Età della ragione (Gazzetta di Parma 17 maggio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 17 maggio 2012
Alexis Tsipras: un nome che va ricordato. È il leader di Syriza, il partito della sinistra democratica (ed europeista, a modo suo) greca che, nelle ultime ore, ha condotto la danza ad Atene e che viene accreditato come vincitore delle prossime elezioni. La tesi di Syriza è nuova e può diventare devastante: se la Grecia non decide di abbandonare l’euro, l’Unione europea non ha uno strumento giuridico per estrometterla. Quindi, ‘noi greci’ cesseremo di essere succubi dei diktat germanici, non usciremo dall’Europa e cambieremo politica: punteremo al rilancio dell’economia, ponendo il risanamento e il rigore in secondo piano.
Nelle cancellerie continentali e nella Bce, questo viene definito il ‘ricatto ellenico’ e con una qualche ragione. Infatti, se la Grecia non si piegherà alle pretese dell’Unione, ispirate da Angela Merkel, un missile termonucleare potrà abbattersi sulle capitali europee: il disastro di lunedì 14 maggio è un pallido assaggio di ciò che potrebbe accadere. Il caso Lehman Brothers un venticello passeggero.
Siamo dunque arrivati al tornante cruciale di una crisi mal gestita da leader senza statura, in paesi ignari, in sostanza, delle responsabilità che comporta l’appartenenza a una comunità di popoli e di stati come la nostra. Insufficientemente consapevoli gli italiani, disinteressati al conseguimento dei benefici comunitari (immense risorse messe a disposizione delle nostre regioni del Sud non utilizzate), disinteressati alla tutela della competività nazionale (un must per vari decenni), disinteressati a comportamenti politici non lesivi del prestigio nazionale, disinteressati a difendere con le unghie e con i denti gli interessi italiani a Bruxelles, a Strasburgo e ovunque è necessario.
L’incontro di martedì tra Hollande e Merkel, rinviato di qualche ora per l’intervento del cielo (o del Cielo?) è avvenuto in questo drammatico contesto. L’esito ricorda gli 0-0 di tante noiosissime partite del calcio catenacciaro d’altri tempi. Le aperture di Angela Merkel sulla crescita andranno verificate nelle prossime settimane, anche se è lecito sospettare che rimarranno buone intenzioni (perché dare a Hollande ciò che non è stato dato a Sarkozy?).
L’Italia, nelle febbrili discussioni di questi giorni, ha un ruolo marginale: corista senza weltanschauung (visione del mondo), senza difese di fronte alla possibile nuova politica greca –che potrebbe rendere inutili i sacrifici impostici-, incapace di scegliere tra Francia e Germania, visto che la velleitaria idea di una nostra mediazione è caduta prima di compiere un passo.
Alla fine, però, gli interessi dovrebbero prevalere sull’idea ottusa di una pax tedesca (per gli altri, i non germanici, impoverimento, moti popolari, terrorismo, ma niente debiti). Se prevarranno gli interessi, tanti totem a cui abbiamo celebrato sacrifici saranno spazzati via. Tante figure inserite nel Pantheon della Seconda Repubblica saranno rimosse. L’interesse degli europei, infatti, è quello di continuare a marciare insieme: troppo avanti è andato il processo di integrazione per fermarsi e retrocedere. La forza degli interessi imporrà alla Bce di diventare una banca centrale capace di fare il mestiere delle banche centrali, americana, inglese, giapponese e via dicendo. La forza degli interessi imporrà importanti passi politici sulla strada dell’integrazione.
Altrimenti, è tsunami. Per tutti, stati, regioni, länder e municipi d’Europa. Per questa ragione, dobbiamo pensare anche alla nostra città, Parma, reduce da una speciale, ulteriore crisi, amministrativo-giudiziaria, che ha spinto il sindaco Vignali alle dimissioni.
Dopo una campagna elettorale abbastanza corretta, la consultazione elettorale del 6 e del 7 maggio ha avuto il significato di un terremoto di violenza eccezionale: spazzati via i partiti della maggioranza di centro-destra; modesti risultati per le singole liste civiche che non sono riuscite a portare un candidato al ballottaggio; vittoria del candidato di centro-sinistra che trova come competitore l’uomo del movimento di Grillo.
A questo punto, la lezione europea e parmigiana (crisi del comune e risultato elettorale) servirà. Servirà a chi vorrà costruire una forza liberale e moderata, servirà a chi vincerà il ballottaggio perché gli dirà chiaro e tondo che amministrare è un mestiere senza perdono, i cui conti si pagano tutti alla fine, quando ci saranno nuove elezioni.
Servirà ai parmigiani: recandosi nei seggi il 20 e il 21, voteranno secondo ragione, sapendo che un terremoto basta e avanza e che, ora, occorre rimettere in piedi una macchina amministrativa efficiente, capace di svolgere il suo servizio nell’interesse dei parmigiani.
La lezione di questi mesi, servirà infine al nuovo sindaco. Come ogni cardinale dovrà essere giudicato da papa, cioè, appunto, da sindaco. Chiunque sia, avrà il compito di difendere Parma, capitale di rango europeo, e il suo diritto di sedere al posto che le compete senza essere più sfiorata dagli scandali.
