baviera e partì in direzione del Peloponneso.
Nessuno si sognò di consultare eventuali dinastie greche o di riconoscere come re o presidente uno dei vari masaniello locali…
Quando poi il re bavarese venne deposto, per ragioni varie, che fanno le Grandi Potenze?
convincono l’Assemblea greca convocata ad hoc a nominare re un principe danese, antenato peraltro di quello che venne cacciato via dai colonnelli negli anni ’70.
Trascuriamo poi, perchè notissima, l’occupazione tedesca anzi nazista ma ricordiamo invece che, a guerra ufficialmente finita, la Grecia scivolò in una terribile guerra civile sorda ma cruenta, in quelle aree dove c’erano partigiani definiti (credo a ragione) comunisti. Finanziati da Mosca ma indigeni.
E che a usare metodi da Vietnam erano i civilissimi inglesi.
Ma la Grecia doveva essere occidentale, o saltava la Nato. Comunque i greci non se lo sono diimenticato. Sono stati a sovranità limitata dai tempi gloriosi o considerati tali dell’impero ateniese, quella cosa che si spacciava per democrazia.
Sì, Bisanzio forse li ha gratificati ma poi sono arrivati i turchi e da lì in poi è stata una terra di frontiera, e pure maledettamente vicina ai famosi Stretti. C’è chi resta e si incazza e chi se ne va, non per nulla la parola diaspora è greca.
Insomma, i greci avranno vissuto sciaguratamente e ben al di sopra dei loro poveri mezzi, ma di Grandi Potenze ne hanno abbastanza, figuriamoci se a capo della congrega vedono la Cancelliera. Anzi, mi sa tanto che la volgarissima battuta di Berlusconi in Grecia è roba per bambini, gli adulti diranno altro, degni eredi di Aristofane
Un primo ministro greco con le palle forse dovrebbe dire a tutte le grandi potenze di ieri e di oggi che il debito greco è da considerare risarcimento di due secoli di grandissime rotture di coglioni. Dovrebbe dirlo in tedesco, con sottotitolo inglese per tutto il resto della banda, politici, banchieri, burocrati, tutti.
IL CIRCOLO PICKWICK (Editoriale Gazzetta di Parma 30 gennaio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 31 gennaio 2012
Così, con le semplificazioni, il governo Monti continua a tessere la sua tenue tela, sapendo che, per il momento, dopo il decreto ‘Salva Italia’ che ha affrontato l’emergenza –con un occhio soprattutto alle tasse, purtroppo-, non ci sono che i pannicelli caldi, quelli che le nostre nonne utilizzavano come palliativo per qualsiasi genere di dolore.
C’è la medesima distanza che passava tra i soci del circolo Pickwick e i miserabili dei quartieri poveri di Londra, tra Monti e il suo governo tecnico (una specie di ultima frontiera da tutelare e difendere) e il mondo reale, quello dei coltivatori di primizie siciliane, dei camionisti, colpiti dall’aumento dei carburanti e dalla concorrenza sleale dei trasportatori bulgari e rumeni, dei commercianti senza commercio, dei lavoratori senza lavoro, dei giovani senza speranza.
L’idea, tutta teorica, che le cosiddette timide liberalizzazioni e queste semplificazioni (che ripercorrono vie già inutilmente battute) rilancino il Pil appartiene più alla categoria dei pii desideri che delle concrete possibilità.
Infatti, la questione italiana non è una questione di regole complesse, ma una questione di uomini, di potere politico e di potere burocratico. Sono i burocrati e il potere politico d’ogni colore che rivendicano con quotidiani comportamenti il valore delle certificazioni tradizionali o l’inesistenza degli sportelli unici da tempo instaurati. È facile capire cosa significhi per l’impiegato dell’anagrafe di qualsiasi comune del Sud il ‘potere’ di rilasciare un qualsiasi certificato. O per l’assessore quello di ‘valutare’ se il signor Mario Rossi possa esercitare il diritto di avviare un’attività commerciale.
Ancora una volta appare insuperabile l’esistenza di un’Italia duale, avanzata –bavarese- al Nord e medievale al Centro Sud.
Quanto alle liberalizzazioni, c’è da dire che sembrano più un diversivo che una reale eliminazione del complesso di privilegi di tante, troppe corporazioni, visto che non incidono –salvo che per il gas e la Snam- sugli snodi fondamentali del sistema.
Il Forum di Davos, che si svolge in questi giorni con la presenza del Gotha dell’economia e della politica mondiale, fornisce alcuni indirizzi significativi per l’Europa e, quindi, per noi.
