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Movimenti scomposti (ItaliaOggi 9 novembre 2017, pag.5)

Dai movimenti, anche scomposti, dei tanti gerarchetti cui i media –non interessati a far informazione, ma a tirare acqua al mulino del proprio padrone economico o politico- danno udienza, sembra che le elezioni politiche si debbano svolgere domani. Invece, nonostante tutto, c’è davanti a noi un tempo che possiamo ritenere lungo, visti i ritmi della politica attuale.
Di fondo, c’è che siamo in una fase di passaggio, dal mondo creatosi a cavallo del millennio e il mondo nuovo, liberato dai condizionamenti, dai vincoli e dalla cultura del passato. Per esempio, la questione Zingaretti –della sua presunta falsa testimonianza nel processo per Mafia capitale- ha i piedi nel passato, in una fase in cui bastava il nome «cooperativa» per far scattare tutti (di sinistra, centro o destra) in piedi perché i soldi della cooperazione erano buoni e puliti per definizione. Anche se Zingaretti risolverà il suo problema, il partito dovrebbe porsi la questione della sua rottamazione, trattandosi un esempio esemplare di vecchio quadro, incapace di parlare (e di farsi ascoltare) dal mondo contemporaneo. Sarà sgradevole. Sembrerà un giudizio sommario. Ma se il Pd intende regalare il Lazio agli altri (centro-destra o 5Stelle) Zingaretti è l’usato sicuro.
Così, mentre martedì sera Matteo Renzi maramaldeggiava nei confronti di 4 giornalisti, incapaci di incalzarlo all’americana, intrisi come sono di vincoli ideologici, di luoghi comuni, di ostilità personale e soprattutto di un mortale conformismo, lo stesso giorno Franceschini (un buon ministro, un pessimo politico) disquisiva su un Tg1 ben inchinato, sulla necessità di puntare su ciò che unisce (riferendosi a Mdp e alla galassia della sinistra-sinistra) piuttosto su ciò che divide. Appronfodiamo il tema perché, come vedremo, vale per tutti. Franceschini, fingendo di voler superare le divisioni, cercava, in realtà, di mettere in difficoltà il segretario del suo partito con alcune fondamentali dimenticanze: che il Pd s’era fatto –con tutti gli errori e i limiti di cui sappiamo- promotore di una riforma costituzionale e di varie riforme socio-economiche e organizzative che puntavano a riallineare il Paese all’Europa; che il progetto era caduto anche per la cieca ostilità di un pezzo del medesimo partito che, portando alla vittoria nel referendum il «No», ci ha condannato (insieme a un altro pezzo di sinistra reazionaria) al ritorno al passato peggiore e allo stallo che vedremo in scena dopo le elezioni; che i dissidenti hanno messo su un partito e puntano in maniera esplicita a fare perdere le elezioni al Pd, all’esplicito scopo di eliminare Renzi che ne è il legittimo segretario (eletto con 2 milioni di voti). Perciò, Franceschini sa bene che non c’è più nulla che può unire la sinistra-sinistra al Pd, tranne l’immorale collante che la lega, sotto il tavolo, alle minoranze di questo partito: l’eliminazione del leader.
In fondo, si tratta di speculazioni sull’acqua calda. Giacché, nonostante l’intervento demiurgico di Pietro Grasso (un mediocre presidente del Senato e un mediocrissimo politico) il raggruppamento della sinistra-sinistra non andrà oltre modeste percentuali. L’effetto della diaspora della sinistra democratica s’è già consumato negli ultimi anni con l’ingrossamento delle fila degli astensionisti.
Anche il centro-destra, allo stato il più accreditato per la conquista della maggioranza relativa dell’elettorato votante, nasconde sotto il tappeto profondi motivi di dissenso. La primazia di Berlusconi è contestata e, con essa, la possibilità che sia lui, ancora una volta, a distribuire le carte. Matteo Salvini, legittimamente, pretende un ruolo diverso e più autorevole. Ma dove il dissenso diventa drammatico è sul piano dei programmi: tanto che lo stesso Salvini occhieggia ai 5Stelle che, per ora, non lo degnano di una risposta.