Domenico Cacopardo
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L’austerità vuota dell’Europa tedesca (editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 13 maggio 2012)
FASCINO E LIMITI DI UN’EGEMONIA
Il voto «antieuropeo» domenica scorsa, di quote importanti (in un caso la maggioranza) dell’elettorato francese, greco e italiano
ripropone con forza un problema con il quale il nostro continente è alle prese da un secolo e più: il ruolo della Germania e la natura della sua supremazia. Un ruolo di potenza-guida costruito su una straordinaria forza economica, che negli ultimi venti anni si è manifestato in una germanizzazione di fatto della costruzione europea. Germanizzazione culminata nell’adozione dell’euro, che non a caso è servita a sancire definitivamente quel ruolo. È stata la Germania con la sua classe dirigente, infatti, che sempre più ha fornito all’Unione la sua politica economica di fondo, il suo impianto ideologico, i suoi paradigmi sociali e culturali, anche il suo insopportabile
«europeisticamente corretto». In specie, a partire dal 2002 (anno di introduzione dell’euro) la macchina di Bruxelles è sostanzialmente una macchina tedesca: al più con le istruzioni per l’uso in francese. Per l’appunto contro una tale macchina e la sua leadership – di cui la cancelliera Merkel è evidentemente nulla più che un simbolo – si sono espresse in modo massiccio le popolazioni chiamate alle urne da Parigi, ad
Atene, a Palermo. Dopo che negli ultimi tempi, peraltro, segnali analoghi non erano mancati anche altrove, e sempre più andavano affiorando perplessità e dubbi sulla guida tedesca anche nelle classi politiche dei Paesi dell’Unione. In tutto ciò si esprime, a me pare, un fatto di enorme
importanza storica. Riassumibile in questi termini: la Germania, pur destinata da oltre un secolo ad un ruolo virtualmente egemonico in Europa, sembra avere, tuttavia, una grandissima e intrinseca difficoltà ad esercitare tale ruolo poggiandolo sulla costruzione di un adeguato consenso. Le risulta assai difficile, cioè, trasformare la propria potenza economica in una dimensione di effettiva e moderna egemonia politica: in altre parole dare vita a una sfera di opinioni e di sentimenti favorevoli alla sua supremazia, e capaci quindi di prendere la forma di un consenso democratico-elettorale. E forse proprio per questa ragione, non a caso, nel corso della sua storia unitaria essa ha ceduto ben due volte alla tentazione di esercitare la propria supremazia imponendola con altri mezzi. Non penso affatto, sia chiaro, che allora dobbiamo temere che possa esserci una terza volta. Il carattere assolutamente pacifico della Germania odierna non può essere messo in dubbio. Ma dobbiamo prendere atto del problema vero che da tempo sta di fronte all’Europa: la Germania non riesce a fare con il continente ciò che invece riuscì agli Stati Uniti dopo il 1945 con
l’intero Occidente: federare e dominare, ma insieme convincere e sedurre. Perché sono diversissime le condizioni storiche, naturalmente. Ma non solo. Molto di più perché mancano alla Germania quelle caratteristiche storico-culturali che hanno reso – e per tanti versi rendono ancora oggi -
possibile l’egemonia americana. Troppo simile a noi, Paesi e culture del resto d’Europa, le manca la capacità di incarnare una way of life libera e accattivante; di produrre universi mitico-simbolici capaci di tenere insieme in modo straordinario la prospettiva del sogno, dell’eterna illusione, e però anche quella del realismo, delle cose dell’esistenza quotidiana; di alimentare l’idea di una ricchezza a disposizione dell’intraprendenza di chiunque; di inventare oggetti, specie beni di consumo (dalla gomma da masticare, alla Coca Cola, ai jeans) che alludono irresistibilmente a forme di vita easy , ariose, disinvolte, aperte all’imprevedibilità delle occasioni. Tutto ciò che viene da lì, insomma, sembra andare – perlomeno
nella dimensione dell’immaginario (ma non solo: le istituzioni giuridiche e politiche americane sono una realtà) verso l’individuo e la sua libertà. Cioè verso i due massimi valori dei tempi moderni. Nulla a che fare, come si capisce, con l’intrinseco antiindividualismo, con l’idea e l’immagine «pesanti» di organizzazione e di autorità che emanano, viceversa, dall’immagine della Germania; nulla a che fare con i dilemmi metafisici tanto spesso radicalmente eversivi, con la spiritualità austera e profonda della sua tradizione culturale. Senza contare il rapporto non certo semplice, e tanto meno limpido con la libertà e i suoi istituti che storicamente ha avuto la Germania. Che cosa c’è di tedesco, insomma, al di là delle opportunità del mercato del lavoro e dello smagliante panorama urbano di Berlino, che possa conquistare l’immaginario di un giovane europeo del tempo presente? Che possa attrarre la fantasia delle masse europee, accenderne le speranze e i sogni? Ma senza queste cose nulla può nascere in politica. Senza queste cose tutto diventa soltanto burocrazia, convegni, «vertici» e tenuta in ordine dei conti. Tutto diventa, per l’appunto, l’Europa attuale, l’Europa tedesca, vuota e ripiegata su se stessa. Che quando la sera si addormenta, l’unico pensiero che può permettersi è quello sullo spread che l’attende l’indomani.
L’ULTIMA MAZZETTA (Gazzetta di Parma 10.5.2012)
Di certo ricordate un film con la seguente scena: i banditi stanno svuotando la cassaforte mentre suonano le sirene della polizia. Uno dei gangsters si attarda per raccogliere un’altra mazzetta. Così si comportano i partiti: mentre crolla il sistema, cercano di arraffare gli ultimi soldi del munifico, indecente finanziamento pubblico.
La situazione è sotto gli occhi di tutti: ‘Lor signori’ hanno stabilito che lo Stato li doveva riempire di quattrini, gabellandoli come ‘rimborsi elettorali’ e di sottrarre agli italiani la scelta di coloro che andavano eletti. Hanno creato un circuito inespugnabile. Le oligarchie controllano i flussi di denaro e i propri rappresentanti alla Camera e al Senato; e stabiliscono quanto sottrarre agli italiani. Però, la polizia –lo sdegno degli elettori- si sta avvicinando, anzi è già qui.
I banditi si attardano nei corridoi del palazzo dal quale hanno preso tutto ciò che potevano, lasciandoci un solo, immenso debito.
E ora che succederà?
Il risultato del 5 e 6 maggio non è neutro verso il governo, per ragioni, morali, economiche e politiche. Quelle morali riguardano la sospensione del potere di decidere attribuito agli italiani; la supina accettazione del protettorato tedesco; la circostanza che, salvo qualche rara eccezione, il personale di governo è composto da persone non estranee al sistema, come i professori universitari. Non sveliamo un mistero ricordando le modalità attraverso le quali si diventa professori straordinari, ordinari, presidi di facoltà e rettori di università. Non ce ne scandalizziamo più, perché esse appartengono all’humus nazionale.
Le ragioni economiche sono sotto gli occhi di tutti: la politica impostaci dalla Merkel si sta rivelando un disastro. Un disastro sul piano dell’occupazione, sul piano industriale e sul piano sociale. Non su quello della finanza e delle banche, quotidianamente gratificate di liquidità BCE al prezzo dell’1%.
Le ragioni politiche sono ineludibili: il presidente francese Hollande rinegozierà il trattato “Fiscal compact”, vorrà rendere la BCE uguale alla Federal Reserve e varare una imponente emissione di bond europei per finanziare il rilancio delle infrastrutture e dell’occupazione.
Dove sarà il cereo Monti?
L’Italia può essere immaginata come la Costa Concordia. Per l’insipienza dei comandanti (l’ultimo, Berlusconi) ha ‘preso uno scoglio’, ha imbarcato acqua e è sbandata. Indotto a passare la mano, Berlusconi ha lasciato il timone a un nuovo comandante. Monti ha effettuato le manovre di emergenza che ogni manuale suggerisce per impedire l’affondamento. Altre, quelle che consentirebbero al transatlantico Italia di riprendere la navigazione, le ha accantonate. È evidente che qualcosa non funziona. È naturale che chi diventato commissario europeo per designazione governativa (sempre Berlusconi) e presidente del consiglio dei ministri per ‘motu proprio’ di Giorgio Napolitano, così indirizzato da autorevoli ambienti italiani e non (sempre la Merkel), non è disposto ad accettare osservazioni e critiche. Gli italiani, però, non sono studenti della Bocconi da bacchettare. Gli italiani hanno ancora, per fortuna, il diritto di critica e di dissenso.