La linea della cancellierina Angela Merkel, politicamente e culturalmente isolata, viene considerata errata e foriera di più gravi regressi. E appare incomprensibile la ragione per cui le incisive osservazioni di David Cameron, primo ministro del Regno Unito (suo l’intervento di maggior respiro a Davos) non abbiano trovato ascolto nell’eurozona. Proprio l’Italia avrebbe potuto utilizzare la prateria aperta da Cameron a Bruxelles nei primi giorni di dicembre, quando fu sottoscritto l’accordo dell’Immacolata che sottrae all’Unione Europea la soluzione della crisi affidandola agli stati, cioè alla Germania, con l’imposizione dei ‘Fiscal contact’, una politica di bilancio coerente agli interessi della Germania stessa.
Era quella la prima e migliore occasione per invertire l’ordine dei fattori: non più inchini di fronte ad Angela Merkel chiedendole un rapido amichevole buffetto. I tanti Fido (il più fedele amico dell’uomo) in circolazione scodinzolavano intorno alla cancelliera, sperando in un cenno di consenso e, quanto all’Italia, sperando di farle dimenticare il bastardino italiano che l’aveva definita “culona” e che aveva commesso così tante infrazioni all’etichetta europea da rendersi inaccettabile nel canile comunitario.
Non tutto è perduto, naturalmente, anche se il passivo accodarsi ad Angela Merkel, presentandole timide proposte di modifica dell’accordo di Bruxelles, senza avere tessuto una tela di alleanze tra gli stati ‘deboli’ dell’Unione europea, ha pochissime possibilità di successo. Ci vorrebbe un Krusciov che, infastidito dall’andamento di un’assemblea generale dell’Onu, si tolse una scarpa e iniziò a batterla sul tavolo per protestare e richiamare l’attenzione sul ruolo internazionale dell’Unione Sovietica.
E ci vorrebbe la politica, soprattutto nel bel Paese: al di là dello stanco tran tran dei partiti, rimasti senza iniziativa in attesa che giunga il 2013 e si voti con l’attuale legge elettorale che garantisce ai leader la nomina di fedeli scudieri, non si vede l’ombra di un discorso serio e partecipato, di un dibattito approfondito sul valore essenziale dell’interesse nazionale. Dov’è, oggi, l’interesse nazionale? Come lo si può perseguire? È giusto insistere nella politica richiesta da fraü Merkel anche se, dopo tutte le manovre, il rapporto tra debito pubblico-Pil è cresciuto (al 126%?) per il crollo del Pil e sfuma il pareggio di bilancio 2013: il Fmi stima un deficit del 2,6%.
È accettabile il rinvio d’ogni decisione su temi fondamentali (Eni, Enel, Ferrovie, Poste, patrimonio immobiliare), accontentandoci di incidere sui professionisti, sui tassisti? Era difficile rendersi conto che i settori sotto stress, per esempio quello delle primizie agricole, non avrebbero retto all’onda d’urto delle nuove tasse, dell’aumento del costo dei carburanti e al contemporaneo intensificarsi della lotta all’evasione?
Le leggi dell’economia lo dicono, l’eccesso di carico fiscale è causa primaria d’evasione: quindi, mettendo insieme l’improvvisa efficacia dei controlli antievasione, l’aumento dei prezzi dei carburanti, e l’impossibilità di scaricare i nuovi costi sui prezzi -pena la definitiva estromissione dal mercato-, il sistema non poteva non esplodere. Ed esplodere al Sud. Non un fuoco di paglia: ce ne renderemo conto.
Ora, diciamolo francamente: la ripresa dell’Italia non è nella mani del governo. Né di questo, così apprezzato e apprezzabile, né di nessun altro.
La ripresa è nelle mani delle aziende, dei lavoratori, dei professionisti: se e quando vorranno drizzare la schiena e mettersi in cammino.
È la borghesia, vittima delle illusioni pauperiste di Prodi ed epigoni, dimenticata dall’uomo dei bunga bunga, che ha il diritto e il dovere di battere la recessione e la (autodistruttiva) volontà di potenza tedesca.
