• Amori e altri soprusi

    In libreria da Giovedì 14 Settembre 2017
    Sadismo e masochismo segnano i rapporti tra Gloria Laguidara e Sebastiano Bellopede, detto Jano: una relazione tormentata, nella quale la sottomissione di lui si prolungherà sino alla fine. Una vicenda che si apre con l’incontro tra la fascinosa diciottenne Gloria e il ventiduenne Jano per le vie e le spiagge del loro paesino, Letojanni, in provincia di Messina. Da lì, i due si trasferiscono a Roma, lui avvocato e lei studentessa di legge. Il loro destino, che contempla il matrimonio, non prevede però una comune attività professionale: sotto la protezione del compaesano Michelangelo Curtà, alto magistrato…

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  • Amori e altri soprusi - (in libreria da Giovedì 14 Settembre 2017)

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  • “C’è qualcosa di affascinante in ciò che la sofferenza morale può fare a una persona che, nella maniera più evidente, non è debole o irresoluta…Una volta che sei nella sua morsa, è come se, per liberartene, le dovessi permettere di ucciderti.”

    Philip Roth, La macchia umana, Einaudi Torino 2000 ~Philip Roth


Movimenti scomposti (ItaliaOggi 9 novembre 2017, pag.5)

Dai movimenti, anche scomposti, dei tanti gerarchetti cui i media –non interessati a far informazione, ma a tirare acqua al mulino del proprio padrone economico o politico- danno udienza, sembra che le elezioni politiche si debbano svolgere domani. Invece, nonostante tutto, c’è davanti a noi un tempo che possiamo ritenere lungo, visti i ritmi della politica attuale.
Di fondo, c’è che siamo in una fase di passaggio, dal mondo creatosi a cavallo del millennio e il mondo nuovo, liberato dai condizionamenti, dai vincoli e dalla cultura del passato. Per esempio, la questione Zingaretti –della sua presunta falsa testimonianza nel processo per Mafia capitale- ha i piedi nel passato, in una fase in cui bastava il nome «cooperativa» per far scattare tutti (di sinistra, centro o destra) in piedi perché i soldi della cooperazione erano buoni e puliti per definizione. Anche se Zingaretti risolverà il suo problema, il partito dovrebbe porsi la questione della sua rottamazione, trattandosi un esempio esemplare di vecchio quadro, incapace di parlare (e di farsi ascoltare) dal mondo contemporaneo. Sarà sgradevole. Sembrerà un giudizio sommario. Ma se il Pd intende regalare il Lazio agli altri (centro-destra o 5Stelle) Zingaretti è l’usato sicuro.
Così, mentre martedì sera Matteo Renzi maramaldeggiava nei confronti di 4 giornalisti, incapaci di incalzarlo all’americana, intrisi come sono di vincoli ideologici, di luoghi comuni, di ostilità personale e soprattutto di un mortale conformismo, lo stesso giorno Franceschini (un buon ministro, un pessimo politico) disquisiva su un Tg1 ben inchinato, sulla necessità di puntare su ciò che unisce (riferendosi a Mdp e alla galassia della sinistra-sinistra) piuttosto su ciò che divide. Appronfodiamo il tema perché, come vedremo, vale per tutti. Franceschini, fingendo di voler superare le divisioni, cercava, in realtà, di mettere in difficoltà il segretario del suo partito con alcune fondamentali dimenticanze: che il Pd s’era fatto –con tutti gli errori e i limiti di cui sappiamo- promotore di una riforma costituzionale e di varie riforme socio-economiche e organizzative che puntavano a riallineare il Paese all’Europa; che il progetto era caduto anche per la cieca ostilità di un pezzo del medesimo partito che, portando alla vittoria nel referendum il «No», ci ha condannato (insieme a un altro pezzo di sinistra reazionaria) al ritorno al passato peggiore e allo stallo che vedremo in scena dopo le elezioni; che i dissidenti hanno messo su un partito e puntano in maniera esplicita a fare perdere le elezioni al Pd, all’esplicito scopo di eliminare Renzi che ne è il legittimo segretario (eletto con 2 milioni di voti). Perciò, Franceschini sa bene che non c’è più nulla che può unire la sinistra-sinistra al Pd, tranne l’immorale collante che la lega, sotto il tavolo, alle minoranze di questo partito: l’eliminazione del leader.
In fondo, si tratta di speculazioni sull’acqua calda. Giacché, nonostante l’intervento demiurgico di Pietro Grasso (un mediocre presidente del Senato e un mediocrissimo politico) il raggruppamento della sinistra-sinistra non andrà oltre modeste percentuali. L’effetto della diaspora della sinistra democratica s’è già consumato negli ultimi anni con l’ingrossamento delle fila degli astensionisti.
Anche il centro-destra, allo stato il più accreditato per la conquista della maggioranza relativa dell’elettorato votante, nasconde sotto il tappeto profondi motivi di dissenso. La primazia di Berlusconi è contestata e, con essa, la possibilità che sia lui, ancora una volta, a distribuire le carte. Matteo Salvini, legittimamente, pretende un ruolo diverso e più autorevole. Ma dove il dissenso diventa drammatico è sul piano dei programmi: tanto che lo stesso Salvini occhieggia ai 5Stelle che, per ora, non lo degnano di una risposta.
Quanto a Grillo e alla sua compagnia di giro non sembra accreditabile di un’ulteriore avanzata, a meno che, per l’eterogenesi dei fini, la guerra della sinistra-sinistra e i dissensi oggi latenti nel centro-destra non gli diano un’insperata mano.
Insomma, è troppo presto per definire gli scenari di marzo 2018 (elezioni generali), tuttavia …
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Candidature premature (ItaliaOggi 9 novembre 2017, pag.2)