Occorre, a questo punto, che Mario Monti, sin qui gratificato dalla patria più di quanto lui non l’abbia gratificata (commissario europeo, senatore a vita e presidente del consiglio) si renda conto che il suo ruolo pretende un impegno diverso. Non giri nei saloni d’onore (Cina, Giappone, Israele, Bruxelles etc.) ma presenza in sala macchine tra nafta e olio di motori: per ascoltare la voci che vengono dal paese, dagli imprenditori, dagli operai, dai pensionati. Ha pochissimo tempo ormai. Se non lo coglie, il confronto elettorale diventerà improrogabile.
Scenari difficili si prospettano, anche di genere greco. Non bisogna averne timore, come non bisogna avere paura del demagoghetto Beppe Grillo: interpreta, da comico un po’ spompato com’è, il disagio universale, quel disagio che, per esempio, il Pd non ha saputo cogliere e trasformare in piattaforma politica. Grillo, checché ne dicano i suoi seguaci, non ha né idee né proposte. E quelle che declama sono infantili, disinformate, dannose per la comunità nazionale (basti pensare all’opposizione alla Tav). Tuttavia, come il giullare di corte incuteva timore ai cortigiani di sua maestà, così Grillo può diventare un utile deterrente perché i banditi di cui dicevamo abbandonino il malloppo e restituiscano ciò che resta agli italiani. Per Parma, aggiungo che Federico Pizzarotti mi piace. Ha una bella faccia aperta e diretta. Avrà le sue occasioni. Parma, però, non è un laboratorio sperimentale.
Un’ultima considerazione: gli apocalittici non vanno ascoltati. Occorre ragionare sempre senza paure e con la propria testa.
I popoli, infatti, vivono nella storia. Sono gli uomini che periscono.
Domenico Cacopardo
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HOLLANDE ALL’ELISEO (Editoriale Gazzetta di Parma del 6 maggio 2012)
Oggi, la Francia sceglie il suo presidente della Repubblica. Se le indicazioni dei sondaggisti saranno rispettate, questa sera Francois Hollande (il suo slogan: ‘Le Changement c’est’ maintenant’, ‘Il cambiamento è adesso’), prenderà in mano le sorti della sorella transalpina e, in qualche misura, dell’Europa.
Mentre una conferma di Nicolas Sarkozy significherebbe una sostanziale continuità politica e, quindi, di rapporti con Angela Merkel, Hollande si presenta con un pacchetto di vere novità. Sul piano fiscale, un duro giro di vite. Aliquote superiori al 45% e al 75% per i redditi rispettivamente superiori ai 150.000 euro e al milione, l’abolizione di ogni scappatoia legale (quella che noi chiamiamo ‘elusione’) e tutte le misure necessarie per raggiungere 29 miliardi di nuove entrate. Torna, pertanto, la persecuzione della ricchezza, formula vintage del tutto obsoleta nel mondo globalizzato. Naturalmente, anche Tobin tax e Carbon tax, a condizione che esse divengano di comune accettazione comunitaria. Pareggio di bilancio previsto per il 2017, un anno dopo quanto promesso da Sarkozy.
Per combattere la disoccupazione, 60.000 assunzioni nella scuola, altre nel pubblico impiego ed esoneri fiscali per le aziende che assumono giovani. Strumento aggiuntivo, la creazione di una banca pubblica per il sostegno alle MPI.
Per i pensionati, il ritorno a un’età pensionistica di 60 anni, con almeno 41,5 anni di contribuzione.
Sull’energia, riduzione progressiva della quota nucleare nella produzione di elettricità dal 75% al 50% entro il 2025 e, quindi, chiusura di una ventina di reattori. Solo la vecchia centrale di Fessenheim sarà dismessa nel prossimo quinquennio e, contrariamente ai desideri degli ecologisti, andranno avanti i lavori della centrale di ultima generazione di Flamanville.
Non manca l’impegno sui diritti civili: sì al matrimonio e all’adozione da parte di coppie gay; sì all’eutanasia in caso di malattia incurabile e/o di forte sofferenza; sì al voto agli stranieri nelle elezioni locali; sì a un ulteriore decentramento amministrativo; no al cumulo delle cariche.
Si vede bene che Francoise Hollande e il suo spin-doctor Michel Sapin (responsabile del programma) hanno messo insieme un complesso di misure in parte generiche, in parte puntuali sulle quali sembra che si sia raccolto il consenso della maggioranza dei francesi. Quelle puntuali riguardano i diritti civili e sono a costo zero. Le altre –quelle retro- sono attuabili in modo abbastanza elastico, sicché si può ragionevolmente ritenere che, una volta insediato all’Eliseo, il presidente sarà costretto a fare un bagno di realismo e a tarare le misure su ciò che è possibile senza mandare all’aria il bilancio dello Stato.
Rimane, però, il forte accento sullo sviluppo, considerato valore prioritario rispetto alle politiche deflazionistiche invalse in Europa sulle pressioni tedesche.
Qui, ci sarà la vera novità politica: infatti, Francoise Hollande intende rinegoziare il ‘Fiscal compact’, dare alla BCE un ruolo analogo a quello della Federal Reserve e introdurre gli Eurobond, titoli di debito europeo destinati a finanziare un colossale piano di investimenti in infrastrutture.
Esaminiamo i tre punti: il trattato ‘Fiscal compact’ ha perso gran parte del suo appeal (anche in Italia). Nubi nere si addensano sul suo futuro: il referendum in Irlanda, il voto in Grecia, la volontà di Hollande di modificarlo sostanzialmente. In modo così sostanziale da renderlo ben più permeabile a politiche di rilancio socio-economico. È un bene o un male? Diciamo subito che la volontà popolare si sta coagulando in senso opposto al ‘Fiscal compact’. E diciamo anche che il dominio tedesco si esercita oggi sulle macerie finanziarie, industriali e occupazionali dei paesi dell’Unione, come nella Seconda guerra mondiale s’era esercitato sulle macerie belliche.
Occorrerà vedere come evolveranno i negoziati e i rapporti tra gli stati.
Per la BCE e per il suo presidente Mario Draghi si preparano giorni ben più difficili di quelli trascorsi: non sarà più possibile distribuire quattrini alle banche all’1% per vederli da queste prestati al sistema delle imprese al 6-7%. Come accade in tutti gli istituti centrali del mondo, a parte l’Europa, la BCE potrebbe diventare, finalmente, struttura finanziaria di servizio alle politiche economiche dell’Unione europea. Infine, gli eurobond. Qui, Hollande torna a Delors e al suo piano per rilanciare le infrastrutture e gli investimenti privati in Europa. Le reti fisiche e quelle virtuali sarebbero le prime destinatarie del denaro mobilitato.