Quanto a Grillo e alla sua compagnia di giro non sembra accreditabile di un’ulteriore avanzata, a meno che, per l’eterogenesi dei fini, la guerra della sinistra-sinistra e i dissensi oggi latenti nel centro-destra non gli diano un’insperata mano.
Insomma, è troppo presto per definire gli scenari di marzo 2018 (elezioni generali), tuttavia …
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Candidature premature (ItaliaOggi 9 novembre 2017, pag.2)

Sembra che, nel Pd e nel coacervo delle sue correnti minoritarie, si sia aperta la discussione su chi indicare come possibile capo del governo per il dopo le elezioni. Gli strateghi dell’operazione hanno rimosso gli ostacoli che rendono aleatoria l’idea: il primo è un futuro Parlamento senza maggioranza predefinita. Il secondo è che, ove mai il Pd decidesse di lanciare un nome di candidato presidente del consiglio, questo sarebbe bruciato al primo giro delle trattative che, inevitabilmente, si intavoleranno il giorno dopo l’annuncio del risultato elettorale. Il terzo, ma fondamentale, è che non è ancora uscita una proposta politica per il Paese che indichi una prospettiva riformista fondata su un solido e stringato pacchetto di iniziative politiche. Senza scuotere l’albero delle buone relazioni con l’Europa, buone idee per gli italiani. Tra di esse, il ritorno a una moralità pubblica che, a dire il vero, mai come in questa seconda Repubblica è stata accantonata.
Ora alcuni giornali, appassionati Pdologi, segnalano la possibilità che Marco Minniti sia indicato come possibile presidente del consiglio. Un’ottima idea, salvo che per un particolare: che candidandolo ora, ad almeno 4 mesi dalle elezioni, lo si getterà in pasto all’ultimo dei picchiatori grillini e, peggio, si creerà una pesante ombra di sospetto su tutte le mosse e iniziative che assumerà come ministro dell’interno, l’oneroso incarico sin qui onorato nel migliore dei modi.
Marco Minniti è troppo esperto e lucido per lasciare scattare la trappola e continuerà a lavorare bene, ora che l’immigrazione è tornata a numeri emergenziali.
Se si vuole ragionare sul futuro prossimo, occorre, invece, affrontare la questione degli schieramenti e dei partiti, alla luce di ciò che anche le elezioni siciliane ci hanno detto. Quindi, affrontare per primi i contenuti (di norma negletti), rendendoli elemento sostanziale di confronto. E i contenuti sono proprio il terreno critico per i 5Stelle.
Poi, abbandonare quegli attuali attori che, nella realtà già sono ombre impossibilitate a contare.
La cosa riguarda la sinistra (gli ectoplasmi Bersani e Pisapia), il centro (Alfano) e il centro-destra (decine le comparse senza storia).
Domenico Cacopardo
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Dopo la consultazione siciliana (Gazzetta di Parma 8 novembre 2017, pag. 1)

Le elezioni siciliane, cariche di attese eccessive, sono consistite in una consultazione regionale in un’area atipica per la natura dei problemi irrisolti accumulatisi nei decenni. Per comprendere occorre partire dall’inizio: dallo 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va tendenzialmente collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci.
I dati confermano un Cancelleri al 34,6% e un M5S al 26,6%, potremo dire che i voti del candidato presidente corrispondono al 16,15% dell’elettorato e quelli del suo partito al 12,42%. Un ragionamento che serve a restituire un po’ di realismo al trionfalismo grillino e a porre il problema dei problemi di queste elezioni siciliane: la mancanza generalizzata di un progetto politico sul quale mobilitare le forze sane della regione -e ce ne sono tante (nella confusione ricorrente su chi è e che cosa è) – e, quindi, di richiamare alle urne l’esercito degli astensionisti, ormai scettici su qualsiasi possibilità di redenzione.