Sembra che, nel Pd e nel coacervo delle sue correnti minoritarie, si sia aperta la discussione su chi indicare come possibile capo del governo per il dopo le elezioni. Gli strateghi dell’operazione hanno rimosso gli ostacoli che rendono aleatoria l’idea: il primo è un futuro Parlamento senza maggioranza predefinita. Il secondo è che, ove mai il Pd decidesse di lanciare un nome di candidato presidente del consiglio, questo sarebbe bruciato al primo giro delle trattative che, inevitabilmente, si intavoleranno il giorno dopo l’annuncio del risultato elettorale. Il terzo, ma fondamentale, è che non è ancora uscita una proposta politica per il Paese che indichi una prospettiva riformista fondata su un solido e stringato pacchetto di iniziative politiche. Senza scuotere l’albero delle buone relazioni con l’Europa, buone idee per gli italiani. Tra di esse, il ritorno a una moralità pubblica che, a dire il vero, mai come in questa seconda Repubblica è stata accantonata.
Ora alcuni giornali, appassionati Pdologi, segnalano la possibilità che Marco Minniti sia indicato come possibile presidente del consiglio. Un’ottima idea, salvo che per un particolare: che candidandolo ora, ad almeno 4 mesi dalle elezioni, lo si getterà in pasto all’ultimo dei picchiatori grillini e, peggio, si creerà una pesante ombra di sospetto su tutte le mosse e iniziative che assumerà come ministro dell’interno, l’oneroso incarico sin qui onorato nel migliore dei modi.
Marco Minniti è troppo esperto e lucido per lasciare scattare la trappola e continuerà a lavorare bene, ora che l’immigrazione è tornata a numeri emergenziali.
Se si vuole ragionare sul futuro prossimo, occorre, invece, affrontare la questione degli schieramenti e dei partiti, alla luce di ciò che anche le elezioni siciliane ci hanno detto. Quindi, affrontare per primi i contenuti (di norma negletti), rendendoli elemento sostanziale di confronto. E i contenuti sono proprio il terreno critico per i 5Stelle.
Poi, abbandonare quegli attuali attori che, nella realtà già sono ombre impossibilitate a contare.
La cosa riguarda la sinistra (gli ectoplasmi Bersani e Pisapia), il centro (Alfano) e il centro-destra (decine le comparse senza storia).
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Dopo la consultazione siciliana (Gazzetta di Parma 8 novembre 2017, pag. 1)

