Il deludente Gentiloni (ItaliaOggi 28 ottobre 2017, pag. 9) e la scarpa di Krusciov

Mi spiace proprio per Paolo Gentiloni, diretto discendente di Andreotti, Rumor, Piccoli, e della loro «politique d’abord», espressione quest’ultima che nelle ipocrisie ufficiali francesi significa opportunismo.

Mi piacerebbe essere a Palazzo Chigi, entrarvi con il «badge» di diversi anni di servizio onorevolmente prestati, tanto da meritarmi un elogio dal consiglio dei ministri (per la gestione della vicenda Chermis) e, arrivato nell’anticamera del primo ministro, aspettarlo e, quando apparisse, levarmi una scarpa e batterla sul tavolo che, pare, fu di Mussolini. Questo per ripetere di fronte a lui il coraggioso e dissacrante gesto che fece Krusciov innanzi all’Assemblea delle Nazioni Unite, nella quale si manifestava l’abuso di potere che normalmente l’organizzazione esercita.

Questo per dirgli «Tu, Paolo Gentiloni, erede di un nome che è onorato nella storia d’Italia, ti presti a un’operazione che ripropone il vecchio detto “Forte coi deboli debole coi forti”».

Questa conferma di Ignazio Visco al vertice della Banca d’Italia è un cedimento ai poteri che hanno portato il Paese nel gorgo in cui per tanti anni è stato e sono pronti a riportarcelo se le condizioni al contorno compreso l’exIstituto di emissione glielo consentiranno.

Se è vero che, l’altro giorno a Francoforte Mario Draghi ha messo proprio su Visco con le spalle al muro il presidente del consiglio, sarebbe vero che questi ha ceduto al potere più potere che ci sia. Tenuto anche  conto che Draghi non è Maria Goretti. Certo «Non si governa innocentemente» (Saint Just) ma Mario Draghi è il discusso autore delle discutibilissime privatizzazioni, il vicepresidente di Goldman Sach con delega Emea (Europa e Medio Oriente) e, in quanto tale è stato quanto meno testimone della vendita di titoli trash anche all’Italia. E, quindi, se l’Italia gli è grata della politica del «quantitative easing» (che piace anche alla finanza americana), non gli deve obbedienza su un tema così sensibile come la Banca d’Italia.

Quindi e comunque un obbrobrio, presidente Gentiloni.

Che smentisce la sua storia e delude chi sperava in una gestione ragionevole della cosa pubblica nella quale pulizia e discontinuità si coniugassero con la prospettiva –tradita non solo da lei, ma da tutti coloro che hanno riportato l’Italia indietro di trent’anni- del riformismo.

Domenico Cacopardo

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Aspettando l’età della ragione (ItaliaOggi 28 ottobre 2017, pag. 5)

Dopo l’attuale età del caos e dell’odio, verrà l’età della ragione?

Ce ne sarebbe estremo bisogno, alla luce di ciò che sta accadendo in questi schizofrenici giorni.

Il governo (con Mattarella) ripropone Visco (una specie di «patella» attaccata al proprio scoglio) contro la volontà della maggioranza del Parlamento e dimentica che si tratterà di un governatore dimezzato, che presto potrebbe essere di nuovo delegittimato dal governo che verrà, oltre che dalla commissione di inchiesta diretta da «cloroformio» Pier Ferdinando Casini.

La ministra dell’istruzione Fedeli, nella sua personale campagna contro la popolarità e il buon senso apre un altro fronte di scontro con le famiglie, tentando di imporre (a causa di una discutibilissima sentenza della Cassazione che equipara il rapporto scolastico al rapporto di lavoro) che le ragazze e i ragazzi delle scuole medie inferiori siano accompagnati a scuola (e ripresi) dai genitori. Certo, la sicurezza delle strade è gravemente scemata, ma arrivare a questo significa complicare la vita a tutti i familiari. Del resto, rientrerebbe nella loro libera scelta accompagnare e prendere o meno i figli. Fermo restando che la responsabilità della scuola cessa –e deve cessare- appena varcata l’uscita.