La redimibilità e l’irredimibilità della Sicilia -che significa sì antimafia, ma non solo, cioè innesco di processi culturali, sociali ed economici capaci di mettere in moto una realtà che sarebbe suscettibile di miglioramenti storici-, occhieggiano dal fondo di questa elezione e non c’è peggiore anestetico della rassegnazione. Un sentimento che provoca l’ignavia e l’astensionismo.
Naturalmente, la spalmatura dei numeri sul corpo elettorale vale per tutti i partecipanti alla competizione, e investe non solo il Pd, ma anche la compagnia «retro» di Fava e dei suoi sostenitori che vantano, a torto, un risultato che non è positivo (anche perché puntavano sin dall’inizio sul sorpasso del Pd).
Per ora e per comprendere meglio, vogliamo ricordare i risultati di alcune elezioni regionali del passato che possono ben descrivere l’evoluzione politica dell’isola: a) 2001, centro-destra 53,9%; Pds 10,3; Margherita 12,3% (Pds+Margherita 22,6%); b) 2006, centro-destra 55,21%; centro-sinistra 26,02%; c) 2012, centro-destra Musumeci 25,73%; centro-destra Micciché 15,41% ; centro-sinistra 30,03 (Pd -bersaniano e non scisso- 13,42); 5Stelle 14,88%.
Quindi, una tragedia, quella del Pd, più presunta che reale.
Il risultato siciliano riguarda l’isola e difficilmente si ripeterà nel territorio nazionale proprio per le differenze strutturali tra la Sicilia (immersa nelle sue contraddizioni, cultrice del clientelismo e lontana dall’Europa) e il resto d’Italia. Per puntualizzare, basti ricordare che i 5Stelle, fautori del cambiamento, sul tema scottante dell’abusivismo, hanno riprodotto il concetto corrivo oltre che falso di un abusivismo di necessità.
Dimenticando così che dietro il fenomeno c’è la piccola e la grande criminalità che, nell’isola, hanno ancora i loro spazi di incontestato potere.
Perciò i partiti, dopo la Sicilia e per la consultazione politica nazionale, debbono definite una loro proposta per l’Italia: unico modo per riportare la gente alle urne e difendere la democrazia.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Elezioni regionali Sicilia 2 (ItaliaOggi 8 novembre 2017)

Se una legge elettorale maggioritaria ha dato a Nello Musumeci, neo presidente della Regione Sicilia (rifiuto di chiamare «governatori» le -in genere- mezze tacche che dirigono le regioni italiane), solo 36 seggi su 70 nel Parlamento di Palermo, non c’è di che preoccuparsi: il meccanismo clientelare e gli spostamenti di deputati sono già in via di definizione, talché non c’è da dubitare che una maggioranza meno aleatoria sarà fatta e si potrà avviare la legislatura. I problemi sorgono altrove, per una persona come Musumeci, cui viene riconosciuta onestà politica e personale: vengono dalla difficile composizione degli interessi contrastanti dei vari potentati locali che sono confluiti nelle sue liste. Penso a Luigi Genovese, eletto con un numero record di preferenze a Messina (città che, non a caso, scelse come sindaco una nullità politica come Renato Accorinti per non votare il designato dalla famiglia Genovese), figlio di Francantonio Genovese, già segretario regionale del Pd, per volontà di Walter Veltroni, condannato a 11 anni di reclusione per truffa, peculato e associazione a delinquere per la gestione dei corsi di formazione professionale, ora indagato per concussione e riciclaggio, nipote di Luigi Genovese e di Lina Gullotti, rispettivamente cognato e sorella di Nino Gullotti. C’è da spendere due parole sull’antenato del giovanissimo Luigi: il nonno, caso unico nella storia dell’Eni fu nominato (durante il grande auge di Nino Gullotti) gerente generale dell’Agip in Sicilia, talché qualsiasi rapporto tra gli operatori di settore e il colosso a sei zampe doveva passare dal suo vaglio. Un’attività naturalmente lucrosa che pose le basi dell’opulenza familiare, quell’opulenza che consentì a Francantonio di definirsi «finanziere» nell’annuario parlamentare e a ragione, visto che era (ed è?) il più forte socio, a parte gli storici fondatori Franza. Dopo la condanna penale, Francantonio ha lasciato il Pd e si è trasferito armi e bagagli in Forza Italia, recando seco il complesso di rapporti clientelari che ha permesso al figlio Luigi di raggiungere, il 5 scorso, quasi 20.000 preferenze. Un record.