QUALCOSA DI INSOSTENIBILE
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 24 gennaio 2012
C’è qualcosa di insostenibile nella marcia ‘trionfale’ di Mario Monti e i sommovimenti di questi giorni ne sono la più lampante dimostrazione. Il bilancio del governo tecnico è molto meno brillante di quanto Mario Monti e i suoi corifei vogliono far credere. A partire dalla manovra di esordio, nella quale si è intervenuti prevalentemente sul fronte delle tasse (a parte le pensioni) dimenticando che il meccanismo era già prossimo alla rottura. E un fronte, quello delle tasse, fondato sugli apporti di massa che potevano venire dal solito abusato aumento della tassa sui carburanti e dalla reintroduzione della tassa sulle case. Non è passato per la mente ai nostri tecnici di intervenire sul perimetro occupato dallo Stato. Uno Stato che si mangia più del 50% del Pil. non è passato per la mente dei nostri tecnici che si poteva incidere sullo stok di debito con un’operazione straordinaria, a effetti duraturi, su Eni, Enel, Finmeccanica, Ferrovie, Poste etc. Un kombinat di sovietica memoria la cui valorizzazione e collocazione, per esempio, nella Cassa Depositi e Prestiti avrebbe aperto spazi di manovra consistenti e nuovi. Certo, gli epigoni del passato, coloro che vivono come parassiti intorno alle strutture pubbliche, si sarebbero opposti. ma meglio loro di tutti gli altri. E, nel ridimensionare il perimoetro dello Stato, potevano i nostri tecnici intervnire sull’enorme finanziamento pubblico ai partiti.
Anche la seconda manovra presenta pecche non imputabili al caso, ma all’adesione di Monti&suoi alle esigenze di alcuni potentati: le banche, gli enti pubblici, i petrolieri (sulla distribuzione dei carburanti la ‘manovra’ fa sbragare dal ridere).
L’attuale favore dei media e, condizionato, della pubblica opinione non può reggere al confronto con la realtà. La gente, mano a mano che si fa i conti capisce e s’arrabbia. Come i camionisti siciliani, si rende conto di non potercela fare.
Probabilmente, aveva regione Churchill: il sistema democratico è il peggiore, a parte tutti gli altri. Il ritorno alle urne sarebbe stata la via maestra, nonostante la legge elettorale (che non sarà cambiata per il concorrente interesse di Berlusconi, Bersani e Casini). Certo, il vuoto mentale del Pd era ed è imbarazzante. ma un confronto elettorale avrebbe rimesso in moto il meccanismo: e, poi, un governo frutto di elezioni avrebbe avuto ben altra autorevolezza di questo gruppo di soci del Circolo Pickwick.
Vincenzo Consolo (Gazzetta di Parma 24 gennaio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 24 gennaio 2012
Così, in silenzio, appartato come solo un poeta sa essere, se n’è andato.
Vincenzo Consolo non c’è più e riposa nel Paradiso dei giusti.
Di sicuro non avrebbe gradito l’ondata di parole retoriche con le quali viene celebrata la sua figura e decantate le sue opere. In tanti non sono sfuggiti alla tentazione di raccontare la propria amicizia con Vincenzo, più per sottolineare il proprio ruolo che per fare comprendere chi fosse il nostro autore più importante, l’unico italiano vivente al quale la Sorbona abbia mai dedicato un convegno.
Piccolo e asciutto, schivo, ma anche dolce e tagliente, Vincenzo Consolo era, a tutti gli effetti, un autentico siciliano. Da Sant’Agata di Militello si trasferisce a Milano per studiare legge alla Cattolica. Una scelta, quella della Cattolica, come tante: il suggerimento di un amico che già studiava lì. Il ritorno in Sicilia, la laurea a Messina (a quei tempi una delle più prestigiose facoltà di giurisprudenza del Paese) il primo romanzo “La ferita dell’aprile”, l’insegnamento, la pratica notarile a Lipari e, infine, il ritorno a Milano, dopo la vittoria di un concorso alla Rai: lavora a Rai 3, la rete a vocazione culturale.
Nel 1976, esce “Il sorriso dell’ignoto marinaio” ed è la consacrazione. A dire il vero, una prima consacrazione, Consolo l’aveva avuta da Leonardo Sciascia, al quale era molto piaciuto “La ferita dell’aprile”, tanto che aveva aperto le porte di casa sua al giovane messinese. Certamente, “Il sorriso…” lo pone all’attenzione del grande pubblico e della grande critica.
Lo scrittore Vincenzo Consolo ha rappresentato allo stesso tempo la continuità e la discontinuità rispetto a Leonardo Sciascia, pur rimanendo nel solco della letteratura non indifferente, quella che narra ciò che vuole narrare all’interno di una visione etica del mondo.
La Sicilia è il suo orizzonte illimitato: benché viva a Milano dalla fine degli anni ’60, trova nelle storie e nei costumi dell’isola i motivi fondamentali della sua poetica. Come solo i grandi scrittori fanno, pur raccontando vicende radicate in un territorio, riesce a essere scrittore universale, interprete dei temi fondamentali dell’animo umano, dall’avidità, all’amore, all’invidia, al dolore. E interprete dell’ingiustizia che albergava e alberga nelle nostre contrade, nelle nostre famiglie, nelle nostre istituzioni. Una Sicilia paradigma del mondo, di una condizione che punisce i deboli e premia i forti, che si giova di complicità sorte nelle più sordide pieghe della società.