Queste le intenzioni di Hollande, se entrerà nell’Eliseo.
La Germania? La Germania, salvo imprevisti, dovrebbe essere isolata con il gruppo dei ‘fedeli’ nordici. A meno che l’Italia non continui a giustapporsi alla Merkel insistendo sull’asse Roma- Berlino.
Insomma, è di tutta evidenza che oggi i francesi votano anche per gli italiani, gli spagnoli e tanti altri popoli europei.
Gli effetti saranno di sicuro innovativi. Fors’anche positivi.
Ma questo sarà tema di dibattito nelle prossime settimane.
Domenico Cacopardo
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Indignazioni
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 2 maggio 2012
Che l’Italia e l’Europa stiano percorrendo uno dei tornanti della storia, quegli appuntamenti che cambiano il corso degli eventi e il destino dei popoli, è un fatto difficilmente contestabile. Nei prossimi giorni, l’elezione del presidente della Repubblica francese, le consultazioni generali di Grecia e Irlanda chiariranno qual è la via che stiamo per imboccare. Una via, nonostante tutto, incerta e densa di pericoli e di minacce. Il suo punto di arrivo è misterioso, giacché le probabilità che l’euro, così come lo conosciamo, fra qualche mese, non esista più sono equivalenti a quelle di un suo rafforzamento. Per questo, le polemiche e le tensioni italiane, di fronte ai problemi più vasti e più urgenti anche per noi, sbiadiscono e si collocano all’interno delle esigenze elettoralistiche di tutte le organizzazioni impegnate nella tornata di domenica 6 maggio, della necessità del sindacato di ‘tenere’ la propria base e della rigidità caratteriali del presidente del consiglio dei ministri, il professor Monti oggi più che mai attento alla cura della propria immagine interna e internazionale.
Andiamo con ordine. Lega Nord, Di Pietro e amici del comico Grillo si agitano contestando alla radice il governo, il sistema politico che gli dà fiducia e le istituzioni repubblicane. L’indignazione della Lega Nord si spinge tramite Roberto Maroni (c’è da vergognarsi per il ruolo di ministro degli interni consegnatogli nel 2008) a prospettare una specie di sciopero fiscale.
Il sindacato ha celebrato un 1° maggio fondato sulla contestazione del governo Monti e su richieste di interventi che sono oggettivamente al di fuori delle possibilità finanziarie dello Stato italiano. Poiché la Camusso, Bonanni e Angeletti non sono degli imbecilli c’è da chiedersi perché agitano parole d’ordine vecchie e superate, insistendo in una posizione politica che ci ha dato i lavoratori più costosi e, al medesimo tempo, meno pagati d’Europa. Certo, i sindacalisti ‘tengono famiglia’ e le ragioni delle organizzazioni vincono su quelle dei lavoratori. Ma, alla fin fine, non c’è una possibilità che è una che riescano a conseguire un risultato nella direzione che prospettano. Per fortuna, occorre aggiungere, visti i guasti che si produrrebbero nel bilancio dello Stato.
E veniamo a Mario Monti. Ricorrendo a un paragone diretto, senza edulcorazioni, l’Italia è come la Costa Concordia: per l’insipienza dei comandanti (l’ultimo, Berlusconi) ha ‘preso uno scoglio’ e ha iniziato a imbarcare acqua e a sbandare. Indotto a passare la mano, Berluisconi ha lasciato il timone a un nuovo comandante (Monti). Per onore della verità, il cavaliere non si è comportato come Schettino, anzi sostiene in modo abbastanza efficace l’azione del successore. Monti ha effettuato le manovre di emergenza che ogni manuale ritiene necessarie per impedire l’affondamento. Altre, quelle che consentirebbero al transatlantico Italia di riprendere la navigazione, le ha accantonate. E a chi gliele ricorda risponde anche lui d’essere ‘indignato’ e pronto ad aggravare le misure urgenti già prese.
È evidente che c’è qualcosa che non funziona in questo atteggiamento. Naturalmente, chi non ha mai attraversato un passaggio elettorale, che ha assunto responsabilità significative nel mondo universitario nel modo felpato e baronale che governa gli atenei italiani, che è diventato commissario europeo per designazione governativa (sempre Berlusconi) e che è diventato presidente del consiglio dei ministri per ‘motu proprio’ di Giorgio Napolitano, così indirizzato da autorevoli ambienti italiani e non (Angela Merkel), non accetta senza reazioni le osservazioni e le critiche di soggetti che non ritiene ‘tecnicamente’ all’altezza. Gli italiani, però, non sono studenti della Bocconi da bacchettare. Gli italiani hanno ancora, per fortuna, il diritto di critica e di dissenso.
Occorre, a questo punto, che Mario Monti, sin qui gratificato dalla patria più di quanto lui non l’abbia gratificata (commissario europeo, senatore a vita e presidente del consiglio) si renda conto che il suo ruolo attuale pretende un impegno diverso: non servono i giri nei saloni d’onore (Cina, Giappone, Israele, Bruxelles etc.) serve scendere in sala macchine e darsi da fare. E ascoltare la voci che vengono da tanti soggetti responsabili, preoccupati della situazione, intenzionati ad aiutarlo per trovare il modo di andare avanti.
Prima di tutto occorre partire dai 6.000.000 di piccoli imprenditori, espressione di quel fenomeno tipicamente italiano che si chiama capitalismo molecolare. Essi, 6.000.000 di connazionali, sono le prime vittime dei provvedimenti fiscali del governo, delle diserzioni del mondo bancario, delle vessazione dei poteri politici (locali). Che vuole fare di loro Mario Monti? Vuole che, in numero sempre crescente, continuino a portare i libri in tribunale?
Certo, nei giorni scorsi si è provveduto al taglio di alcune spese. Non insistiamo sulla circostanza che dopo l’istituzione della prima commissione di spending revue (1981, sempre Giarda), ancora oggi si brancoli, tanto da ricorrere Enrico Bondi (una foglia di fico?), per incidere il bubbone ‘organizzazione statuale’. Non rileviamo la sostanziale sfiducia di conseguenza manifestata verso il ministro competente, Filippo Patroni Griffi, titolare del dicastero della funzione pubblica. E non segnaliamo che la chiamata di esperti come Amato e Giavazzi (già feroce critico della politica governativa) è paradossale: un governo di esperti chiede l’aiuto ad altri esperti.