Un altro campione dell’insipienza politica, Graziano Delrio, dichiara ai parmigiani che la bretella tra l’Autobrennero e l’Autocisa (già in costruzione) non serve, giusto in tempo perché il ponte di Casalmaggiore venga chiuso per irreparabili lesioni, rendendo la vita di tutti i pendolari transpadani un inferno. E subito dopo va a Messina per dichiarare il personale dissenso sul ponte e, se non bastasse, blocca le ipotesi di sviluppo di quella realtà portuale. Poi si infligge uno sciopero della fame a rotazione (nel senso che non si mangia per pezzi di giornata, una vera e propria buffonata) per promuovere l’approvazione dello «ius soli»: un disegno di legge che non è solo un errore (basterebbe un aggiustamento della legge del 1991 che prevede, per i nati in Italia, il diritto di cittadinanza a 18 anni previa rischiesta specifica) ma soprattutto una sciocchezza alla vigilia di elezioni nelle quali le destre storiche e soprattutto quella metafascista dei 5Stelle si presentano col favore di alcuni sondaggi.

Pietro Grasso, dopo l’esperienza compiuta al vertice dell’Antimafia (un organismo e una presidenza del tutto burocratica, sminata in Parlamento in odio a Giovanni Falcone, al fine di renderlo inoffensivo), e una presidenza del Senato regalata «ratio officii» rifiuta la candidatura al vertice della Regione Sicilia, regalando la vittoria a Musumeci. Una fellonia bella e buona di cui i siciliani debbono caldamente ringraziarlo. In compenso e, dato che le possibilità di una sua candidatura al Parlamento nazionale da parte del Pd sono uguali a zero, esce dal medesimo partito e va nel gruppo misto (perché non in quella del Mdp? Per tenersi ulteriormente le mani libere?). Avrebbe dovuto, seguendo di Paratore (al suo posto nel 1953) lasciare l’incarico al quale era stato «portato» proprio dal Pd. Alla faccia del rivendicato bon ton istituzionale.

Un altro trapianto mal riuscito, questo di Grasso in politica.

Quanto a Renzi, uno dei pochi combattenti rimasti in campo anche se minacciato da tante congiure interne, sembra andare avanti come in una tragica «mosca-cieca» senza un disegno programmatico coerente, anzi, scegliendo spesso di urtare i sentimenti della maggioranza degli italiani, impauriti dai flussi migratori (ormai ridimensionati, anche se nelle strade rimangono migliaia di nullafacenti dalle espressioni ora dolenti ora minacciose), con questo benedetto «ius soli», mentre in contemporanea blocca il governo nell’allungamento dei termini dell’età pensionabile (una necessità statistico-anagrafica che, se disattesa, comporterà altri oneri e difficiltà ulteriori con l’Unione europea). E, in aggiunta, non riesce a valorizzare nulla di ciò che di positivo (non poco) è stato fatto anche dal Gentiloni declinante di queste ore: autolesionismo e gelosia.

Insomma, com’era scritto sul tavolo di un alto dirigente statale, «Il disastro è organizzato, i soccorsi no».

Verrà, quindi, l’età della ragione? Dopo tante delusioni, difficile dirlo. Anzi, credo che non verrà e per diverso tempo, costringendoci a galleggiare nelle nostre contraddizioni nei nostri vizi nel nostro provincialismo nel nostro sconfittismo. Questo sì inguaribile senza un cambiamento vero.

Domenico Cacopardo

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Sono le maggioranze a decidere (ItaliaOggi 27 ottobre 2017, pag.5)

La legge della maggioranza è il cardine fondamentale di ogni regime democratico. Quando la minoranza impone il suo volere, allora entrano in ballo l’arbitrio, il fascismo, il comunismo, la barbarie.

Su questa dicotomia hanno giocato i metafascisti (sempre meno «meta», sempre più, semplicemente, fascistoidi) a 5Stelle con il loro solito ducetto, Beppe Grillo, in veste di agitatore in capo. Hanno accusato le forze politiche che, avendo i voti alla Camera e al Senato, hanno approvato una nuova legge elettorale, quella che sostituisce il doppio «Consultellum», la discutibile elaborazione della Corte costituzionale che, oltre a «inventarsi» sistemi diversi per i due rami del Parlamento ha anche –Udite! Udite!- dichiarato incostituzionale il ballottaggio.