Una scrittura forte e immaginifica, giocata sul ritmo di vocali, sillabe e parole, talché la sua pagina di prosa è sempre il susseguirsi di suggestioni poetiche, di ritmi poetici, di versi scritti in prosa.
Il romanzo che più amo, tra i suoi, è Retablo, la storia del settecentesco viaggio in Sicilia di Fabrizio Clerici, nobile milanese, accolto a Palermo da un’improbabile guida, il monaco smonacato Isidoro. Un viaggio che mostra i termini della Sicilia attuale, dove nulla è come appare e dove c’è sempre un’altra verità: la doppiezza di una società legale e illegale, capace di produrre Giovanni Falcone e Totò Riina.
Un libro, Retablo, che sarebbe meritorio porgere in lettura alle giovani generazioni, quelle di cui si dice che siano “senza speranza”, abbandonate nelle strade di Messina o di Sant’Agata in attesa di qualcosa e qualcuno che non verrà.
Un letterato e un uomo. Un uomo morale, un intellettuale impegnato non e non solo (anche se, alla Zola, mediante la narrativa metaforica) nel racconto a forti contenuti sociali, ma soprattutto pronto a schierarsi con tutti coloro che, nella nostra amara terra, hanno testimoniato e testimoniano della legalità, della esigenza di pulizia, del rifiuto di ogni compromissione.
Questo e tanto altro era Vincenzo Consolo: come raccontare il suo periodare pacato, comprensivo, la sua disposizione all’affettuosità, che andava dalla quotidiana ospitalità alla sua tavola di un giovane immigrato ecuadoregno, all’accoglienza di chi lo cercava, dalla Sicilia o da ovunque?
Una apertura non ingenua, ma fondata sui valori del rapporto umano, che non distingue tra ciò e chi giova e ciò e chi porta solo se stesso e il proprio carico di problemi.
Molti i ricordi personali, che intendo custodire in me. L’unico che voglio riferire, riguarda l’emozione che Vincenzo Consolo ha provocato il 30 ottobre 2010, tra coloro che erano venuti ad ascoltarlo nella Rocca di Sala Baganza. Una emozione indicibile che non aveva colpito me, come naturale, ma tutto il pubblico emiliano, teoricamente lontanissimo dal mondo che lui ha raccontato. Piccolo, minuto, su una seggiola vecchio stile al centro della salone, ha raccontato con semplicità totale se stesso e il mondo delle sue opere. Alla fine, i tanti che c’erano non volevano distaccarsi: lo circondarono, lo accompagnarono all’uscita tempestandolo di domande.
Con lui, quella sera, come sempre, Caterina, la compagna di una vita, l’ordinatrice delle sue carte, la scrivana informatica: milanese diretta, senza eufemismi, solida e generosa, l’ha accompagnato sino alla fine, tenendogli la mano e carezzandogli l’anima.
Addio, Vincenzo. Anzi, a rivederci.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
VINCENZO A RIVEDERCI
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 22 gennaio 2012
Addio Vincenzo Consolo, maestro di civiltà e di letteratura. Addio, amico della maturità. Mi rimane l’immagine di te nella biblioteca di Sala Baganza, a ottobre del 2010. Poi, non ci siamo più incontrati. Un rimpianto.
Cauta navigazione (editoriale della Gazzetta di Parma del 21 gennaio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 21 gennaio 2012
Le proteste selvagge non hanno avuto lo sperato successo e i tassisti –una categoria troppo esecrata, forse per le sue preferenze politiche, chiaramente a destra- debbono ragionare su un nuovo assetto che attenua i privilegi passati. Non era più possibile tenere in piedi la situazione descritta da un solo semplice numero: a Napoli, i taxi 2.700, a fronte degli 11.000 di Dublino (conurbazione molto più piccola del capoluogo partenopeo). Nel merito si capirà meglio quando l’Authority delle reti definirà le sue proposte.