Questo solo per rendere l’idea di quale verminaio di interessi aspetti di essere dipanato dal presidente Musumeci. Certo, non si tratta di un politico di primo pelo ed è possibile che riesca a galleggiare sul mare inquinato senza lasciarsi sporcare (molto probabile) e senza lasciarsi affondare.
Questo è il contesto politico siciliano. In esso, non è impossibile fare breccia, come dimostra la storia del passato, ma, oggi, è risultato impossibile rovesciare il tavolo compiendo la necessaria operazione di pulizia e discontinuità.
Per il resto, i numeri elettorali vanno confrontati con l’astensionismo: ne abbiamo parlato ieri.
Ciò che è oggi necessario è il recupero di razionalità e di realismo. Senza questi due fattori si scivola nell’invettiva e nella invenzione di ulteriori «fake news». Il fondo di Ezio Mauro su Repubblica di ieri esordiva: «Prima di sapere cosa succederà nel Pd dopo la disfatta siciliana …» Un’affermazione, questa della «disfatta», che non risponde ai fatti e ai numeri (1991, Pds 10,5%, 1996, Pds 13,3%, 2001, Pds 10,3, 2006, centro-sinistra 26,02%, 2012, centro-sinistra 30,03 (Pd 13,42) e che rappresenta perciò una vera e propria «fake new» lanciata per colpire Matteo Renzi che di questo Pd è segretario. La sensazione di una disfatta rimane però nella testa e nell’animo di tanti lettori di Repubblica che difficilmente troveranno, nel giornale, gli strumenti per avvicinarsi alla verità.
Già oggi, l’attenzione passa ad altro, ma credo che la drammatizzazione non si attenuerà: sarà utile per nascondere sotto una spessa cortina fumogena ciò che è già uscito dai lavori della Commissione d’inchiesta sulle banche e sul contrasto delle versioni di Consob e Bankitalia. Vedremo ora che i soldatini del potere bancario riprenderanno le ostilità avendo come obiettivi proprio la Consob (non esente da pecche) e, di nuovo, Matteo Renzi che ha voluto l’inchiesta.
L’importante è non lasciarsi prendere e fuorviare. Per la prima volta, dopo che Tangentopoli evitò accuratamente di incidere il bubbone finanziario, c’è la possibilità di scoperchiare la pentola. E per la prima volta sarà difficile, forse impossibile richiudere il coperchio.
Più una speranza che una certezza. Ma vale la pena di crederci, perché dalla verità si può costruire una legislatura, la prossima, di svolta.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Elezioni regionali Sicilia 1 (ItaliaOggi 7 novembre 2017)

Mentre un coro inattendibile occupa i media nazionali, tutti intenti a celebrare la «rotta» di Matteo Renzi e i fasti dei 5Stelle, cerchiamo con umiltà e pazienza di fare luce nella messe di dati che, con sforzo, siamo riusciti a trovare sul web. C’è tuttavia un elemento che va subito sottolineato e che coinvolge la medesima Rai renziana: il montaggio di un testa a testa Musumeci-Cancelleri che, già dalle 11 di ieri mattina i numeri andavano smorzando, visto che l’uomo del centro-destra veleggiava verso il 40% e il grillino si attestava intorno al 35%.
Tutto questo nella società delle «fake news» e della mistificazione serve solo a demolire Renzi e il suo Pd in una sorta di rito celebrativo che ripete in forma aggiornata la «damnatio» di Bettino Craxi nel 1992.