Comunque, un passo per ridurre la spesa pubblica è stato fatto e non possiamo che rallegrarcene. Ciò che manca è un’idea di riorganizzazione, di ridefinizione del ruolo dello Stato nella società. Qui casca l’asino: nonostante tutto, indignazioni comprese, Mario Monti e il suo governo non hanno affrontato la questione della riduzione del perimetro dello Stato. Non un discorso sui 500 miliardi di beni pubblici alienabili (un quarto del debito pubblico). Certo, sappiamo tutti che in un momento di crisi non possono essere messi sul mercato. Ma ci sono tante altre opzioni note e disponibili. Non un discorso sull’imponente mondo delle società pubbliche regionali, provinciali e comunali. Nulla su Enel, Eni, Poste, Ferrovie. Nulla sulle risorse della Cassa Depositi e Prestiti e sulla loro spendibilità a sostegno dell’economia.
Certo, i problemi sono tanti e complessi: solo per questo, l’Italia s’è rivolta a una personalità del mondo accademico.
Non per rimanere avvitata su se stessa.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
TAGLIARE LE SPESE SI PUO’ (E SI DEVE) La trappola delle tasse editoriale del Corriere della sera del 31 marzo 2012
Scritto da domenico in Editoriali vari il 31 marzo 2012
L’Europa e l’Italia si trovano fra Scilla (la recessione) e Cariddi (debito e deficit). Sono acque molto difficili ed errori di navigazione possono essere fatali. I mercati li temono e le loro preoccupazioni si riflettono negli spread che si stanno di nuovo allargando. Quelli italiani sono saliti di 50 punti in meno di due settimane. Lo sbaglio da evitare, e che invece in Europa è sempre più frequente, è dare eccessiva importanza alla dimensione dell’aggiustamento dei conti pubblici, trascurandone la qualità. In Paesi come l’Italia, dove la pressione fiscale è vicina al 50% del reddito nazionale (Pil), ostinarsi a ridurre deficit e debito aumentando le imposte è inutile, o addirittura controproducente perché ogni beneficio rischia di essere annullato dall’effetto recessivo di un ulteriore aumento della pressione fiscale.
Negli ultimi otto mesi, in quattro successive manovre volte a correggere i nostri conti pubblici, la pressione fiscale è cresciuta di quasi 2 punti: dal 44,7% del Pil nel 2010 al 46,5% fra due anni. Quelle quattro manovre hanno anche ridotto le spese al netto degli interessi: apparentemente di 3 punti, dal 49,5 al 46,5% del Pil. Ma un’analisi più attenta mostra che una parte significativa di questa riduzione di spesa è avvenuta mediante tagli nei trasferimenti dello Stato a Comuni, Province e Regioni. Questi ultimi non hanno compensato i minori trasferimenti riducendo a loro volta la spesa, ma hanno aumentato alcune imposte locali, come le addizionali Irpef che sono entrate in vigore in questi giorni. Rifacendo i conti si scopre che dei circa 5 punti di correzione dei conti pubblici attuati nei mesi scorsi, quattro si otterranno tramite aumenti di imposte e uno soltanto per effetto di minori spese. Il risultato è che fra due anni la pressione fiscale complessiva (cioè sommando imposte pagate allo Stato e ad enti locali) supererà il 50%. Non è una peculiarità italiana: sta accadendo un po’ ovunque in Europa.
E, tuttavia, studiando le correzioni dei conti pubblici attuate negli ultimi 40 anni nei maggiori Paesi industriali si apprendono tre lezioni. 1) Gli aggiustamenti fiscali che funzionano sono quelli che riducono le spese, aprendo così la strada a riduzioni del carico fiscale; 2) tanto meglio funzionano quanto più sono accompagnati da riforme che stimolino la crescita; 3) la discesa del debito è un processo che richiede tempi molto lunghi. Per essere credibile, servono quindi istituzioni che garantiscano la continuità delle politiche necessarie per ridurre il debito.
Le regole europee, anche le modifiche ai trattati decise tre mesi fa, continuano invece a porre l’accento esclusivamente sul pareggio di bilancio, senza dir nulla sulla composizione delle manovre per raggiungerlo, né sull’assetto istituzionale necessario per garantire continuità, ad esempio creando Commissioni fiscali indipendenti, la cui creazione avevamo proposto in un articolo del 3 marzo scorso. Dovendo scegliere tra un aggiustamento più severo, ma attuato solo elevando la pressione fiscale, e uno più moderato, ma attuato riducendo in via strutturale, e quindi permanente, la spesa, va preferito il secondo.
Nelle scorse settimane si è parlato di spostare il peso fiscale dalle imposte dirette (sul reddito) a quelle indirette (sui consumi). Le seconde sono meno distorsive delle prime e scoraggiano meno il lavoro, ma sempre imposte sono e riducono il potere d’acquisto dei salari. Facciamo pure una riforma fiscale di questo tipo, ma in un quadro di riduzione non di aumento del carico fiscale complessivo!
Riforma del mercato del lavoro ed equilibrio dei conti pubblici hanno un ovvio collegamento: l’impiego pubblico, che è una delle fonti principali di rigidità della spesa. Tant’è vero che le amministrazioni pubbliche, per acquisire un po’ di flessibilità, fanno esse pure ricorso a contratti a tempo determinato, contribuendo a creare anche qui un mercato del lavoro «duale».
Per molti aspetti, quindi, i problemi del mercato del lavoro del settore pubblico sono simili a quelli del settore privato. Non solo. Soprattutto nel Sud l’impiego pubblico è una forma di sussidio permanente, un modo molto inefficiente per trasferire reddito alle regioni del Mezzogiorno, che non le aiuta a diventare più produttive, anzi ostacola lo sviluppo dell’occupazione nel settore privato. Per giusti motivi di equità questo governo ha eliminato ogni differenza nel trattamento pensionistico tra dipendenti pubblici e privati. Non applicare le medesime regole al mercato del lavoro significa reintrodurre differenze inique nella natura dei contratti.
Sono queste le sfide che attendono il governo Monti, un esecutivo nato per avviare riforme che la politica non ha avuto il coraggio di fare. Entrambi dovrebbero ricordarlo, governo e politica, prima che la luna di miele finisca.