Le elezioni siciliane, cariche di attese eccessive, sono consistite in una consultazione regionale in un’area atipica per la natura dei problemi irrisolti accumulatisi nei decenni. Per comprendere occorre partire dall’inizio: dallo 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va tendenzialmente collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci.
I dati confermano un Cancelleri al 34,6% e un M5S al 26,6%, potremo dire che i voti del candidato presidente corrispondono al 16,15% dell’elettorato e quelli del suo partito al 12,42%. Un ragionamento che serve a restituire un po’ di realismo al trionfalismo grillino e a porre il problema dei problemi di queste elezioni siciliane: la mancanza generalizzata di un progetto politico sul quale mobilitare le forze sane della regione -e ce ne sono tante (nella confusione ricorrente su chi è e che cosa è) – e, quindi, di richiamare alle urne l’esercito degli astensionisti, ormai scettici su qualsiasi possibilità di redenzione.
La redimibilità e l’irredimibilità della Sicilia -che significa sì antimafia, ma non solo, cioè innesco di processi culturali, sociali ed economici capaci di mettere in moto una realtà che sarebbe suscettibile di miglioramenti storici-, occhieggiano dal fondo di questa elezione e non c’è peggiore anestetico della rassegnazione. Un sentimento che provoca l’ignavia e l’astensionismo.
Naturalmente, la spalmatura dei numeri sul corpo elettorale vale per tutti i partecipanti alla competizione, e investe non solo il Pd, ma anche la compagnia «retro» di Fava e dei suoi sostenitori che vantano, a torto, un risultato che non è positivo (anche perché puntavano sin dall’inizio sul sorpasso del Pd).
Per ora e per comprendere meglio, vogliamo ricordare i risultati di alcune elezioni regionali del passato che possono ben descrivere l’evoluzione politica dell’isola: a) 2001, centro-destra 53,9%; Pds 10,3; Margherita 12,3% (Pds+Margherita 22,6%); b) 2006, centro-destra 55,21%; centro-sinistra 26,02%; c) 2012, centro-destra Musumeci 25,73%; centro-destra Micciché 15,41% ; centro-sinistra 30,03 (Pd -bersaniano e non scisso- 13,42); 5Stelle 14,88%.
Quindi, una tragedia, quella del Pd, più presunta che reale.
Il risultato siciliano riguarda l’isola e difficilmente si ripeterà nel territorio nazionale proprio per le differenze strutturali tra la Sicilia (immersa nelle sue contraddizioni, cultrice del clientelismo e lontana dall’Europa) e il resto d’Italia. Per puntualizzare, basti ricordare che i 5Stelle, fautori del cambiamento, sul tema scottante dell’abusivismo, hanno riprodotto il concetto corrivo oltre che falso di un abusivismo di necessità.
Dimenticando così che dietro il fenomeno c’è la piccola e la grande criminalità che, nell’isola, hanno ancora i loro spazi di incontestato potere.
Perciò i partiti, dopo la Sicilia e per la consultazione politica nazionale, debbono definite una loro proposta per l’Italia: unico modo per riportare la gente alle urne e difendere la democrazia.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Elezioni regionali Sicilia 2 (ItaliaOggi 8 novembre 2017)