Avevo più volte sostenuto che saremmo andati a votare secondo quanto aveva disposto la Corte, in quanto i partiti –credevo- non si sarebbero mai messi d’accordo su un testo.

Infatti, il tentativo messo in atto, con al tavolo tutte le forze politiche, compresi i grillini, era finito malamente. Proprio i grillini, incapaci di usare logica e ragione, si sono sfilati dando agli altri la possibilità di scrivere e approvare una legge che, probabilmente, li danneggerà.

La presenza, infatti, di un terzo di collegi uninominali col maggioritario dovrebbe rendere palese (in effetti, siamo nel campo delle valutazioni probabilistiche) la povertà dei quadri grillini e, quindi, l’altrui capacità di presentare condidati di buon nome e apprezzamento.

A bocce ferme, a partita non ancora iniziata, mentre i protagonisti si stanno guardando in giro e riscaldando, la sensazione è che il «Rosatellum» -così si chiama la legge (meglio di Porcellum e di Consultellum)- renderà più difficile per l’armata Brancaleone a 5Stelle di bissare i passati successi. Personalmente, sono convinto che già tra pochi giorni in Sicilia, la disillusione di Grillo&Casaleggio sarà cocente e la tentazione di accusare gli italiani di insipienza tornerà a manifestarsi (proprio Grillo, nella sua foga, ha più volte accusato gli italiani di non capire).

Ma restando al tema delle elezioni generali, è bene ricordare pacatamente a tutti che in Parlamento vincono le maggioranze e che l’intimidazione messa in atto dai 5Stelle con la manifestazione in Piazza della Rotonda, quella su cui si affacciano alcuni uffici senatoriali, in particolare quello di Napolitano (nell’indifferenza complice di Pietro Grasso, sempre più disancorato da un contesto politico identificabile), è atto eversivo di natura fascista. E meno male che nessun deputato e nessun senatore s’è lasciato intimidire, anche se il gene forcaiolo è sempre un brutto gene, da isolare e combattere con il vaccino della democrazia.

Ovunque, le maggioranza governano e decidono secondo i loro interessi, che nel sistema rappresentativo, sono gli interessi delle nazioni. In questo caso, si è trattato non di una maggioranza politica, ma di una maggioranza parlamentare, unita dall’unica esigenza di dare al Paese una legge elettorale praticabile.

E questo è accaduto. Fine di questa storia.

Altri problemi incombono: il primo è lo sbandamento di Renzi e del suo partito, ormai a caccia di occasioni di facile demagogia. L’ultima l’uscita sugli effetti pensionistici dell’aumento della vita media.

Una modalità politica che sarà pagata amaramente da coloro che hanno ritenuto il Pd una forza riformista, capace di coniugare risanamento e sviluppo.

Domenico Cacopardo

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Caporetto (articoli apparsi in ottobre su vari quotidiani)

L’XI^ battaglia dell’Isonzo (agosto 1917) s’era conclusa con un leggero progresso italiano. Intendiamoci: non una vittoria, solo qualche aggiustamento di prima linea. La situazione s’era calmata, tanto che nella testa di tanti militari di truppa s’era diffusa l’idea che, tutto sommato, andava bene così. Incombevano l’autunno e la stagione fredda, presagi d’una tregua di fatto, almeno sino a primavera.

Già in quel momento, la guerra aveva «consumato» circa mezzo milione di vite umane, oltre a un numero maggiore di feriti, sparsi per gli ospedali di tutto il Nord. Alcuni, quelli meno gravi o quelli che necessitavano di lunghe e difficili riabilitazioni, erano arrivati addirittura in Toscana e in Piemonte.

Invece, il destino ci stava preparando la peggiore delle sorprese. Che non avrebbe dovuto essere una sorpresa, almeno per gli alti comandi, alla testa dei quali c’era il maresciallo Luigi Cadorna, piemontese di Pallanza sul lago Maggiore.

Infatti, il fronte dell’Est, dopo la dissoluzione dell’impero russo, era risultato vincente per le potenze centrali (Germania, impero austro-ungarico e alleati) che avevano conquistato con tecniche innovative Riva, dilagando nei paesi baltici. Truppe ben temprate dalla guerra, galvanizzate dal successo sul difficile terreno del confronto con i soldati russi (fallita l’offensiva voluta dal governo Kerenskj), erano ora pronte ad affluire in Italia per rafforzare lo schieramento austriaco che aveva saputo contenere le spinte italiane, tutte realizzate con la sanguinosa tecnica del «logoramento».