Nonostante alcuni non secondari arretramenti, le liberalizzazioni decretate dal governo vanno cautamente avanti e portano con sé un grande elemento di novità (già emerso nelle proposte di Giulio Tremonti nell’agosto scorso). Sappiamo che esse non sono la panacea dei mali nazionali, tantomeno del rilancio della competitività e, quindi, della crescita del Pil: in periodi di crescita hanno un effetto moltiplicatore, ma nella depressione attuale il contributo al Pil sarà molto modesto. La cautela, comunque, non incide sulla sostanza di vera e propria rivoluzione culturale, iniziata, come detto, ad agosto. L’Italia, il paese meno desovietizzato d’Europa con l’eccezione della Bielorussia, ha custodito gelosamente una serie di privilegi di cui erano destinatari i più vari gruppi sociali, legati ai partiti e ai sindacati di destra, di centro, di sinistra. Ora, anche con queste liberalizzazioni, le posizioni protette subiscono un colpo e, per la prima volta dal 1989 (anno della caduta del Muro di Berlino e della fine dell’impero sovietico), i beneficiari dovranno imparare a nuotare in una baia prossima al mare aperto, a competere con altri soggetti sul piano della professionalità, delle tariffe, in una parola del servizio reso ai cittadini.
Occorreranno diversi giorni perché sia possibile una analitica e completa valutazione delle misure del governo.
Oggi, a prima vista, il bicchiere è mezzo pieno e mezzo vuoto.
Pensiamo alla rete gas: è chiaro lo scorporo dall’Eni ma non è chiaro che fine farà la Snam. Per le ferrovie (separazione tra rete e gestori del trasporto, come, per esempio, nel Regno Unito) è stato deciso un rinvio: l’Authority studierà il caso e proporrà modi e tempi. Anche per le Autostrade novità parziali e mirate sui nuovi gestori. Per i carburanti un compromesso che non scontenta le ricchissime compagnie petrolifere: i proprietari di distributori potranno rifornirsi dove preferiscono. Il che è un paradosso: era necessario un provvedimento legislativo per riconoscere a questi fortunati operatori il diritto di scegliersi il marchio? E questa facoltà potrà incidere sui contratti in essere?
Insomma, un processo lento, due passi avanti e uno indietro che conferma i limiti e le difficoltà del governo tecnico che, nel momento in cui affronta i problemi, incontra i medesimi ostacoli di un governo politico. Anche se il presidente della Repubblica, esondando dai poteri costituzionali, accompagna ogni passo del ministero Monti, convocando esponenti politici e sindacali ed esercitando una impropria moral suasion. Un protettorato richiesto o subito?
Non si comprende cosa accadrà sull’art. 18 e sui licenziamenti: non si può dimenticare che quando sarà ritrovata la via dello sviluppo e della competizione, le attuali protezioni non avranno più ragione d’essere. In una economia in espansione le protezioni tipo art. 18 recano gravi danni ai prestatori d’opera. Se e quando ripartirà l’economia, occorrerà sbloccare il flusso in entrata e in uscita dei lavoratori, di coloro cioè che intendono svolgere un’attività utile per l’azienda e per la società. A meno che (questo potrebbe essere il reale pensiero dei quadri sindacali a cominciare dalla Cgil) non si intenda difendere “il posto” purché sia, come il Paese, da Roma in giù, accetta tranquillamente. Il valore morale del lavoro, invece, si misura nell’intensità del contributo che esso dà alla società, non del contributo che pretende dalla società medesima.
Presto le liberalizzazioni saranno in Parlamento: occorre vigilare perché le spinte dei vari gruppi di pressione e dei sindacati non le svuotino ulteriormente. E perché, ancora una volta, il governo della Repubblica italiana non si riveli una tigre di cartapesta forte con i deboli, debole con i forti.
Saranno capaci i partiti di non dilaniarsi in vista di qualche piccolo vantaggio elettorale?
Nell’assenza di idee e di leader capaci di assumere su di sé la responsabilità di dirigere il vascello Italia (se guardiamo in giro sono più gli Schettino –il comandante della Costa Concordia- che gli Edward John Smith –il comandante che si inabissò con il Titanic-), il governo Monti si giova di un’opportunità: quella di utilizzare la fragile tregua tra le forze politiche sino a ieri dilaniate dalle polemiche e la gracile convergenza su alcuni punti fondamentali per la gestione dell’emergenza. Una sorta di modesta, parziale e timida unità nazionale che esclude gli estremisti, a cominciare dalla compagnia di ventura di Antonio Di Pietro.
E la medesima semplice esistenza di questo governo offre un’occasione agli italiani: la strada –che s’intravede- aperta dai ministri che hanno iniziato a Todi, due anni fa, il percorso promosso dalla Chiesa. Rimettere insieme un’area politica centrale diretta da una nuova classe dirigente cattolica, capace di coniugare le esigenze della contemporaneità con quelle della giustizia sociale e della ripresa del progresso civile. Insomma, un comprensorio politico che vada da Fioroni sino a Scaiola e Pisanu, il cui leader –un uomo di sicure qualità- si chiama Corrado Passera e il cui nome, nel momento in cui diventerà partito, sarà “Democrazia italiana”, per riprendere la storia della DC e per consentire la partecipazione di personaggi estranei al movimento cattolico (si sussurra di Veltroni).