Se una legge elettorale maggioritaria ha dato a Nello Musumeci, neo presidente della Regione Sicilia (rifiuto di chiamare «governatori» le -in genere- mezze tacche che dirigono le regioni italiane), solo 36 seggi su 70 nel Parlamento di Palermo, non c’è di che preoccuparsi: il meccanismo clientelare e gli spostamenti di deputati sono già in via di definizione, talché non c’è da dubitare che una maggioranza meno aleatoria sarà fatta e si potrà avviare la legislatura. I problemi sorgono altrove, per una persona come Musumeci, cui viene riconosciuta onestà politica e personale: vengono dalla difficile composizione degli interessi contrastanti dei vari potentati locali che sono confluiti nelle sue liste. Penso a Luigi Genovese, eletto con un numero record di preferenze a Messina (città che, non a caso, scelse come sindaco una nullità politica come Renato Accorinti per non votare il designato dalla famiglia Genovese), figlio di Francantonio Genovese, già segretario regionale del Pd, per volontà di Walter Veltroni, condannato a 11 anni di reclusione per truffa, peculato e associazione a delinquere per la gestione dei corsi di formazione professionale, ora indagato per concussione e riciclaggio, nipote di Luigi Genovese e di Lina Gullotti, rispettivamente cognato e sorella di Nino Gullotti. C’è da spendere due parole sull’antenato del giovanissimo Luigi: il nonno, caso unico nella storia dell’Eni fu nominato (durante il grande auge di Nino Gullotti) gerente generale dell’Agip in Sicilia, talché qualsiasi rapporto tra gli operatori di settore e il colosso a sei zampe doveva passare dal suo vaglio. Un’attività naturalmente lucrosa che pose le basi dell’opulenza familiare, quell’opulenza che consentì a Francantonio di definirsi «finanziere» nell’annuario parlamentare e a ragione, visto che era (ed è?) il più forte socio, a parte gli storici fondatori Franza. Dopo la condanna penale, Francantonio ha lasciato il Pd e si è trasferito armi e bagagli in Forza Italia, recando seco il complesso di rapporti clientelari che ha permesso al figlio Luigi di raggiungere, il 5 scorso, quasi 20.000 preferenze. Un record.
Questo solo per rendere l’idea di quale verminaio di interessi aspetti di essere dipanato dal presidente Musumeci. Certo, non si tratta di un politico di primo pelo ed è possibile che riesca a galleggiare sul mare inquinato senza lasciarsi sporcare (molto probabile) e senza lasciarsi affondare.
Questo è il contesto politico siciliano. In esso, non è impossibile fare breccia, come dimostra la storia del passato, ma, oggi, è risultato impossibile rovesciare il tavolo compiendo la necessaria operazione di pulizia e discontinuità.
Per il resto, i numeri elettorali vanno confrontati con l’astensionismo: ne abbiamo parlato ieri.
Ciò che è oggi necessario è il recupero di razionalità e di realismo. Senza questi due fattori si scivola nell’invettiva e nella invenzione di ulteriori «fake news». Il fondo di Ezio Mauro su Repubblica di ieri esordiva: «Prima di sapere cosa succederà nel Pd dopo la disfatta siciliana …» Un’affermazione, questa della «disfatta», che non risponde ai fatti e ai numeri (1991, Pds 10,5%, 1996, Pds 13,3%, 2001, Pds 10,3, 2006, centro-sinistra 26,02%, 2012, centro-sinistra 30,03 (Pd 13,42) e che rappresenta perciò una vera e propria «fake new» lanciata per colpire Matteo Renzi che di questo Pd è segretario. La sensazione di una disfatta rimane però nella testa e nell’animo di tanti lettori di Repubblica che difficilmente troveranno, nel giornale, gli strumenti per avvicinarsi alla verità.
Già oggi, l’attenzione passa ad altro, ma credo che la drammatizzazione non si attenuerà: sarà utile per nascondere sotto una spessa cortina fumogena ciò che è già uscito dai lavori della Commissione d’inchiesta sulle banche e sul contrasto delle versioni di Consob e Bankitalia. Vedremo ora che i soldatini del potere bancario riprenderanno le ostilità avendo come obiettivi proprio la Consob (non esente da pecche) e, di nuovo, Matteo Renzi che ha voluto l’inchiesta.
L’importante è non lasciarsi prendere e fuorviare. Per la prima volta, dopo che Tangentopoli evitò accuratamente di incidere il bubbone finanziario, c’è la possibilità di scoperchiare la pentola. E per la prima volta sarà difficile, forse impossibile richiudere il coperchio.
Più una speranza che una certezza. Ma vale la pena di crederci, perché dalla verità si può costruire una legislatura, la prossima, di svolta.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

Elezioni regionali Sicilia 1 (ItaliaOggi 7 novembre 2017)