Partiamo, dunque, dall’inizio: da quel 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci e che si disperdono nel variegato mondo degli schieramenti tradizionali.
Se domani i dati confermeranno un Cancelleri al 35% e un M5S al 28%, potremo dire che i voti del candidato presidente corrispondono al 16,45% dell’elettorato e quelli del suo partito al 13,16%. Un ragionamento che serve a restituire un po’ di realismo al trionfalismo grillino e a porre il problema dei problemi di queste elezioni siciliane: la mancanza generalizzata di un progetto politico sul quale mobilitare le forze sane della regione -e ce ne sono tante (nella confusione ricorrente su chi è che cosa, per esempio i casi eclatanti che riguardano Confindustria regionale)- e, quindi, di richiamare alle urne l’esercito degli astensionisti, ormai scettici di qualsiasi possibilità di redenzione.
La redimibilità e l’irredimibilità della Sicilia -che significa sì antimafia, ma non solo, cioè innesco di processi culturali, sociali ed economici capaci di mettere in moto una realtà che sarebbe suscettibile di miglioramenti storici-, occhieggia dal fondo di questa elezione e non c’è peggiore anestetico civile della rassegnazione.
Naturalmente, la spalmatura dei numeri sul corpo elettorale vale per tutti i partecipanti alla competizione, e investe non solo il Pd, ma anche la compagnia «retro» di Fava e dei suoi sostenitori che vantano, a torto, un risultato che non è positivo (anche perché con improntitudine degna di miglior sorte annunciavano il sorpasso del Pd).
Torneremo, comunque, domani su queste elezioni, quando potremo contare su numeri finali certi. Per ora, vogliamo ricordare i risultati di alcune elezioni regionali del passato che possono ben descrivere l’evoluzione politica dell’isola: a) 1986, Dc 28,8%; Pci 19,3%; Psi 15,00%; b) 1991, Dc 42,4%, Psi 15,6%; Pds 10,5%; c) 1996, centro-destra 50,6%; Pds 13,3%; d) 2001, centro-destra 53,9%; Pds 10,3; Margherita 12,3% (Pds+Margherita 22,6%); e) 2006, centro-destra 55,21%; centro-sinistra 26,02%; f) 2012, centro-destra Musumeci 25,73%; centro-destra Micciché 15,41% ; centro-sinistra 30,03 (Pd 13,42); 5Stelle 14,88%.
In definitiva, la tragedia del Pd è più presunta che reale, alla luce degli eventi di quest’ultimo anno (referendum) e dei quattro precedenti, durante i quali la disastrosa gestione Crocetta ha avuto modo di non risolvere uno che è uno dei problemi endemici dell’isola, aggravandoli in modo irresponsabile.
Il risultato siciliano, comunque, è un risultato che riguarda l’isola e difficilmente si ripeterà nel territorio nazionale proprio per le differenze ontologiche tra la Sicilia (immersa nelle sue contraddizioni, cultrice del clientelismo e lontana dall’Europa) e il resto d’Italia. Per puntualizzare, basti ricordare che i 5Stelle, fautori del cambiamento, sul tema scottante dell’abusivismo, hanno riprodotto il concetto corrivo oltre che falso di un abusivismo di necessità. Dimenticandosi così che dietro il fenomeno c’è la piccola e la grande criminalità che, nell’isola, hanno ancora i loro spazi di incontestato potere.
Da oggi alle elezioni politiche c’è una lunga strada da percorrere. Sarà utile solo se le forze non omologate al fenomeno grillino, un metafascismo intriso di impostura e di squadrismo, sapranno ricostruire il rapporto col corpo sociale, incrinato da otto anni di crisi economica epocale, da un’immigrazione indiscriminata e dal permanere delle difficoltà occupazionali. La politica a servizio del Paese deve mettersi al lavoro.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

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    Diomenico Cacopardo, scrittore

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