Alberto Alesina Francesco Giavazzi
EMILIANO E I PESCI ROSSI (DI VERGOGNA) dal Corriere della sera del 21 marzo 2012 (Antonio Polito)
Scritto da domenico in Editoriali vari il 21 marzo 2012
I tanti pesci in barile del caso Emiliano I tanti pesci in barile del caso Emiliano Il sindaco di Bari, Michele Emiliano Bisogna capire che Michele Emiliano era il Sol dell’Avvenire. L’altra gamba della lista civica nazionale che il collega de Magistris già pronosticava al 20%, una sorta di Ppm, Partito dei Procuratori Meridionali fattisi sindaci. L’uomo che Marco Travaglio aveva suggerito come potenziale candidato per Palazzo Chigi, e che Vendola aveva già scelto come suo successore alla Regione. Società civile allo stato più puro, un eroe delle mani pulite prestato alla politica, uno che si definisce così nel suo profilo su Twitter: «Magistrato antimafia in aspetta- tiva e casualmente sindaco di Bari da sette anni». Emiliano poteva guidare la rivolta contro la vecchia politica corrotta, e vincere. Solo così si spiega ora il silenzio, l’imbarazzo, il fischiettare distratto di quel milieu politico-mediatico che avrebbe crocefisso qualsiasi altro uomo pubblico nelle condizioni di Emiliano. In fin dei conti, una vasca da bagno ricolma di pesce fresco non deve costare molto meno di una vacanza all’Argentario dell’ex sottosegretario Malinconico. Stavolta, invece, neanche un’imitazione della Guzzanti, nemmeno un docu-drama con le intercettazioni da Santoro, nemmeno una citazione tra i fatti quotidiani di cui bisognerebbe vergognarsi. E però, meglio dirlo subito, è un bene che da quel mondo non si levi il solito grido «dimissioni, dimissioni». È un bene perché un sindaco eletto direttamente dal popolo non può lasciare il suo incarico per un rapporto della Guardia di Finanza, senza nemmeno essere indagato, per un’indagine su fatti di cui i pm sapevano dal 2006 e che, se la Procura avesse agito a tempo debito, certamente avrebbero indotto il sindaco a scansare i fratelli Degennaro et dona ferentes . Non c’era infatti bisogno di questa inchiesta per sapere che cosa non va in Emiliano e nell’emilianismo. Basterebbe pensare che la figlia del capofamiglia Degennaro era stata fatta da lui assessore, e neanche la dinastia Matarrese, quando pure comandava a Bari, si era mai sognata di mettere un familiare in giunta. Basterebbe dire che in un’intervista Emiliano aveva definito quel gruppo «un’impresa vicina all’amministrazione», senza falsi pudori. Ma soprattutto, per negare a Emiliano la patente di sacerdote del «controllo di legalità» che sempre più spesso, e senza alcun appiglio nel codice, viene regalata ai pm d’assalto, basterebbe dire che lui la legalità la viola dal 2009. Da quando una sentenza della Corte Costituzionale ha chiarito senza ombra di dubbio che un magistrato non può essere un dirigente di partito nemmeno se è fuori ruolo. Ed Emiliano, che non si è mai dimesso dalla magistratura, è stato segretario del Pd pugliese, ha partecipato alle primarie, le ha perse, ed è stato ricompensato con l’attuale carica di presidente regionale del partito. Ma davvero c’era bisogno dei molluschi di Degennaro per capire quanto pericoloso sia questo leaderismo alle cozze? Appena pochi giorni fa il nuovo Petruzzelli è stato commissariato per un buco di sette milioni di euro, ed Emiliano è il presidente della fondazione. È volata una mosca? No, perché la voga di questi anni stabilisce che il pm che va in politica assolve, purifica e beatifica tutti quelli che gli si accompagnano; e invece gli interessi, gli affari, i soldi, gli appalti continuano ovviamente ad esistere, ed è tutto da dimostrare che il leader solitario sappia dominarli meglio. Così si fonda un «potere senza critica», che sfugge al principio liberale della trasparenza, cioè non se ne risponde all’opinione pubblica. Così può accadere che il pm che a Bari faceva le inchieste sulla sanità pugliese, Lorenzo Nicastro, venga nominato da Vendola assessore regionale nel bel mezzo dell’indagine, dopo essersi candidato con l’Idv. Così succede che la Regione finanzi lautamente un convegno del Procuratore che sta indagando il Governatore. Che cosa è più la politica democratica in una città in cui, da quando c’è l’elezione diretta del sindaco, la carica è sempre andata o a un immobiliarista o a un procuratore? Una città in cui Emiliano si presentò candidato dicendo: «Il programma sono io»; proprio come Berlusconi nelle elezioni del 2001, solo che a Berlusconi lo rinfacciò persino il New York Times , e a Emiliano arrivarono gli applausi del nuovismo che finalmente si disfaceva dei partiti. Ps : non si può deplorare Emiliano senza dir niente del presidente leghista del consiglio della Lombardia, Davide Boni, lui sì indagato per corruzione e non per una polenta omaggio ma per tangenti, il quale ieri ha avuto la sfrontatezza di presiedere il dibattito sulla mozione di sfiducia contro di lui pur di non mollare la poltrona. Milano vicina all’Europa, cantava Lucio Dalla. Oggi più vicina a Bari. Antonio Polito Il sindaco di Bari, Michele Emiliano Bisogna capire che Michele Emiliano era il Sol dell’Avvenire. L’altra gamba della lista civica nazionale che il collega de Magistris già pronosticava al 20%, una sorta di Ppm, Partito dei Procuratori Meridionali fattisi sindaci. L’uomo che Marco Travaglio aveva suggerito come potenziale candidato per Palazzo Chigi, e che Vendola aveva già scelto come suo successore alla Regione. Società civile allo stato più puro, un eroe delle mani pulite prestato alla politica, uno che si definisce così nel suo profilo su Twitter: «Magistrato antimafia in aspetta- tiva e casualmente sindaco di Bari da sette anni». Emiliano poteva guidare la rivolta contro la vecchia politica corrotta, e vincere. Solo così si spiega ora il silenzio, l’imbarazzo, il fischiettare distratto di quel milieu politico-mediatico che avrebbe crocefisso qualsiasi altro uomo pubblico nelle condizioni di Emiliano. In fin dei conti, una vasca da bagno ricolma di pesce fresco non deve costare molto meno di una vacanza all’Argentario dell’ex sottosegretario Malinconico. Stavolta, invece, neanche un’imitazione della Guzzanti, nemmeno un docu-drama con le intercettazioni da Santoro, nemmeno una citazione tra i fatti quotidiani di cui bisognerebbe vergognarsi. E però, meglio dirlo subito, è un bene che da quel mondo non si levi il solito grido «dimissioni, dimissioni». È un bene perché un sindaco eletto direttamente dal popolo non può lasciare il suo incarico per un rapporto della Guardia di Finanza, senza nemmeno essere indagato, per un’indagine su fatti di cui i pm sapevano dal 2006 e che, se la Procura avesse agito a tempo debito, certamente avrebbero indotto il sindaco a scansare i fratelli Degennaro et dona ferentes . Non c’era infatti bisogno di questa inchiesta per sapere che cosa non va in Emiliano e nell’emilianismo. Basterebbe pensare che la figlia del capofamiglia Degennaro era stata fatta da lui assessore, e neanche la dinastia Matarrese, quando pure comandava a Bari, si era mai sognata di mettere un familiare in giunta. Basterebbe dire che in un’intervista Emiliano aveva definito quel gruppo «un’impresa vicina all’amministrazione», senza falsi pudori. Ma soprattutto, per negare a Emiliano la patente di sacerdote del «controllo di legalità» che sempre più spesso, e senza alcun appiglio nel codice, viene regalata ai pm d’assalto, basterebbe dire che lui la legalità la viola dal 2009. Da quando una sentenza della Corte Costituzionale ha chiarito senza ombra di dubbio che un magistrato non può essere un dirigente di partito nemmeno se è