Mentre un coro inattendibile occupa i media nazionali, tutti intenti a celebrare la «rotta» di Matteo Renzi e i fasti dei 5Stelle, cerchiamo con umiltà e pazienza di fare luce nella messe di dati che, con sforzo, siamo riusciti a trovare sul web. C’è tuttavia un elemento che va subito sottolineato e che coinvolge la medesima Rai renziana: il montaggio di un testa a testa Musumeci-Cancelleri che, già dalle 11 di ieri mattina i numeri andavano smorzando, visto che l’uomo del centro-destra veleggiava verso il 40% e il grillino si attestava intorno al 35%.
Tutto questo nella società delle «fake news» e della mistificazione serve solo a demolire Renzi e il suo Pd in una sorta di rito celebrativo che ripete in forma aggiornata la «damnatio» di Bettino Craxi nel 1992.
Partiamo, dunque, dall’inizio: da quel 47% scarso di votanti che incide sensibilmente sui risultati finali. Va, infatti, considerato che il Movimento 5Stelle per la sua natura contestativa mobilita il proprio elettorato, cioè lo conduce alle urne. Perciò, l’astensionismo va collocato nell’area di coloro che non condividono le posizioni di Grillo e dei suoi seguaci e che si disperdono nel variegato mondo degli schieramenti tradizionali.
Se domani i dati confermeranno un Cancelleri al 35% e un M5S al 28%, potremo dire che i voti del candidato presidente corrispondono al 16,45% dell’elettorato e quelli del suo partito al 13,16%. Un ragionamento che serve a restituire un po’ di realismo al trionfalismo grillino e a porre il problema dei problemi di queste elezioni siciliane: la mancanza generalizzata di un progetto politico sul quale mobilitare le forze sane della regione -e ce ne sono tante (nella confusione ricorrente su chi è che cosa, per esempio i casi eclatanti che riguardano Confindustria regionale)- e, quindi, di richiamare alle urne l’esercito degli astensionisti, ormai scettici di qualsiasi possibilità di redenzione.
La redimibilità e l’irredimibilità della Sicilia -che significa sì antimafia, ma non solo, cioè innesco di processi culturali, sociali ed economici capaci di mettere in moto una realtà che sarebbe suscettibile di miglioramenti storici-, occhieggia dal fondo di questa elezione e non c’è peggiore anestetico civile della rassegnazione.
Naturalmente, la spalmatura dei numeri sul corpo elettorale vale per tutti i partecipanti alla competizione, e investe non solo il Pd, ma anche la compagnia «retro» di Fava e dei suoi sostenitori che vantano, a torto, un risultato che non è positivo (anche perché con improntitudine degna di miglior sorte annunciavano il sorpasso del Pd).
Torneremo, comunque, domani su queste elezioni, quando potremo contare su numeri finali certi. Per ora, vogliamo ricordare i risultati di alcune elezioni regionali del passato che possono ben descrivere l’evoluzione politica dell’isola: a) 1986, Dc 28,8%; Pci 19,3%; Psi 15,00%; b) 1991, Dc 42,4%, Psi 15,6%; Pds 10,5%; c) 1996, centro-destra 50,6%; Pds 13,3%; d) 2001, centro-destra 53,9%; Pds 10,3; Margherita 12,3% (Pds+Margherita 22,6%); e) 2006, centro-destra 55,21%; centro-sinistra 26,02%; f) 2012, centro-destra Musumeci 25,73%; centro-destra Micciché 15,41% ; centro-sinistra 30,03 (Pd 13,42); 5Stelle 14,88%.
In definitiva, la tragedia del Pd è più presunta che reale, alla luce degli eventi di quest’ultimo anno (referendum) e dei quattro precedenti, durante i quali la disastrosa gestione Crocetta ha avuto modo di non risolvere uno che è uno dei problemi endemici dell’isola, aggravandoli in modo irresponsabile.
Il risultato siciliano, comunque, è un risultato che riguarda l’isola e difficilmente si ripeterà nel territorio nazionale proprio per le differenze ontologiche tra la Sicilia (immersa nelle sue contraddizioni, cultrice del clientelismo e lontana dall’Europa) e il resto d’Italia. Per puntualizzare, basti ricordare che i 5Stelle, fautori del cambiamento, sul tema scottante dell’abusivismo, hanno riprodotto il concetto corrivo oltre che falso di un abusivismo di necessità. Dimenticandosi così che dietro il fenomeno c’è la piccola e la grande criminalità che, nell’isola, hanno ancora i loro spazi di incontestato potere.
Da oggi alle elezioni politiche c’è una lunga strada da percorrere. Sarà utile solo se le forze non omologate al fenomeno grillino, un metafascismo intriso di impostura e di squadrismo, sapranno ricostruire il rapporto col corpo sociale, incrinato da otto anni di crisi economica epocale, da un’immigrazione indiscriminata e dal permanere delle difficoltà occupazionali. La politica a servizio del Paese deve mettersi al lavoro.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

il 4 novembre (ItaliaOggi 4 novembre 2017)