Sulla scena non c’è altro di credibile, purtroppo: né un Bersani, incapace di affrontare con serietà e coerenza la via del riformismo, né un Berlusconi ormai cotto e risoluto a risolvere felicemente i propri problemi giudiziari.
L’alternativa? Il populismo e la piazza, elementi che –ci insegna la storia- conducono a destra, non alla destra cialtrona che abbiamo conosciuto, ma alla destra all’ungherese, forcaiola e liberticida.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
Non si sa come (editoriale della Gazzetta di Parma 16 gennaio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 16 gennaio 2012
“Non si sa come” è il titolo di una commedia di Luigi Pirandello: dimostra come il caso abbia un ruolo predominante nello stabilire il destino degli uomini.
Di questi tempi, potremmo aggiungere i finanzieri e i governanti.
Veniamo da giorni tormentati e tormentosi, nei quali l’ottimismo delle indicazioni governative viene smentito nel giro di poche ore dalle notizie di borsa o dalle decisioni delle agenzie di rating. Il nervosismo è tale che cresce la tentazione di gettare nella spazzatura il termometro (il rating stesso) che segnala febbre. Paradossalmente, l’ultimo declassamento dell’Italia prodotto da Standard & Poors può aiutare il governo Monti a stringere i tempi sulle operazioni in programma.
Certo, la scelta di battersi contro i tassisti, i farmacisti, gli avvocati, i notai e via dicendo sembra singolare, una specie di diversivo per non allentare la pressione: abbiamo la necessità di rilanciare l’economia subito, non domani o dopodomani, e non sembra che le annunciate liberalizzazioni possano influire immediatamente sull’andamento del Pil. Così, la questione dell’art. 18 e la liberalizzazione dei licenziamenti: il mercato del lavoro ha sì necessità di un ripensamento, ma oggi gli imprenditori non assumono non perché impauriti dalle rigidità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, ma per la mancanza di ordini.
Purtroppo, la ricetta euro-tedesca che stiamo applicando è la stessa imposta alla Grecia: gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, visto che si annuncia per marzo l’esplosione della crisi di Atene.
Per capire meglio, dobbiamo fare un passo indietro. Sono più di vent’anni che l’Italia non cresce ai ritmi degli altri paesi dell’Unione. L’arresto della crescita viene innescato da un grave errore commesso da Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, nel 1989 (con effetto dal 1° gennaio 1990): la contemporanea libera convertibilità della lira e il rientro nel Serpente Monetario Europeo. Ragione voleva che si lasciasse che la lira liberalizzata fluttuasse sino ad attestarsi al suo reale valore relativo. Il rientro nello SME, invece, avvenuto immediatamente, ha ancorato la lira a un tasso di cambio fisso e punitivo per il sistema produttivo italiano. La cosa si è aggravata, poi, dopo Maastricht: l’accordo del ’98 negoziato da Prodi e da Ciampi non rifletteva i fondamentali del Paese ed era ulteriormente punitivo. C’è da aggiungere che Maastricht non prevedeva soltanto l’accordo monetario: i trattati sono stati due, uno politico, che tracciava la strada dell’ulteriore integrazione europea e uno monetario, quello che ha prodotto l’euro. Dal governo Amato I in poi, l’Italia non ha più perseguito la strada dell’integrazione e si è adagiata nel mantenimento della stabilità burocratica dell’Unione, salvo lo sciagurato allargamento promosso da Prodi e accettato supinamente dal mondo politico nazionale, privo di autorevoli elites ragionanti.
Attualmente, la situazione è descritta da due dati: se riuscissimo a ottenere un punto l’anno di aumento del Pil, ci vorrebbero 75 anni per rientrare dal debito. Se l’aumento fosse di due punti, ce ne vorrebbero 35.
Allora, che fare? Come fare?
Torniamo un’altra volta al passato. Nel 1843 (il primo anno per il quale gli econometristi hanno prodotto un numero) il 43% del Pil mondiale era prodotto in India e in Cina. Ciò che è accaduto negli ultimi anni è nella direzione del ritorno agli equilibri di un tempo. Nello stesso periodo, il cosiddetto mondo occidentale finanziarizzava la sua economia, lavorando più di carta che di prodotti fisici e tecnologici. La competizione ha messo in crisi il modello occidentale: finanza senza industria. Gli Stati Uniti l’hanno capito e si stanno reindustrializzando: da qui il calo della disoccupazione. L’Europa è ancora ferma alle ricette finanziarie, tra cui il cosiddetto “Fiscal compact” e non si decide a realizzare una grande operazione di soccorso (i 500 miliardi del fondo salva stati). Anche questa operazione, però, è nell’ottica finanziaria ed è subordinata alla realizzazione di pareggi di bilancio non di opere, di costruzioni, di prodotti. Qui e ora, avremmo una grande occasione: sostenere in Europa un disegno euro-mediterraneo per contrastare la linea euro-baltica della signora Merkel. I paesi mediterranei, compresa la Francia, ferita dal declassamento, potrebbero contenere la rigidità impoverente della cancelliera e riaprire la strada dell’integrazione politica.