fuori ruolo. Ed Emiliano, che non si è mai dimesso dalla magistratura, è stato segretario del Pd pugliese, ha partecipato alle primarie, le ha perse, ed è stato ricompensato con l’attuale carica di presidente regionale del partito. Ma davvero c’era bisogno dei molluschi di Degennaro per capire quanto pericoloso sia questo leaderismo alle cozze? Appena pochi giorni fa il nuovo Petruzzelli è stato commissariato per un buco di sette milioni di euro, ed Emiliano è il presidente della fondazione. È volata una mosca? No, perché la voga di questi anni stabilisce che il pm che va in politica assolve, purifica e beatifica tutti quelli che gli si accompagnano; e invece gli interessi, gli affari, i soldi, gli appalti continuano ovviamente ad esistere, ed è tutto da dimostrare che il leader solitario sappia dominarli meglio. Così si fonda un «potere senza critica», che sfugge al principio liberale della trasparenza, cioè non se ne risponde all’opinione pubblica. Così può accadere che il pm che a Bari faceva le inchieste sulla sanità pugliese, Lorenzo Nicastro, venga nominato da Vendola assessore regionale nel bel mezzo dell’indagine, dopo essersi candidato con l’Idv. Così succede che la Regione finanzi lautamente un convegno del Procuratore che sta indagando il Governatore. Che cosa è più la politica democratica in una città in cui, da quando c’è l’elezione diretta del sindaco, la carica è sempre andata o a un immobiliarista o a un procuratore? Una città in cui Emiliano si presentò candidato dicendo: «Il programma sono io»; proprio come Berlusconi nelle elezioni del 2001, solo che a Berlusconi lo rinfacciò persino il New York Times , e a Emiliano arrivarono gli applausi del nuovismo che finalmente si disfaceva dei partiti. Ps : non si può deplorare Emiliano senza dir niente del presidente leghista del consiglio della Lombardia, Davide Boni, lui sì indagato per corruzione e non per una polenta omaggio ma per tangenti, il quale ieri ha avuto la sfrontatezza di presiedere il dibattito sulla mozione di sfiducia contro di lui pur di non mollare la poltrona. Milano vicina all’Europa, cantava Lucio Dalla. Oggi più vicina a Bari.
Antonio Polito
Mario Rossi e Mario Monti (editoriale della Gazzetta di Parma di venerdì 2 marzo 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 5 marzo 2012
Il camionista Mario Rossi da Noceto era in viaggio verso Briancon con un carico di materiale edilizio. Era partito alle sei e sarebbe dovuto arrivare in serata. L’indomani mattina avrebbe scaricato dal solito grossista. Dopo, avrebbe raggiunto Annecy per prendere un altro carico. In due giorni e mezzo Noceto-Francia e ritorno. Invece no. Dopo qualche chilometro di autostrada del Frejus, quando ormai era troppo tardi per cambiare percorso, s’è ritrovato in un blocco totale, messo in piedi dai cosiddetti Notav, un gruppo anarco-fascista che imperversa da anni nella val di Susa nel tentativo di impedire la realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione, tratto vitale del corridoio ferroviario Lisbona-Kiev. Occorre solo aggiungere a tutto ciò che è noto, che il progetto e l’appalto dell’opera hanno ottenuto tutte, proprio tutte le approvazioni necessarie. Sulle decisioni dell’Unione Europea, del Parlamento italiano e dello Stato francese è inutile tornare: sono lì su Internet, a disposizione degli interessati. Dal punto di vista istituzionale, quindi, la ‘pratica’ è esaurita e la parola è in mano ai lavoratori (si stima che gli occupati saranno 7.000). Dal punto di vista politico e dell’ordine pubblico, no. C’è ancora in ballo una questione vitale per il Paese e la democrazia: possono alcuni amministratori comunali e alcuni gruppi antagonisti impedire che la volontà collettiva, espressasi nelle forme previste dalla Costituzione e dalle leggi, abbia attuazione? L’Italia viene da un periodo di sfilacciamento politico e istituzionale. Non torneremo sull’incapacità di Berlusconi di reggere il timone, né sulla sua performance etica, ma dobbiamo rilevare che gli anni del berlusconismo sono passati invano, lasciandoci tanti problemi irrisolti e incancreniti. Ora, a coloro che, come il dottor Caselli, parlano di compensazioni, occorre rispondere che l’applicazione della legge non comporta mediazioni. Il camionista Mario Rossi di Noceto ha diritto di trasportare il suo carico di merci dove deve, senza che qualcuno lo blocchi lungo la strada a suo piacimento. Mario Rossi ha una famiglia da mantenere e da seguire. L’azienda per la quale lavora deve tenere bada al conto economico e gestire il complesso dei suoi dipendenti, un universo, anch’esso, di problemi economici e affettivi. Luca Abbà e i suoi colleghi combattono una guerra sbagliata con metodi squadristi. Oggi, marzo 2012, gli italiani guardano al governo Monti e al suo rigore (rigormontis) con fiducia. Pensano che, con naturale progressione, il volo del governo abbia preso quota. Dopo qualche vuoto d’aria e turbolenza, la navigazione ha acquistato sicurezza e, giorno dopo giorno, un disegno coerente di politica economica e sociale si sta evidenziando. Si può essere d’accordo o no, ma è indubitabile che il Paese sappia in quale direzione si è incamminato. Senza indulgenze, né impegni a scatola chiusa, stiamo percorrendo un itinerario di reinserimento europeo, anche nel nuovo contesto nel quale la Germania ha assunto il ruolo di Grande Protettore. Anzi, abbiamo fatto di più: insieme al Regno Unito abbiamo promosso una dichiarazione politica, alla quale ha aderito la stragrande maggioranza degli stati dell’Unione, volta a ottenere un importante cambio di marcia. L’affermazione, cioè, del binomio virtuoso: rigore e sviluppo. La Germania è apparsa isolata, anche se, riprendendo il vecchio detto britannico (“Nebbia sul canale, il continente isolato”), ritiene, con la forza del suo potere industriale e monetario, che il resto dell’Europa sia in errore. In questa situazione, al nostro interno emergono alcuni elementi di palese contraddizione. Primo:storicamente la sinistra si è posta come area politica di progresso. Quindi, investimenti, istruzione e giovani. In Italia, la sinistra politica attuale si pone come forza di conservazione: il no (flebile in questi mesi) si rivolge a tutto ciò che può rimettere in modo la dinamica economica e sociale. Secondo: le occasioni di rilancio occupazionale erano ricercate, promosse e sostenute. Chi si impegna in questa direzione dalle parti del Pd e della Cgil? Terzo: sono evidenti le strizzatine d’occhio (e qui non parliamo del Pd, ma di quei fenomeni tutti nazionali che si chiamano Idv, Sel e via dicendo) all’area dell’antagonismo. Strizzatine che consentono di tenere alta la temperatura politica, in un momento in cui occorrerebbe lavorare per uscire dalla crisi. Ma si sa come funziona: i disadattati, gli antagonisti provocano disordini. La responsabilità viene attribuita alle forze dell’ordine (nel caso di Abbà non ci sono riusciti) alimentando il circuito antagonista. Qui pescano senza scrupoli i vari Di Pietro e Vendola, con l’intenzione, mussoliniana l’uno, trokzista l’altro, di diventare protagonisti di una nuova stagione. Un’illusione, solo una stupida costosa illusione. Il futuro, camminando sulla strada intrapresa con il governo Monti, non lascerà spazi ai vecchi e nuovi untori. Domenico Cacopardo
LA TEMPESTA E IL TIMONIERE (editoriale Gazzetta di Parma 18 febbraio 2012)
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 18 febbraio 2012
È il realismo che deve guidarci nel giudicare la situazione italiana e le sue prospettive. Un sano realismo venato da una giusta dose di scetticismo.