Oggi è il 4 novembre, sino a qualche anno fa festa nazionale dedicata alle Forze Armate. Una data, questa, stabilita nel ricordo della fine della Prima guerra mondiale, vinta dal Regno d’Italia.
A dire il vero l’armistizio era stato firmato il 3 novembre 1918, alle 15.20 a Villa Vettor Giusti del Giardino (Padova) e le ostilità sarebbero dovute cessare ventiquattr’ore dopo.
Ma, dopo la firma del documento, il generale austriaco Weber informò il comando italiano che le truppe imperiali avevano ricevuto l’ordine di cessare i combattimenti. Perciò, propose la fine immediata delle ostilità.
Il generale Pietro Badoglio, capo della delegazione italiana, respinse, peraltro, la richiesta e, quindi, le operazioni belliche terminarono il giorno dopo.
Questa breve introduzione è utile a ricordare che per 57 anni, il 4 novembre, nel chiudere il periodo feriale d’autunno, è stato celebrato, oltre che con cerimonie militari, con l’apertura delle caserme al pubblico. In questo modo, mentre i parenti dei soldati potevano pranzare con i congiunti, gli altri fraternizzavano visitando impianti e mezzi bellici, compresi aerei e carri armati.
La festa della Vittoria è stata celebrata sino al 4 novembre 1976. Dopo, con legge 5 marzo 1977, n. 54 (governo Andreotti III detto della «non-sfiducia, in quanto sostenuto dall’astensione del Pci»), è stata abolita (con Epifania -reintrodotta-, san Giuseppe e Corpus Domini). Un’«offa» conferita all’anti-atlantismo del Pci, collegata, impropriamente, al taglio delle festività religiose, in Italia più numerose che ovunque.
Se oggi ha un senso cogliere l’occasione (la trasformazione della festa delle Forze Armate in Giornata delle stesse), esso si trova non tanto nel ricordo delle nostre virtù militari, invero limitate, discusse e discutibili (anche ai nostri giorni), quanto nella necessità, prima di tutto morale, di rammentare a noi stessi che la Prima guerra mondiale, l’unica guerra tra pari vinta dal nostro Paese, fu una guerra di popolo, nella quale i sentimenti delle varie categorie sociali si fusero, soprattutto dopo la disfatta di Caporetto, dandoci la forza di resistere sul Piave (da dove, dopo una breve apparizione, furono ritirate le truppe francesi e dell’Impero britannico) e, quindi, anche per il collasso generale dello schieramento avverso, lanciare l’offensiva e a Vittorio Veneto vincere.
Da quel momento, tornò a prevalere il conflitto interno. Si dimostrò la fragilità dell’ordinamento costituzionale derivante dallo Statuto albertino, e l’inconsistenza di una classe dirigente liberale che aveva perso ogni legittimazione a seguito dell’emergere dei cosiddetti «profitti di guerra» e la crisi occupazionale ed economica successiva alla fine delle ostilità.
Il mondo del lavoro, capeggiato da socialisti radicali e dai sindacati, cercò di riproporre agli italiani il modello della rivoluzione bolscevica. Altri, fra cui tanti reduci, risposero rivendicando i valori della Patria e della vittoria mutilata.
Fu il fascismo e tre nuove guerre (Abissinia, Spagna e Seconda mondiale).
Storia recente.
Ricordando il passato e la Vittoria, oggi rendiamo omaggio a 1.240.000 morti (651.000 militari, 589.000 civili) italiani, che pagarono, per noi, il prezzo della grande tragedia.
Domenico Cacopardo
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Dopo l’eccidio di Manhattan (editoriale Gazzetta di Parma 3 novembre 2017, pag.1)

Manhattan, in zona «Ground zero», è la «location» dell’ultima strage dell’ottobre 2017, un mese che, purtroppo, ne ha viste altre.
Raccapricciante il particolare dei cinque caduti argentini appartenenti a una comitiva di excompagni di scuola.
La «normale», efferata dinamica dell’attentato non deve farci perdere il senso delle proporzioni e la ragione. Non è in questo modo che i terroristi vinceranno.
Non possiamo, però, dimenticare che il comune denominatore degli attentati si chiama Islam. Una religione (e un testo: il Corano) nella quale gli estremisti trovano la giustificazione etica delle loro violenze. Certo, sappiamo bene che sono tante le comunità pacifiche, dedite al lavoro e a un parziale rispetto della legge (visto che, per esempio, la pratica della poligamia – che viola le norme- viene praticata mediante la celebrazione delle nozze successive nei paesi di origine), che contribuiscono quindi al sostegno dell’economia nazionale. Ma i dati che ci vengono da Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Belgio e Olanda (tutte nazioni che ci hanno preceduto e di molto nell’accoglienza di immigrati islamici) ci dicono che i terroristi provengono da simili pacifiche comunità insediate da tempo: esse sono il terreno di reclutamento di giovani pronti a radicalizzarsi anche per il disagio scolastico, occupazionale, sociale dei loro «slums». Al quale si aggiunge, come elemento effettivamente catalizzatore, il bipolarismo quotidiano nel quale vivono: una società affluente e di liberi costumi che, in qualche modo, li emargina ed esclude.
Quanto a noi, la svolta del ministro Minniti ha posto per la prima volta un freno all’immigrazione illimitata e incontrollata. I flussi si sono ridimensionati e, forse, siamo arrivati a numeri gestibili, soprattutto se e quando si riuscirà a separare i rifugiati da coloro che non hanno diritto di restare in Europa. Le autorità di pubblica sicurezza, poi, hanno a disposizione l’istituto dell’espulsione che esercitano nei confronti di chi rappresenta una reale minaccia.
La politica, che normalmente soffre di lentezze e di strabismo, non può tuttavia ignorare che il fenomeno costituisce un pericolo anche per gli italiani. E deve quindi regolarsi, affrontando, per esempio, la questione -diventata fondamentale- dello «ius soli». Chi intende introdurlo, cela che l’art. 4, comma 2 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, dispone: «(… omissis …) Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data.»
L’unica differenza vera tra l’art. 4 e la proposta (del Pd) è che con la norma vigente si rispetta la volontà del non-italiano che può liberamente decidere di diventare o di non-diventare (come accade frequentissimamente) nostro connazionale. Con la nuova, a chi nasce in Italia verrà imposta la cittadinanza. Conseguenza più grave: chi si radicalizzerà (fatalmente non pochi) non potrà essere espulso.
Peraltro, anche oggi i nativi italiani (che risiedono legalmente) dispongono i nostri stessi diritti sociali ed economici. Non è chiaro, perciò, il senso di questa innovazione.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