All’alba, precedute dall’artiglieria, le truppe, al richiamo dei fischietti degli ufficiali uscivano dalle proprie trincee e correvano verso le linee nemiche. La prima schiera era di certo abbattuta dalle mitraglie, sicché c’erano pronte una seconda e una terza schiera, che si facevano largo sui cadaveri dei commilitoni prima di fare le stessa medesima fine.

Una inumana carneficina.

Gli italiani (51 divisioni contro 19 austriache) s’erano attestati rimanendo, però, uno schieramento offensivo. Credevano che li aspettasse una lunga tregua non dichiarata.

Occorre dire che, mentre francesi, inglesi, tedeschi e austriaci avevano organizzato turnazioni rapide (i soldati rimanevano in prima linea due o tre giorni per essere poi sostituiti), gli italiani affrontavano periodi di almeno di due settimane, in condizioni terribili, visto che non c’erano servizi igienici e la trincea era il luogo nel quale si mangiava, si dormiva e si facevano i bisogni. Rappresentazione questa che ben segnala quale fosse l’atteggiamento dei comandi nei confronti di coloro che, malauguratamente a ragione, venivano definiti «carne da cannone».

Finché non arriva il fatale 23 ottobre. Il nostro comando annuncia che «truppe tedesche combattono con quelle austriache sul fronte italiano». E in effetti 7 divisioni del Reichsheer s’erano aggiunte alle austroungariche (diventate nel frattempo 26) costituendo la XIV Armata.

Proprio quel 23 inizia l’offensiva.

Era stata preceduta da una ricognizione del maresciallo Otto von Below, l’ufficiale tedesco che aveva preso in mano il comando del fronte italiano. Era stato accompagnato dal colonnello Erwin Rommel, uno specialista delle nuove tattiche belliche fondate sul «movimento» (che si contrapponevano e rendevano inefficace il trinceramento e la guerra di posizione). Avevano deciso che l’offensiva si svolgesse su più linee contermporaneamente.

A contrastarli la II Armata, al comando del generale Luigi Capello, schierata a semicerchio convesso e quindi estremamente vulnerabile nei lati (quello montano e quello vallivo).

Il colpo d’ariete si consumò contro Plezzo e Tolmino utilizzando l’artiglieria e il lancio di gas. Qui la concentrazione delle forze (imprevista dai nostri) fu invertita, creando la superiorità numerica dei nemici: 15 divisioni del nemico ne affrontarono 6 italiane.

In poche ore, non più di 16, si ebbe la rotta degli italiani aggrediti su quattro direttrici: gli attaccanti dilagarono nella pianura friuliana.

Molti gli errori. Il primo, operato da Capello, l’artiglieria a ridosso della prima linea. Lo sfondamento isolò i cannoni che, poi, dovettero essere abbandonati al nemico. Nella zona di Tolmino, sotto il XXVII corpo d’armata al comando di Pietro Badoglio, si verificò uno degli sfondamenti principali: molte le accuse rivolte al discusso generale. Le accantoniamo: la sconfitta ha pochi genitori.

Va detto che la sciagurata rotta di Caporetto fu, alla fine e nonostante tutto, una grande prova di forza nazionale.

Armando Diaz succeduto a Cadorna alla testa delle forze armate adottò una linea ragionevole, individuando nel Piave il luogo sul quale attestarsi per bloccare l’avanzata del nemico. Dopo lo sbandamento e il terrore, infatti, gli italiani –con l’aiuto di 6 divisioni francesi e di 5 britanniche, affluite in prima linea in meno di dieci giorni- seppero ritrovare in se stessi la forza di riorganizzarsi e di resistere, preparando la rivincita e, infine, la vittoria.

Il crogiolo nel quale si dissolsero tante vite umane, definito dal papa Benedetto XV «l’inutile massacro», doveva continuare ad ardere.

Ma Caporetto fu una battaglia perduta. Solo una battaglia.

Domenico Cacopardo

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    Diomenico Cacopardo, scrittore

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