Ma non sembra aria. Il processo di impoverimento sembra inarrestabile e, in fondo a esso, non c’è che la piazza e il populismo. L’orizzonte argentino, insomma. E non mancano quotidiane conferme del pasticcio italiano: in questi giorni il piroscafo norvegese Nordstern sta caricando, a Napoli, per portarli in l’Olanda, 1.500 tonnellate di rifiuti per il modico prezzo di euro 400.000. Più di 200 euro a tonnellata. Il bastimento potrebbe contenere 3.500 tonnellate (con relativa riduzione del costo/tonnellata). Sembra che non sia possibile fare di più per i disservizi dell’Azienda comunale e per l’insufficienza degli impianti di trattamento preliminare. L’80% dell’utile dell’operazione va ad accrescere il Pil olandese. Napoli, per volontà del sindaco Luigi De Magistris e dell’assessore all’ambiente Tommaso Sodano ha posto il veto alla costruzione di un termovalorizzatore. Entrambi erano trionfalmente presenti all’inizio delle operazioni di imbarco. L’Europa sta per multarci proprio per Napoli. La multa la pagheranno i contribuenti italiani.
Non c’è nulla da aggiungere.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
PROBLEMI PER MONTI
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 12 gennaio 2012
Non ci sono nemmeno state le
ventiquattr’ore di tregua che aveva ottenuto dopo l’incontro con Sarkozy,
perché Mario Monti fosse riportato alla dura realtà quotidiana: Fitch Rating ha di nuovo declassato il debito del bel Paese per
il timore che nel 2012 non riesca a ottenere dal mercato tutti i soldi di cui
ha necessità. Infatti,
nei prossimi dodici mesi arriveranno all’incasso ben settantasette
emissioni obbligazionarie pubbliche e private per un
controvalore complessivo di 542 miliardi di euro, più di 45 miliardi al mese.
Certo, a Parigi c’erano state buone e
calde parole, smentite rapidamente nel bilaterale Germania-Francia di Berlino:
nella capitale tedesca, infatti, è stata decisa l’accelerazione dell’accordo
dell’8 dicembre, quello che, all’art. 4, può determinare il collasso
dell’Italia e degli altri paesi ‘deboli’. E dire che, proprio per approfondire
il tema dell’art. 4 e gli emendamenti necessari per renderlo accettabile al
nostro paese, il presidente del consiglio s’era recato in missione ‘segreta’ a
Bruxelles per incontrare l’ambasciatore Nelli Feroci e gli altri sherpa
nostrani.
Così ieri la cancelliera Angela Merkel ha
onorato l’Italia e il suo primo ministro di espressioni cortesi, ma non calde,
e ha concluso la sua conferenza stampa con una infelice negazione: rispondendo
alla domanda del corrispondente del Messaggero, non ha, infatti, ammesso la
generosità dell’Europa –l’Italia in primo piano- nel consentire e appoggiare il
processo di riunificazione germanico, premessa essenziale, ma non esclusiva per
l’attuale forza e prosperità della sua nazione.
Anche Roma regala amarezze al professore
milanese chiamato al capezzale della Penisola: non solo le necessarie
dimissioni del sottosegretario Carlo Malinconico, la cui maldestra difesa ha
aggravato la situazione, ma le ombre che gravano su altri componenti del
governo, da Patroni Griffi a Milone, da Ciaccia a Martone. E queste ombre, a
dire il vero, debbono essere fugate al più presto, con il passo indietro di chi
appare poco trasparente nell’azione amministrativa o giudiziaria, proprio per
evitare che, in un momento come questo, il governo perda quell’ampio credito
che gli italiani gli hanno conferito a scatola chiusa. Non si tratta certo di
reati, ma di un uso disinvolto del complesso di poteri di cui ci si trova a
disporre. A questo sforzo di pulizia, dovrebbe accompagnarsi una più attenta
comunicazione istituzionale. Ci sono nella compagine ministeriale persone
(Passera, Riccardi) che sanno bene come ci si deve relazionare con la pubblica
opinione e che possono correggere la rotta di Palazzo Chigi, restituendo al
presidente Monti l’immagine che l’ha portato alle responsabilità attuali.