L’Italia, la mia Patria (ItaliaOggi 3 novembre 2017)

Mentre riflettevo sull’immorale non-detto che aleggia intorno alle prossime elezioni -su cui mi soffermerò più avanti- m’è venuto in mente che quest’estate ho effettuato un test tra i miei quattro nipoti italiani (ne ho tre americani, per i quali la Patria è un valore irrinunciabile, abituati come sono dalla scuola materna all’università a onorarla, cantandone l’inno e salutando la bandiera), chiedendo loro se, dalle elementari al liceo, avessero mai avuto assegnato un tema tipo «L’Italia, la mia Patria» o qualcosa di simile. Ricordo bene che io, alle elementari, alle medie inferiori e al liceo (qui per ognuno dei tre anni) dovetti svolgere un tema sull’Italia, sui valori di civiltà di cui siamo stati portatori, insomma, raccontare i miei rapporti con il concetto costitutivo del mio Paese.
Ebbene, nessuno dei miei nipoti aveva mai dovuto svolgere un tema sull’Italia, a testimonianza di come la scuola, anzi la squola, sia diventata palestra di reduci ed eredi del 1968, laureati del 18 politico, imbevuti di nihilismo e antiitalianità, messi in cattedra da concorsi truccati, o abborracciati o da sistemazioni «ope legis» per coloro che non erano mai riusciti a superare una selezione e a ottenere un’idoneità.
E questa indifferenza, quella che leggiamo quotidianamente sui giornali attribuibile a tutta la classe politica di qualsiasi colore e alla classe imprenditoriale, pronta a vendersi l’anima al primo cinese o arabo di passaggio, è effetto e causa dell’assenza di qualsivoglia empito morale, di qualsiasi spinta a fare di più e meglio nell’interesse nazionale.
Anni fa, su proposta di Cesare Romiti, l’Aspen Institute Italia avviò un programma di studi e di tavole rotonde proprio sull’«interesse nazionale».
Pur riconoscendo all’istituto -di cui sono uno dei fondatori- ogni merito, debbo ammettere che lo sforzo non ha prodotto risultati eclatanti, quelli che ci aspettavamo all’inizio. Per tante ragioni che è difficile sintetizzare, tra le quali ne spicca però una: l’amor patrio è passato di moda. E con esso l’interesse nazionale.
Di ciò è testimonianza l’approccio alle prossime elezioni politiche. Non quello proclamato, ma quello reale. A dispetto della volgare mistificazione che mettono in campo i 5Stelle e i loro fiancheggiatori si chiamino Travaglio o col nome di tanti operatori de La7.
Con la legge elettorale, la prossima consultazione dovrebbe darci più o meno una situazione del genere: una coalizione di centro-destra, probabilmente prevalente; due partiti singoli, in lotta per il primato (di partito) i 5Stelle e il Pd; un raggruppamento minore di sinistra-sinistra. L’unica vera coalizione presente (il centro-destra), tuttavia, sembra così effimera da consentire la previsione che, se otterrà la primazia (all’interno di essa), la Lega Nord cercherà disperatamente un accordo diretto con i 5Stelle, l’unico partito in campo col quale potrebbe allearsi e, forse, con l’ausilio di Fratelli d’Italia conquistare la maggioranza del Parlamento.
Altrettanto potrebbe fare, se poco poco il risultato l’assisterà, il raggruppamento di sinistra-sinistra, quello ora capeggiato dall’antifrasi vivente, Speranza, e capeggiabile da quel campione di opportunismo politico che risponde al nome di Pietro Grasso, in cerca di una sistemazione confacente alla sua storia professionale. Fatti i conti col pallottoliere, se i numeri l’assisteranno (probabilità remota) questo raggruppamento perseguirà un accordo con i 5Stelle con tutte le energie possibili, mettendo sul piatto l’unico vero patrimonio di cui dispone, la discendenza da un Partito comunista che fu forte e glorioso in epoca ormai arcaica. Cioè una legittimazione democratica e antifascista che perpetuerebbe ed esalterebbe l’impostura di Grillo e soci: loro metafascisti, squadristi verbali e non solo, promossi sul piano istituzionale dagli excomunisti, e pronti a mangiarseli in un amen, come in un amen i nazisti divorarono i loro predecessori tedeschi.
Quanto al Pd, esso ha una sola opzione disponibile: un’intesa con la parte moderata del centro-destra che «bon gré mal gré» è rappresentato dal neoneoneo indagato per gli attentati stragisti di Firenze, sulla base delle rivelazioni di tal Graviano (per tre volte già giudicate inattendibili da giudici giudicanti e pubblici ministeri): il solito Berlusconi, l’altro uomo nero della Repubblica italiana (con D’Alema).
Della realtà reale, non si parla a corte né nei palazzi romani. Non se ne può parlare: se se ne parlasse e, quindi, le intenzioni divenissero note, quest’ulteriore infamia (prodotto indiscutibile della vittoria del «No» al referendum del 4 dicembre 2016 -con il sostegno certificato dei «servizi» russi-, e della stupefacente decisione della Corte costituzionale del gennaio 2017, con la dichiarata illegittimità del ballottaggio tra i due partiti più votati) non si potrebbe consumare. E il complice silenzio di media -ora a servizio- sarebbe inesorabilmente interrotto.
Domenico Cacopardo
www.cacopardo.it