Già. L’adulazione sfrenata di cui è destinatario Mario Monti non fa bene né a lui né all’Italia.
Conosciamo il metodo: prima applausi scroscianti; poi insulti e deprecazioni.
Ci vuole, quindi, molto equilibrio nel valutare la tempesta nella quale ci troviamo e il timoniere al quale è stato affidato, con procedimento anomalo, il compito di tirarci fuori. La prima considerazione da fare è che non è nelle possibilità di Mario Monti di condurci fuori dalla tempesta, dato che si tratta di una tempesta oceanica, che coinvolge tutto il mare dell’economia e della finanza mondiale. Il presidente del consiglio deve soltanto impugnare il timone e dirigere la nave in modo da evitarne l’affondamento prima che la tempesta, per le vie misteriose della natura, si plachi. Una cosa nient’affatto facile. I laudatores di Mario Monti dovrebbero rendersi conto che affidargli il ruolo di salvatore dell’Europa, significa caricarlo di responsabilità che non può onorare, sia soggettivamente che oggettivamente. Basta e avanza, appunto, il correggere i conti, il migliorare i meccanismi del sistema, il rimuovere qualche ostacolo agli imprenditori che intendono ancora rischiare in questo e per questo Paese.
Lui stesso sbaglia quando affida a se stesso il compito di cambiare gli italiani. Un solo personaggio della storia aveva rivendicato questo obiettivo, Benito Mussolini, e sappiamo com’è andata a finire.
Gli italiani non sono peggio o meglio di tanti altri. Sono un coacervo di discendenze, un meticciato che risale al tempo in cui l’Impero romano integrava i barbari di mezzo mondo conosciuto.
Gli italiani, autori di una serie di miracoli economici (oltre che culturali, artistici, scientifici), sono, oggi, condizionati da un sistema che hanno contribuito a creare, e che è in contrasto con la normalità europea. Il lavoro affidato a Mario Monti basta e avanza, dunque, per qualsiasi presidente del consiglio. Se riesce a condurlo avanti nel tempo che gli rimane, diventerà benemerito della storia nazionale. Un alto riconoscimento, in tempi così grami.
Gli stessi viaggi europei ed extraeuropeo del nostro primo ministro sono stati falsati da un eccesso di enfasi, al quale non è estraneo lo stesso professore milanese, lasciatosi andare a dichiarazioni trionfalistiche. A Parigi, dopo un incontro con Sarkozy, annunciò che la Francia aveva adottato una linea ‘italiana’, meno rigida e più ragionevole di quella tedesca. Purtroppo, il giorno dopo, l’incontro tra il Presidente della Repubblica francese e la cancellierina tedesca Angela Merkel smentì l’asserzione di Monti: come sempre Nicolas si appiattì sulle idee di Angela.
Anche la visita americana va posta nella giusta luce. Sino a qualche mese fa, il presidente del consiglio italiano Berlusconi non era gradito alla Casa bianca di Obama. In questi giorni, Monti stato ricevuto come merita il capo dell’esecutivo di un grande paese occidentale, al quale competono significative responsabilità nel processo di risanamento europeo. Tuttavia, nulla è andato oltre la fraseologia diplomatica (confrontare le dichiarazioni di Bush figlio versus Berlusconi). Anzi, nel commento finale, Barak Obama ha ribadito che occorrerà aspettare le reazioni dei mercati. In questa affermazione è espressa tutta la gravità della crisi mondiale: il mercato, e quindi la finanza, entità soggette a una diversa democrazia, non quella popolare, ma quella del denaro (un paradosso, ovviamente) oggi ha natura sovrana ed è capace di imporsi alle volontà di centinaia di milioni di cittadini delle democrazie mondiali.
Infatti, c’è da chiedersi quando finirà da noi questa sostanziale sospensione della carta costituzionale e della democrazia. C’è da considerare che non ci sono gruppi dirigenti idonei a farsi carico delle attuali difficoltà: non nel Pdl, non nel Pd, ridotti allo stremo in fatto di idee e di personalità autorevoli.
Dobbiamo, perciò, ripeterci che l’attuale timoniere deve governare la nave che gli è stata affidata e che non ci sono soluzioni di ricambio.
Strada facendo, maroso dopo maroso, la tempra del timoniere sembra consolidarsi: diversi gli indizi positivi. L’ultimo il diniego di patrocinare la candidatura di Roma a ospitare le olimpiadi del 2020: già si arrotavano denti e dentiere per affrontare l’enorme abbuffata che le olimpiadi avrebbero offerto ai soliti noti. Già si contava la montagna di quattrini che lo Stato italiano avrebbe dovuto distribuire. Già tornavano i ricordi più graditi ai soliti noti: le olimpiadi del ’60, il mondiale del ’90, le Universiadi, le Colombiadi e via dicendo.
Prossime mosse: i tagli alla Difesa e l’Ici per gli immobili della Chiesa.
Insomma, tanti passi fanno un percorso. Tante piccole battaglie fanno una guerra. Non ci vuole un Napoleone, basta un normale professore della Bocconi, Mario Monti.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it
OLIMPIADI NO
Scritto da domenico in Il taccuino del dottor Agrò il 14 febbraio 2012
Niente olimpiadi per Roma. Niente “magnate”, niente appalti truccati, niente gloria per Petrucci e compagnia cantante. Niente superpremi niente Protezione civile. Niente.
Tuttavia, la decisione del governo Monti è una decisione rinunciataria che conferma una linea nella quale il rilancio dell’economia rimane solo nelle parole. Prevale come visto in questi mesi scelta recessiva che ci sta conducendo sulla strada greca.
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