È necessario che il governo inizi a
parlare con il linguaggio della verità, quella verità che chiedono i cittadini,
ma soprattutto le imprese che affrontano da sole –ripeto ‘da sole’- la
tempesta.
Il noto ‘schienapiegata’ Fabio Fazio non
ha reso un servizio al professor Monti, al paese e all’informazione: ha solo
condotto, come sempre, un’intervista in ginocchio senza alcuna domanda
imbarazzante (sui casi cui ho già accennato), lasciando che l’intervistato
mostrasse di sé l’aspetto professorale non quello dell’uomo di Stato capace di
dirigere il vascello Italia tra i marosi.
E dobbiamo mettercelo in testa: non è il
destino cinico e baro che ci ha ridotti in questo stato.
Partiamo, quindi, dal mercato: il suo
giudizio -che ci tiene ancora nel baratro di uno spread superiore ai 500 punti-
non si potrà aggiustare facilmente. Il mercato è un’entità astratta di natura
etica, più precisa del Sant’Uffizio nel dare e nel levare credito a persone,
istituzioni, stati. Perché il mercato ci condanna e, al contempo, salva la
Spagna?
Perché dopo l’ultima tosatura, stiamo
ragionando di provvedimenti che possono avere una qualche utilità, ma a
distanza di tempo: il cosiddetto pacchetto liberalizzazioni, intorno al quale
si stanno consumando lotte politiche feroci, interne al Pdl, al Pd e all’Udc.
Le liberalizzazioni, in questo momento, sono come una dose di penicillina a un
malato con la febbre a 40°, che avrebbe bisogno di dosi massicce di
Tachipirina.
E qual è la Tachipirina di cui abbiamo
necessità e di cui nessuno nel governo e in Parlamento si occupa? La Tachipirina
di cui abbiamo bisogno immediato è il taglio delle uscite: un intervento
radicale sul pubblico impiego, sugli enti locali, accorpamenti e abolizioni,
sulle imprese pubbliche, sul fiume di denaro che finanzia i partiti e che ha
reso la costituzione di un partito la più lucrosa intrapresa imprenditoriale
italiana (vedi Idv).
C’è, quindi, molto da fare per non
perdere l’occasione fornitaci dalla tregua ‘Monti’.
C’è da fare sul piano della struttura di
governo, un governo del presidente che ha il diritto-dovere di esercitare
un’attenta vigilanza (impedendo scelte incaute o, comunque, discutibili).
C’è da fare sul piano delle iniziative a
effetto immediato: le imminenti scadenze di debito pubblico e privato sono qui,
a breve termine, e non sono interessate alla liberalizzazione di taxi e
farmacie, ma alla sostenibilità di bilancio e alla ripresa economica.
Una nuova manovra dovrà esserci e ci sarà
presto: non potrà toccare le entrate, ma le uscite.
Tertium non datur.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
Da Napolitano a Ghizzoni: e l’Italia non va
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 9 gennaio 2012
Le condoglianze di Napolitano alla comunità cinese in Italia propongono all’opinione pubblica una falsa idea del ruolo della comunità stessa nel nostro paese. L’omicidio di Roma reca lo stigma dell’ingente somma di denaro in possesso della vedova e madre delle vittime. In quel denaro c’è la dannazione che ha portato la morte. E la comunità cinese in Italia è certamente laboriosa, ma altrettanto certamente è inquinata dalla criminalità e dal lavoro nero, nerissimo. Un’assoluzione generale come quella che ha pronunciato oggi, Napolitano se la doveva risparmiare. Uno stile quello manifestato oggi dal nostro presidente che si coniuga con le dichiarazioni dell’altro ieri, quando Monti andava a Parigi per una missione sostanzialmente fallita. “L’Italia e Monti sono degni di fiducia” è l’equivalente dell’oste che magnifica il proprio vino. Ma il mercato, supremo regolatore etico del mondo, non ha gli ha creduto: oggi lo spread è a 530 e l’Unicredit di Palenzona, exdemocristiano, presidente e vicepresidente di aeroporti e altre cose concrete, si sta dimostrando incapace di gestire e realizzare un aumento di capitale. Ghizzoni (chi era costui? Ah! Qualcuno in Turchia!), con i suoi limiti, denuncia le modalità mostruose della successione ad Alessandro Profumo. A proposito, aveva sentito puzza di bruciato Profumo cercando di portare i libici nel capitale di Unicredit? Ai posteri la sentenza. Per ora a noi italiani scorno e ferite e, i sovrappiù, le fondazioni inventate da Giuliano Amato, veri centri di potere opaco.
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