“Amori e altri soprusi” recensione di Nunziatina Spatafora

“Amori e altri soprusi”
Recensione della dr.ssa Nunziatina Spatafora
Jano, il protagonista dell’ultimo romanzo di Domenico Cacopardo, riceve e proietta come in un prisma tutte le dimensioni dei personaggi maschili che intrattengono legami sessuali con Gloria, sua moglie.
L’acquisita e praticata libertà sessuale, l’inquietudine e gli interessi inducono Gloria a spassarsela con un po’ di uomini: qualcuno di potere, qualcuno più anonimo ma con precisi e spesso inusuali hobby.
Jano sopporta per decenni i manifesti tradimenti coniugali, eppure non riesce a chiudere il rapporto, peraltro sempre vivo e passionale. Sopporta ed accetta le intermittenze della moglie perché ogni relazione gli stimola più fantasie erotiche e di vita.
Jano è consapevole che non può incarnare tutto ciò che Gloria cerca in ogni uomo, e questa ricerca per lui è molto stimolante.
Sceglie ed accetta la doppia e tripla vita della sua donna che è fuori da ogni iconico schema di donna siciliana, direbbe l’autore. Jano apprezza l’intelligenza della donna, la sua carriera e il suo realismo a trarre favori, la sua inquietudine intellettiva e passionale che un solo uomo non può soddisfare. Ha scelto Gloria perché sa di potere vivere l’esperienza di una vita intima diversa dagli altri normali uomini.
È un gioco amoroso che nella vita ci stanca, così di ogni persona e di ogni cosa, e Jano già maturo si vendica dei tradimenti, come ogni uomo non solo siciliano. In Jano la gelosia o la stanchezza, o meglio la lesione della sfera patrimoniale scatta in età matura. L’uomo, che in fondo ha condotto molta parte del gioco, non è più propenso a concedere a Gloria la sua libertà. Non aveva pressato nemmeno più di tanto per avere un figlio da lei, perché il figlio nel loro rapporto avrebbe rappresentato una disarmonica quotidianità. Un figlio lo concepisce con Floriana, una donna dalle normali e quotidiane attitudini che si accolla tutto l’onere della filiazione. Con Nadejda invece in vecchiaia ci esce a braccetto come una anonima, tranquilla ed insignificante coppia.
Tutte le donne di Jano in fondo hanno qualità e propensioni che qualsiasi uomo vorrebbe in una sola donna, incarnate invece in tre diverse donne, tale da potere eliminare quella che in dato momento della vita non rappresenta uno stimolo erotico anzi solo un disonore alla immagine maschile.
Jano, forse, avrebbe potuto sopportare di sua moglie solo un amante, non a caso Virginia, protagonista dell’omonimo romanzo dello stesso autore, può vivere con libertà la sua sessualità con un canonico amante.
Si può accettare un solo amante, più amanti non rientrano tra le regole della libertà femminile, non esiste ancora l’immaginario della “ Donna Giovanna”. E allora si torna al Verga dove alla Lupa non è data una stravagante esistenza.
Nunziatina Spatafora




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    Diomenico Cacopardo, scrittore

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